Oggi è venuto alla scuola un ragazzo nuovo, che ha lo stesso nome di me! esclamava un fanciulletto di undici anni, in sottanella da chierico, entrando tutto affannato nella cucina del signor Dogliani, colla cartella a tracolla, e il panierino della colazione sul braccio.
Oh!
Ah sì!
Che ridere! risposero ad una ad una le tre sorelline alle quali aveva parlato; ma risposero sbadatamente, senza distogliere la loro attenzione dalla cuoca che stava girando lo sprone intorno agli agnellotti per frastagliarli a bei festoncini uniformi.
Tutti e due i nomi! tornò a dire lo scolaretto accostandosi alla tavola. E guardava le bambine aspettandosi di vederle molto meravigliate.
Tutti e due i nomi! Vincenzo Dogliani!
Ma le bambine avevano ben altro da fare pel momento che dargli retta. La Laura prendeva ad uno ad uno gli agnellotti, e li disponeva giro giro sulla tafferia. La Maria, un po più piccina, che poteva avere sette anni, raccoglieva i ritagli di pasta man mano che la cuoca li staccava, e li passava allElena, la sorella maggiore, già vicina ai dieci anni, che ne faceva una pagnotta, la rimpastava e la rispianava, col matterello.
Vincenzo stette un tratto a guardarle, poi, vedendo che nessuno gli badava, cercò di togliere il matterello allElena, col pretesto chegli aveva maggior forza per maneggiarlo, e la fece stizzire. Tentò aiutare la Laura, e si fece dar sulla voce dalla cuoca perchè toccava gli agnellotti colle mani sudice; e finì col prendere il vasetto della tafferia, e, colla scusa di infarinare gli agnellotti, fece cadere una tale pioggia di farina sulla tavola, sulle mani della cuoca, sul capo delle bambine, dappertutto, che la cuoca, spazientita, li cacciò fuori tutti quattro, e chiuse dispettosamente luscio della cucina.
LElena si mise a correre ridendo e scotendo il capo per farne cadere la farina, e gli altri dietro, tenendosi per gli abiti.
Così entrarono come una raffica nella stanza da pranzo, dove il signor Dogliani leggeva un giornale accanto al fuoco mezzo spento, ed una giornante stirava la biancheria di bucato sulla tavola a ribalte, che più tardi doveva essere allargata ed apparecchiata pel pranzo, ed intanto, colle ribalte pendenti e coperta dallo stiratoio, serviva ad un uso più modesto.
In casa Dogliani tutto era modesto. Non cera salotto, nè studio; quella stanza da pranzo teneva luogo di tutto; era vasta e ben rischiarata da due porte a vetrate che mettevano nel giardino. Presso una di quelle porte, che non si apriva mai, cera un tavolino da lavoro dove la Caterina, chera lunica serva di casa, sedeva la sera a rammendare il bucato, ed a prepararlo per quella stiratora, la quale andava a giornata una volta ogni settimana. Alla parete di contro era addossata una vecchia credenza, e presso la credenza cera luscio. Le altre pareti erano occupate, una dal camino colla rispettiva cassina per la legna, laltra da una scrivania sulla quale i ragazzi facevano i compiti di scuola, quando il signor Dogliani non ci sedeva lui col suo librone dei conti.
Il signor Dogliani era un uomo sulla cinquantina, taciturno, spesso accigliato, un po scontroso. Voleva un gran bene ai figli, ma non lo sapeva dimostrare, o non voleva; di certo non li accarezzava punto, non si intratteneva a chiacchierare e ridere con loro, ed essi erano sempre in suggezione col babbo. Del resto era spesso fuori a sorvegliare i suoi fondi, ed i figlioli passavano la giornata a scuola. Si riunivano soltanto allora del pranzo.
Quel giorno, dopo essere entrati con tanto chiasso, le tre bimbe ed il fanciulletto ammutolirono subito appena savvidero che il babbo era già in casa. Lo salutarono, poi si raggrupparono intorno al tavolo per guardare la stiratora, che badava a dire: «Laura, non appoggiare i gomiti sulla salvietta che non la posso piegare. Maria, tira indietro le manine, bada che il ferro scotta.»
Vincenzo credette il momento buono per richiamare lattenzione delle bambine sulla grande nuova che aveva riportata dalla scuola, e che in cucina non aveva suscitata tutta la meraviglia chegli si era promessa.
Date retta dunque, disse a mezza voce. Oggi è venuto alla scuola un ragazzo nuovo che ha lo stesso nome di me; nome e cognome....
Questa volta il risultato fu più inaspettato ancora della prima, perchè, mentre le bambine stavano per rispondere, la stiratora urtò col piede Vincenzo sotto la tavola, poi si mise un dito sulla bocca, accennando che stesse zitto, e che anche le bambine stessero zitte, che cera il babbo.
Che male cè?... cominciava a dire Vincenzo, alzando apposta la voce, perchè gli pareva che anche il babbo dovesse interessarsi di quel fatto, ed ammonire la stiratora che lo lasciasse parlare.
Ma il babbo non intervenne, e laltra daccapo ad urtargli il piede con più forza, ed a fargli dei cenni misteriosi perchè stesse zitto. Poi disse:
Fammi il favore, Vincenzo, domanda alla Caterina se laltro ferro è caldo.
Era una buona donna, vecchia di casa, avvezza a trattare i ragazzi senza cerimonie, e Vincenzo obbedì, ed uscì correndo per andare in cucina. Ma non poteva capire perchè non savesse a parlare dinanzi al babbo di quel suo compagno fenomenale. Era così bello daver quella cosa meravigliosa da raccontare! Dacchè aveva udito la combinazione strana di quel nome, era stato ansioso dandarlo a ripetere a casa, di chiacchierarne colle sorelline, e colla Caterina. Perchè mai glielo proibivano?
Perchè mai? domandavano impensierite le bambine che erano corse tutte in cucina sulle calcagna del fratello, secondo una loro abitudine di partire e di arrivar sempre in frotta come una volata di passeri.
Zitti, ragazzi! esclamò la stiratora, entrando anche lei in cucina col ferro in mano col pretesto di cambiarlo. Non parlate di quello scolaro nuovo dinanzi al babbo.
Ma perchè, Rosa? Di, perchè? esclamarono in coro i bambini, piantandole in volto i loro otto occhi sbarrati, curiosi, come otto punti interrogativi. E la Rosa, sempre affaccendata e misteriosa;
Perchè gli farebbe dispiacere. Lasciatemi andare, via....
No, no. Di, che cosa gli importa al babbo? Che cosa cè da far dispiacere?
Non gli fa dispiacere, lo irrita.
Ma perchè? Perchè?
Ve lo dirò poi; lasciatemi andare, che non savveda che sono uscita per parlare di questo. E cercava di svincolarsi; ma i ragazzi la stringevano davvicino:
No, no. Dillo ora, Rosa. Perchè?
Perchè quel ragazzo è figlio dun suo fratello; ma zitti; vi dirò tutto questa sera. E profittando dello sbalordimento prodotto da quella rivelazione, la Rosa sfuggì alle otto braccia che la trattenevano, e tornò al suo lavoro.
Questa volta sì che lo stupore fu grande! Esistevano un fratello del babbo, ed un suo figliolo! Dunque essi avevano un cugino! I ragazzi perdettero la parola dalla stupefazione, ed invece di correre tutti in sala da pranzo dietro la stiratora, come non avrebbero mancato di fare in tuttaltra circostanza, rimasero aggruppati sulluscio della cucina a fare delle congetture, a parlare tutti insieme, finchè la cuoca li chiamò perchè aiutassero a preparare la tavola, mentre la Maria stava ancora domandando a tutti «se un cugino che non si è mai visto resta cugino egualmente» senza aver ottenuto una risposta che schiarisse il suo dubbio.
Di solito a pranzo il babbo domandava:Cosa cè stato di nuovo alla scuola? Ed i ragazzi cominciavano a raccontare, si animavano, parlavano forte, ridevano o si bisticciavano; e, ad ogni modo, il signor Dogliani poteva tacere e pensare a tuttaltro, senza che per questo regnasse nel desinare di famiglia quel silenzio glaciale, che toglie lappetito e fa cattivo sangue. Ma quel giorno non la fece la domanda che dava la stura alle chiacchiere. Di certo aveva udita la famosa nuova di Vincenzo, e non voleva che se ne riparlasse.
Fu un pranzo silenzioso, sbrigato alla lesta; e subito dopo il signor Dogliani uscì.
Si può figurarsi con che furia i ragazzi si precipitarono in cucina intorno alla Rosa che finiva di mangiare, per farle dire di quello zio e di quel cugino.
Sì; il vostro babbo aveva un fratello, disse la Rosa; ed erano venuti su insieme come voialtri, e, da uomini fatti, vivevano ancora uniti. Possedevano questa casa in Santhià, ed un po di terreno che non bastava a farli vivere. Quellaltro, il signor Teodoro, faceva dei grandi affittamenti di prati e risaie; e vostro padre dirigeva i lavori, teneva i conti, badava al raccolto, alle vendite. Così gli interessi comuni prosperavano. Ma quando tutti e due pigliarono moglie quasi nello stesso tempo, dovettero separarsi. Allora il babbo si tenne la casa; al signor Teodoro toccarono quei pochi fondi di famiglia; e ciascuno tirò via ad affittar terreni ed a farli fruttare per suo conto. Questo fratello qui era di umore tranquillo, pensava a lungo prima di fare una cosa, e non la faceva se non la credeva buona; e la vostra povera mamma era una donnina di casa, modesta, che lavorava dalla mattina alla sera. Quegli altri invece, se il marito era allegro e sbadato e temerario, la moglie lo era due volte tanto. «Se si facesse quellaffidamento di diecimila lire?» diceva lui. «Facciamolo anche di quindicimila», diceva la moglie. E, conchiuso il contratto, badavano a raccogliere i frutti del terreno, ma punto punto a pagare laffitto; ed a fine danno i raccolti erano goduti, quattrini non ne restavano, bisognava ricorrere ai mezzi rovinosi, ipotecare quei pochi fondi che erano rimasti dalleredità paterna, vendere. Poi, appena avevano ripiegato alla meglio, non pensavano più a malinconie, e ripigliavano la loro vita allegra. Cerano sempre frotte di signori di Vercelli invitati in casa loro, e pranzi e cene che era una baldoria, e viaggi ad ogni tratto.
I bambini stavano a sentire esterrefatti quelle narrazioni che parevano una fola, e tratto tratto scambiavano tra loro degli sguardi che esprimevano una grande ammirazione per quello zio splendido e giocondo. La stiratora continuò:
Bisogna anche dire che qui voialtri venivate al mondo in fretta e in furia, uno sulle calcagna dellaltro, come fate ora quando correte per la casa, e la vostra mamma, buonanima, non aveva tempo duscir dalluscio; mentre laggiù cera un solo bambino, un po infermiccio che stava seduto in una carriola, e non dava da fare a nessuno.
Era quello lì della mia scuola? domandò Vincenzo che non poteva figurarsi quel ragazzo tanto lungo, seduto in una carriola da bimbo infermiccio.
Era quello, rispose la Rosa. Lo avevano chiamato Vincenzo, come te, dal nome di vostro nonno. Come fu, come non fu, un bel giorno capitarono qui il signor Teodoro e la moglie, che non ci venivano mai, e presero il padrone alle strette, là nella stanza da pranzo, e gli fecero una scenata, che li sentivo esclamare e piangere fin fuori dalluscio chiuso. Il fatto era questo: che il signor Teodoro, con quella smania di far le cose in grande, e di guadagnare grandi somme, si era arrischiato in una speculazione con un negoziante di Vercelli, aveva sottoscritto delle carte per avere denaro in prestito; poi era venuto il tempo di pagare; le carte erano lì che parlavano chiaro, e lui non aveva quattrini. E non cera modo di uscirne: o pagare, o fallire.
Che cosè fallire? domandarono i ragazzi.
È un imbroglio da negozianti che non mi riesce di spiegarvi. Tanto non capireste. Ma di certo non è una cosa buona, tuttaltro. E qui il padrone strepitava «che non avesse ad accadere quella vergogna, che anche lui ne avrebbe patito nella riputazione, che un galantuomo non deve fallire....» Poi quando quellaltro parlò chiaro e domandò il denaro a lui, ventimila lire che gli occorrevano entro pochi giorni, il vostro babbo si consultò con la signora, buonanima, e poi rispose:
Senti; queste ventimila lire io e mia moglie le abbiamo messe da parte a forza di lavoro e di economia, perchè abbiamo dei figlioli; chissà quanto ci vorrà a rifar questa somma, seppure la si rifarà mai coi raccolti che non sono più quelli di una volta. Dunque bada a pensarci seriamente; se questo denaro ti può salvare dal fallimento, pazienza, te lo daremo, e sarà quel che Dio vorrà. Ma se devi fallire ad ogni modo, non lo portar via ai nostri poveri bambini, a cui lasci già la vergogna e gli toccherebbe la povertà insieme.
Ma quellaltro giurò per tutti i santi: «che con quei quattrini là, non solo avrebbe accomodato tutti gli affari suoi, ma avrebbe fatto questo e questaltro, e guadagnato il doppio di quella somma, e che lavrebbe restituita coi frutti», e un mondo di promesse alla sua maniera. Qui il babbo non ci credeva a tutte quelle grandezze, perchè sapeva che testa aveva suo fratello; ma disse alla signora:
Questo gli risparmierà il fallimento; cosa vuoi farci? ci va del nostro onore.
E lei rispose:
Ma sì; se è necessario daglieli pure, e qualche santo provvederà.
E gli diedero le ventimila lire per salvare la loro riputazione di gente onesta.
Ma non salvarono nulla, perchè il signor Teodoro, quandebbe i denari in mano, pensò a fare delle grandi speculazioni in America, e scappò laggiù lasciando qui tutti debiti. A Santhià non si parlava daltro, e qui in casa si è fatto un gran piangere ed un gran vergognarsi. Dallora vostro padre, che era già sempre di poche parole, si è fatto così silenzioso, ed è divenuto più solitario e scontroso che non era prima; perchè gli pareva che la gente nel vederlo dicesse: «Eccolo il fratello del fallito». Dio, se ci ha patito! E la vostra povera mamma,io le ho sapute da lei tutte queste cose, che mi voleva bene, e mi diceva tutto per isfogarsi,non fu più lei dopo quel gran cruccio, e per la pena di veder suo marito umiliato a quel modo; si può dire che è stato quello il principio della sua malattia, povera donna, che Dio labbia in gloria. Ora sono due anni che il signor Teodoro è tornato dallAmerica con quel figliolino, che sè rinforzato un po; la moglie gli è morta laggiù in mezzo ai selvaggi; e lui ha girato un po a Vercelli, un po a Chivasso, un po a Torino, ha finito di consumare quei pochi quattrini che aveva, ed ora è venuto a Santhià, e vorrebbe che il fratello si rimettesse a far interessi comuni con lui. Glielo ha fatto dire da varie persone, ma il babbo ha risposto che lui fa conto di non aver fratelli, dacchè quello che aveva non è più degno di portare il suo nome, per la cattiva azione che ha fatta. Dice che è stato il disonore della famiglia e la rovina de suoi figli, e non vuol sentirne parlare. Ecco. Dunque, tu, Vincenzo, bada a non venir più fuori colla tua novità del ragazzo nuovo, che ha il nome eguale al tuo, perchè gli fai dispiacere, al babbo. Questa mattina tha udito; ho visto io che il giornale gli si è messo a tremare nelle mani.
Vincenzo e le due sorelle maggiori avevano ascoltato con grande attenzione e curiosità quella lunga chiacchierata, e la prolungarono ancora con molte domande sui particolari, mentre la piccola Maria dormiva placidamente, colle braccia incrociate sulla tavola ed il capino sulle braccia.
Da quel giorno il nuovo Vincenzo Dogliani, quel personaggio di cui non si poteva parlare ad alta voce, e che aveva una storia, divenne, nella immaginazione de suoi cugini, una specie di eroe da romanzo. Lo chiamavano Vicenzino per distinguerlo dal primo Vincenzo, ed appena questi tornava dalla scuola, le sorelline, curiose di qualsiasi informazioni sul cuginetto, domandavano:
E Vicenzino?
Vincenzo dal canto suo era sempre pronto a darne notizie.
Il suo compito è stato il più bello della scuola, Ha avuto nove in geografia. Questaltro mese avrà la medaglia...
Ma le ragazze preferivano altri particolari meno scolastici. Volevano sapere se era bello, e quanto era alto, e dove abitava, e se il suo babbo non lo accompagnava alla scuola; e, soprattutto, una domanda ripetevano ansiosamente ogni giorno:
Non gli hai parlato?
Sgraziatamente ci volle del tempo avanti che Vincenzo potesse rispondere di sì. Vicenzino si teneva in disparte, ed evitava studiatamente il cugino. Egli conosceva i rapporti di parentela che univano le due famiglie, e le cause che le avevano disunite.
Aveva poco più di dodici anni, ma era un fanciullo riflessivo, e la sua intelligenza si era sviluppata presto, grazie alla vita avventurosa che gli era toccata. Aveva veduto da piccino il babbo e la mamma godersela in continui spassi, poi piangere e smaniare perchè avevano speso troppo. Poi, a cinque anni, era stato trasportato a Genova, e di là sopra un bastimento; e, durante il lungo tragitto, aveva udito suo padre parlare con esaltazione del dono generoso del fratello, e dei disegni di speculazioni che faceva lui per far fruttare quel danaro, il quale doveva essere la sua salvezza e la sua fortuna.
Poi, laggiù in America, erano tornati i mali giorni, i debiti, i guai, e si erano scritte lettere al fratello di Santhià sperando da lui altri soccorsi. E per quanto, vedendo che le sue lettere rimanevano senza risposta ed i soccorsi non giungevano, il signor Teodoro, dimentico del beneficio ricevuto, accusasse il fratello di avarizia e di non aver cuore, Vicenzino si ricordava quanto aveva udito prima, ed il sacrificio che lo zio aveva fatto per loro, e capiva dovera la ragione e dove il torto. In America avevano cominciato dallo stringere molte relazioni nella colonia europea; dal dar pranzi e serate, dal fare i gran signori. Il signor Teodoro diceva che questo acquistava credito; e così le ventimila lire erano sfumate, e dietro quelle erano sfumati anche i nuovi amici. E quando Vicenzino aveva veduto la sua casa nella miseria, e più tardi la mamma, che non era più elegante nè bella, deperire ogni giorno senza nessuno che lassistesse, aveva pensato spesso a quei parenti di Santhià che non aveva mai veduti, ma che dovevano esser buoni perchè avevano dato tutto il loro avere al suo babbo in un giorno di sventura. Poi aveva pensato, perchè mai non li aveva conosciuti quei parenti; perchè mai il suo babbo e la sua mamma non li frequentavano affatto quando erano nella prosperità, o, almeno, quando se la spassavano? E perchè avevano ricorso a loro quando serano trovati in quel gran guaio ed abbandonati da tutti? Lo sapevano dunque che quelli erano più buoni di tutti? Che erano capaci di perdonare il loro lungo abbandono, la loro noncuranza, e di fare del bene senza badare al proprio risentimento, soltanto perchè gli altri ne avevano bisogno e perchè era bene? Aveva pensato tutto questo il piccolo Vicenzino; ed il suo cuoricino di bimbo si struggeva di tenerezza per quegli zii che avevano soccorso il suo babbo.
Dacchè aveva cominciato a ragionare, il suo babbo era stato lamore, la gioia ed il cruccio della sua giovane vita. Mentre la sua mente precoce vedeva e riconosceva i torti di quelluomo, il suo cuore ne era affascinato. La madre non lo aveva mai vezzeggiato molto; il suo amor proprio di bella donna non era lusingato dallaspetto malaticcio di quel bimbo, che fino ai cinque anni era stato quasi incapace di camminare; e quando il bimbo, un po rinvigorito, aveva cominciato a crescere, a muoversi come gli altri, e ad essere ammirato per la sua bellezza gracile ed un po effeminata, la povera donna era già tanto ammalata che non prendeva più interesse a nulla.
Il padre invece, dacchè suo figlio aveva sviluppata quella gentile ed esile persona, che gli dava laria dun piccolo principe, dacchè quel volto bianco, quegli occhi turchini, quei lineamenti delicati avevano perduta lespressione penosa della sofferenza, andava superbo della bellezza del fanciullo; lo chiamava «il suo arcangelo biondo», si gloriava di lui come si era gloriato della moglie quando questa era stata oggetto dellammirazione di tutti, più per vanità che per intensità daffetto. Il signor Teodoro aveva sempre bisogno di insuperbirsi di qualche cosa, di vantare una superiorità qualsiasi. Altre volte era andato superbo del suo lusso, della vita signorile che menava, del denaro che spendeva. Ora di denaro non ne aveva più, ma gli erano rimaste le idee grandiose, alle quali credeva in buona fede: immaginava delle speculazioni impossibili, dei grandi affittamenti di terreni da pagarsi dopo il primo raccolto, che, ben inteso, doveva essere abbondantissimo, e diceva:
Lasciate soltanto chio abbia concluso questo contratto, e poi vedrete come farò presto a rifarmi un patrimonio. Pago tanto, raccolgo tanto; mi resta tanto di guadagno; e lanno venturo con questa somma in commercio posso cavarne tanto...
Era la storia della donna dal paniere dova.
E le sue ricchezze avvenire, dacchè nè lui nè la moglie non erano più giovani, le destinava a far brillare suo figlio.
Ti metterò nel primo collegio dAmerica; ne uscirai con uneducazione da principe; e quando ti condurrò in Italia ti saranno aperte tutte le vie. Ti faranno deputato, senatore, ministro....
Si eccitava a quelle idee magnifiche e vane; rizzava orgogliosamente il capo, simpettiva, gli brillavano gli occhi e si sentiva veramente felice, come se quei sogni fossero già avverati, ed egli fosse già il padre fortunato del primo diplomatico dItalia.
Se per caso si trovava in possesso di una piccola somma, trascurava di pagare i debiti, di comperare le cose più necessarie, per portare un abito o un berretto nuovo a Vicenzino.
Voglio che tu figuri bene, gli diceva contemplandolo; hai un grande avvenire, ma per raggiungerlo è necessario salvare le apparenze. Il mondo è leggiero, e ci bada molto alle apparenze. Voglio che tammirino fin dora, e che questi americani capiscano che non sei un ragazzo comune.
Vicenzino si sentiva intenerito da quelle dimostrazioni, e non osava respingere i doni del padre per timore di affliggerlo. Pensava: «Povero babbo, mi vuol tanto bene che fa delle pazzie per me». Ed adorava quel padre puerile come un gran fanciullone ingenuo, che ha bisogno di molta indulgenza. Specialmente dopo la morte di sua madre aveva riportato su quellunico parente tutto laffetto del suo cuore.
Avrebbe voluto poter consacrare al suo idolo una stima pari allamore. Ma non poteva dimenticare il fatto delle ventimila lire.
Quando poi era tornato in Italia, quel pensiero aveva preso a tormentarlo come un incubo. Gli pareva che tutti conoscessero lingratitudine di suo padre, la sua slealtà, e che lo disprezzassero; ed egli si sentiva umiliato, e soffriva dolorosamente di quel disprezzo. Uscendo nella strada col babbo, gli parlava con atti di devozione, tratto tratto gli baciava la mano, come per dire alla gente: «Vedete come lo onoro, io che lo conosco davvicino?» Reagiva contro il giudizio del pubblico, che in fondo era anche il suo, e pretendeva di modificarlo.
Ma quelli che lo intimidivano di più, erano i suoi parenti sconosciuti. Si figurava la casa da dove erano uscite le ventimila lire indimenticabili, come il tempio di tutte le virtù, e lo zio, grande e terribile come il Padre Eterno nella sua giustizia offesa, lo faceva tremare.
Suo padre invece, nella sua inesauribile vanità, non avendo altro di cui far pompa pel momento, faceva pompa di quel fratello stimato e ricco. Gli attribuiva un patrimonio immaginario, e diceva ai vicini di casa:
Conoscete il signor Anselmo Dogliani, quel riccone?.... Non sembra, perchè è modesto, ma se ne ha di quattrini! Io lo so perchè sono suo fratello.
Gli operai che abitavano lumile casamento in cui sera alloggiato lui, non la sapevano tanto lunga; per loro chiunque non lavorava a giornata era un signore, ed ammiravano compiacentemente quellinquilino fanfarone, che aveva una parentela così ricca; tanto, in quelle ore di riposo, non avevano di meglio a fare.
E laltro, lusingato, tirava via a raccontare come un giorno il fratello gli avesse dato ventimila lire (qualche volta diceva trenta, cinquanta) così sulle unghie; e soggiungeva, tronfio come un tacchino che fa la ruota:
Sono passate tutte per queste mani; e ci è passato ben altro! Se ne gloriava; non provava nè riconoscenza pel fratello, nè vergogna di sè. Si sentiva superiore a quei poveri, ed era felice.
Quando Vicenzino era stato alla vigilia dandare alla scuola, gli aveva detto in presenza dei vicini:
Domattina alla scuola troverai tuo cugino, il figlio di mio fratello Anselmo. Si chiama Vincenzo Dogliani come te. È il nome di nostro padre...
Vicenzino si era fatto tutto rosso. Lui, piccino comera, non traeva vanto di quella parentela; si sentiva sulle spalle tutti i torti del padre, e lidea di trovarsi in faccia al cugino lo faceva piangere di vergogna.
Appena entrato nella scuola aveva cercato ansiosamente di indovinare qualera il figlio di suo zio; ma non aveva osato domandarne a nessuno.
Poi lo aveva veduto vestito da prete, e questo aumentava la sua suggezione. Quel costume eccezionale formava lorgoglio di Vincenzo e lammirazione de suoi compagni. Quei riccoli provinciali di Santhià consideravano il neo chierico come un ragazzo serbato ad alti destini. Sapevano che aveva avuto un pro-zio arcivescovo, dal quale proveniva il benefizio ereditario nella sua famiglia; e ripensavano il piviale doro e la mitra dellarcivescovo di Vercelli, che era stato lanno innanzi a Santhià per amministrare la cresima. Si figuravano di vedere Vincenzo vestito a quel modo, in mezzo ad una nuvola dincenso, sotto un baldacchino bianco ed oro, con tanti preti intorno, andare in giro pian piano per la chiesa, dando degli schiaffettini con due dita sulle guancie arrossate dei bimbi, e susurrando delle parole latine. Di certo non poteva essere un ragazzo come gli altri, uno che doveva arrivare a codesto, ed i suoi compagni avevano per lui un certo rispetto.
Vicenzino si sentì addirittura avvilito da quella futura autorità ecclesiastica. Gli parve che Vincenzo fosse prete apposta, per presentare i torti di suo padre al tribunale divino. Si rannicchiò, si rimpicciolì nel suo angolo remoto da ultimo venuto, ed evitò persino di guardare il cugino, e se ne tenne lontano come un reprobo dallaltare. Gli pareva ad ogni momento di vederselo venire innanzi a chiamarlo «figlio dun ingrato». Nella sua mente paragonava i due fratelli Dogliani ad Abele e Caino, e tremava di vergogna e di spavento.
Invece Vincenzo, che ammirava il parente sconosciuto, per quanto cera di meraviglioso nella sua storia di grandezza, e di miseria, e di emigrazione in paesi lontani, era anche lui in suggezione e non osava avvicinarlo. E Vicenzino, interpretando anche questo a suo modo, pensava: «Ecco, mi sfugge; suo padre gli ha proibito di parlarmi». E non ebbe neppure un momento lidea temeraria di opporsi a quel giusto divieto. Continuò a stare in disparte, a non parlare, a non giocare con nessuno.
Studiava; lo faceva per inclinazione, e per diventare un granduomo, come diceva suo padre. Aveva un ideale, un ideale serio e senza azzurro, ben differente dagli ideali fantastici dei fanciulli; un ideale prosaico da uomo venale: «Guadagnare ventimila lire».
Vincenzo non amava il latino. Quella lingua morta non voleva entrargli nella testa. Appena usciva di classe sentiva il bisogno di darsi movimento, di gridare, di reagire in tutti i modi a quella quiete opprimente. Lidea del cómpito lo crucciava, ed egli rimandava a più tardi lingrato dovere; e quando per forza ci si metteva, aveva tardato tanto che non cera più tempo per tutto, e lasciava indietro il lavoro latino, il più lungo e difficile.
Più volte il signor Anselmo Dogliani aveva ricevuto delle lagnanze dai maestri per la negligenza del figlio appunto nel latino, senza il quale la carriera ecclesiastica non era possibile. Egli lo aveva ammonito severamente, e lo trattava con sussiego, sebbene passasse poi le notti a vegliarlo, quando, nelle lunghe e gloriose battaglie a palle di neve coi compagni, si buscava delle tossi, che minacciavano di schiantargli il suo petto robusto.
Lungo linverno Vincenzo pensava: «Avrò tempo a studiare questa primavera, quando le giornate saranno più lunghe...» Ma nella primavera la campagna era bella, ed era un piacere andare in giro. Per studiare cera tempo gli ultimi mesi...
Un giorno il signor Dogliani gli disse:
Se questanno non passi gli esami, debbo toglierti la sottana, e si perde il benefizio, che omai è la nostra sola ricchezza. Queste sono le consolazioni che mi dai.
E cera una tale sfiducia e tanta amarezza in quelle parole, che Vincenzo se ne sentiva annientato; lui che aveva creduto di poter essere il sostegno della famiglia. Avrebbe dato Dio sa che cosa per poter tornare indietro al principio dellanno, e incominciare lannata in tuttaltro modo, studiando un poco ogni giorno...
Venne il termine dellanno scolastico; tutti gli altri esami andarono così così, tanto da passar la classe. Ma quando Vincenzo si trovò alle prese colla traduzione latina si sentì perduto. Vide svanire la sua veste da prete, si vide con vergogna ridivenuto un semplice fanciullo come gli altri, in pantaloni e giubba, senza la menoma speranza di piviale e mitra doro.
Ed il babbo, che era tanto afflitto pel benefizio perduto! Quel benefizio di certo era una ricchezza, Vincenzo non aveva idea di quanto fruttasse; ma gli pareva qualche cosa come le ventimila lire portate via dallo zio dAmerica. Dacchè era al mondo aveva sempre udito parlare di quel benefizio. Molte volte gli era venuto allorecchio questo discorso, che laveva fatto palpitare dorgoglio: «Se le ragazze non troveranno marito perchè non hanno dote, avranno sempre il fratello prete, e non mancheranno di nulla». Gli era sembrato desserci già, grande e maestoso, nella sua bella casa parrocchiale, e di atteggiarsi da sovrano magnifico e generoso, raccogliendo le sorelle sotto la sua protezione: «Venite qui tutte. Io provvedo». Ed invece, là, nella sala degli esami, doveva convincersi che egli non sarebbe mai il fratello prete, dacchè non potrebbe entrare in seminario; che non potrebbe mai far nulla pel babbo e per le sorelle, e che sarebbe sempre considerato nullo come lo era stato fin allora.
Mentre questi pensieri passavano lun dietro laltro, lenti e neri come un funerale, nella mente di Vincenzo, il tempo concesso al cómpito latino scorreva, e sulla pagina bianca non cerano che delle lagrime che gonfiavano in vari punti il foglio. Man mano che uno scolaro piegava il lavoro, lo consegnava allassistente e se ne andava, Vincenzo si sentiva più scoraggiato, come se le sue insegne ecclesiastiche fossero uscite dalluscio ad una ad una dietro quei ragazzi. Pensava:
Ecco, quando saranno andati via tutti, e resterò qui solo, dovrò dire che non lo so fare il cómpito, ed allora, addio benefizio. Dovrò tornare a casa con questa nuova.
Sera già fatto un gran vuoto intorno a lui. Non cerano più in classe che sei o sette scolari di poca vaglia, assai lontani luno dallaltro. Ora che la vigilanza dellassistente cominciava a stancarsi e sarebbe stato più facile eluderla, Vincenzo non poteva più domandare aiuto a nessuno, perchè i suoi vicini erano tutti usciti, ed era solo nel banco.
Stava col gomito sinistro sul banco ed il capo appoggiato alla mano, mentre colla destra teneva la penna sulla carta nellatto di scrivere; ma non scriveva. Aveva gli occhi fissi in terra tra il sedile ed il banco, e piangeva in silenzio.
Ad un tratto, di sotto al sedile, vide sorgere una mano con un fogliolino piegato, e posarglielo sulle ginocchia. Vincenzo era troppo avvezzo alle gherminelle di scuola per non capire allistante. Quel fogliolino era la traduzione latina, la sua salvezza, la sua veste da prete, il seminario, il benefizio, la ricchezza della sua famiglia. La gioia lo invase, gli diede un tremito per tutte le membra, un calore ardente alle guancie. Ma non gridò, seppe frenarsi. Prese il foglio, lo spiegò pian piano in grembo colla mano destra, senza togliere il gomito dal banco, senza muovere il capo. Poi ripigliò la penna, e, sempre nello stesso atteggiamento, si mise a ricopiare febbrilmente il cómpito che gli era piovuto belle fatto dal cielo, fremente di veder scorrere i minuti, ansioso di arrivare alla fine.
Aveva appena scritte poche parole, quando lassistente disse parlando al fondo della classe dietro a lui:
Dogliani Vincenzo, laggiù; cosa fai sotto il banco?
Ho raccolto il foglio che mera caduto...... rispose colla voce turbata Vicenzino. E, consegnata la sua pagina, uscì tutto rosso in viso, senza guardare il cugino. Ma questi non ignorava più da che parte gli era venuto quel soccorso.
Vicenzino fece la strada di corsa. Nelleccitazione della mente, col cuore che gli sussultava, non avrebbe potuto camminare adagio. Se non aveva del tutto raggiunto un ideale lungamente vagheggiato, lo aveva avvicinato assai, ed aveva intraveduta la possibilità di raggiungerlo.
Dacchè aveva conosciuto Vincenzo, il rimpianto per la vecchia rugine di famiglia che lo avviliva in faccia al cugino, era diventato un tormento pel suo cuore. Oh, se avesse potuto riparare quel passato! Vedersi stendere la mano da quei parenti! Entrare in quella casa! Se avesse potuto diventare lamico di Vincenzo!
Tutto lanno la sua immaginazione aveva divagato intorno a quellaspirazione, che si andava facendo più intensa, a misura che il tempo passava lasciandola insoddisfatta. Fantasticava delle scene drammatiche in cui egli con atti eroici salvava la vita a Vincenzo: poi scene tenere che lo commovevano fino al pianto. Altre volte erano idillî buffi coi quali blandiva dolcemente la sua manía. Pensava di uscire solo, di notte, di andare sotto le finestre di Vincenzo e di cantare una serenata che aveva udito in teatro:
«Bella siccome un angelo
«Ti vidi e tadorai...
Diceva bello invece di bella, e cantava con una voce un po falsa ed ineguale da adolescente, ma che prometteva di diventare una bella voce di tenore, e che possedeva un accento di passione assai raro nei tenori da teatro.
Copiava nei libri che gli capitavano sotto mano dei brani declamatorî sullamicizia, e li raccoglieva in un taccuino, dedicandoli nel segreto del suo cuore a Vincenzo.
Finalmente gli esami gli avevano fornito il mezzo di dare una prova del suo affetto al cugino. Era un mezzo poco drammatico, ma di una tale utilità, che Vincenzo lapprezzò altamente.
Non salì nelle nuvole come il sentimentale Vicenzino; però, appena copiata la famosa traduzione latina, corse fuori dalla scuola, impaziente di saltare al collo del suo salvatore per ringraziarlo. Ma Vicenzino non lo aveva aspettato. Egli non isperava dei ringraziamenti. Al confronto delle gesta eroiche che aveva sognate di compiere per Vincenzo, quanto aveva fatto gli pareva troppo piccola cosa. Ma era felice ad ogni modo di essersi creato un rapporto con lui, ed era corso via per la campagna, per deliziarsi con una delle sue visioni, non più fantastica ed inverosimile, ma rievocata dal vero in tutti i suoi particolari: le lagrime silenziose di Vincenzo che sgocciolavano sul foglio bianco, lo sforzo fatto da lui, Vicenzino, per avvicinarlo senza essere veduto dallassistente, ed il turbamento e la passione che aveva posta nel compiere quellatto tanto comune nelle scuole, dove è considerato semplicemente una burla ai maestri.
In casa Dogliani fu un gran chiacchierare dei ragazzi sul bel tratto di Vicenzino, e le cuginette lo ammirarono molto.
A pranzo il signor Anselmo domandò a Vincenzo con piglio severo:
E così? lesame di latino?... e crollò il capo come per dire che non ne sperava nulla.
Lho fatto bene! gridò Vincenzo con uno scoppio di voce. Tutta la pagina senza un errore..... E gesticolava pavoneggiandosi come se credesse realmente di averlo fatto lui quel lavoro.
Oh! Oh! esclamò il babbo. Dio ti benedica, figlio mio. Dio ti benedica! E mise un gran sospiro di sollievo, e si rasserenò tutto, poi stese la mano traverso la tavola, e disse:
Via, diamoci una buona stretta di mano come due amici. Ti avevo giudicato male, ma vedo che non vuoi affliggermi. Ti ringrazio di questa buona nuova.
Vincenzo mise la sua mano in quella del babbo, e scoppiò in un pianto dirotto. Era il rimorso, ridestato dalla tenerezza di quelle parole, che lo faceva piangere. Ma pochi minuti dopo non ci pensava più, e, felice di aver contentato il babbo, guardava le sorelline con orgoglio, dallalto della sua gloria.
Finito il pranzo, tornò ad uscire in cerca di Vicenzino; ma quello strano ragazzo non si lasciò vedere, ed egli portò in giro per tutto il paese la sua riconoscenza, a rischio di farla raffreddare. Fu soltanto pochi giorni dopo che lo incontrò.
Vincenzo sera fermato a confabulare in istrada con alcuni compagni per uno spasso che dovevano pigliarsi la mattina seguente, quando vide passare Vicenzino, che sera fatto rosso al vederlo e camminava lesto lesto, come se non lo avesse riconosciuto.
Oooh! Vicenzinooo!... strillò Vincenzo con quanta voce aveva in corpo, e rialzando la sottana, e lasciando cadere in terra il largo cappello da prete, raggiunse di corsa il cugino, gli buttò le braccia sulle spalle per obbligarlo a voltarsi, e gli disse tutto eccitato:
Anche tu verrai a cercar fanghi con noi domani. È bello, sai, ci si diverte tanto...
E rivolgendosi ai compagni che lavevano seguito da lontano, gridò:
Verrà anche lui! Voglio che venga perchè è mio cugino, e mio amico... e perchè... perchè...
Non lo potè dire il perchè. Gli pareva che gli altri dovessero burlarsi di lui, se sapevano che faceva tanto caso di quellavvenimento scolastico. Si voltò invece a guardare Vicenzino e soggiunse:
Lo sappiamo noi il perchè. E, dandogli unaltra stretta alle spalle, lo fece girare due volte intorno a sè, in segno di tenerezza, poi lo piantò là, corse a pigliare il suo cappello e se ne andò, gridando da lontano:
Ricordati, Vicenzino! Domattina alle sei, qui, sulla piazza.
Vicenzino fu puntuale come un innamorato, e da quel giorno i due fanciulli furono inseparabili. Vincenzo inventava ogni sorta di chiassate per quegli ultimi mesi che gli rimanevano di libertà, si ubbriacava dallegria, di rumori, di giochi; correva fino a perdere il fiato, faceva salti da rompersi il collo, metteva grida da schiantarsi il petto, ed era felice.
Vicenzino lo seguiva dovunque assorto nella gioia di aver raggiunto il suo ideale. Avrebbe voluto Vincenzo più quieto, più esclusivamente suo. La brigata dei compagni, che si tirava sempre dietro, lo manteneva così distratto, che non poteva fissarsi sopra unidea, e la continua eccitazione dei giochi che lo attraevano, paralizzava la sua immaginazione ed il suo cuore. Non era possibile ottenere da lui un discorso intimo, una confidenza, uno sfogo despansione. Era troppo divagato. Ma tuttavia era là accanto a Vicenzino; tratto tratto gli saltava al collo o gli dava un urtone, non erano più estranei luno allaltro, si davano del tu...
Tutti e due pensavano qualche volta al seminario, che doveva separarli. Vincenzo ne parlava con orgoglio. Il seminario era il primo passo verso la sua futura grandezza.
Quando dirò la prima messa, diceva, si farà una gran festa. Il babbo darà un pranzo magnifico, perchè il benefizio è mio. Tu mi scriverai un sonetto apposta, ed il municipio farà i fuochi dartificio...
Vicenzino lo ascoltava con deferenza, poi gli domandava dolcemente:
Mi scriverai quando sarai in seminario? E si consolava un poco della loro prossima separazione, riflettendo che, nelle lettere, avrebbe osato meglio esprimere tutta la sua tenerezza, domandare un equo ricambio di quellamicizia che sentiva con tanta intensità, e che Vincenzo pigliava un po troppo alla leggera.
Tutto questo accadeva nellautunno del 1859. Ai primi di novembre Vincenzo, che aveva appena compiti i tredici anni, partì da Santhià per andare in seminario a Novara.
Il benefizio, legato alla famiglia Dogliani da uno zio arcivescovo di Vercelli, non era molto grasso. Era un capitale di trentamila lire investite nella casetta abitata dal signor Anselmo ed in un fondo che egli coltivava con ogni cura per cavarne il maggior frutto possibile.
Nei piccoli paesi si vive con poco, e quel fondo e un altro dellegual misura allincirca, che il signor Dogliani prendeva in affitto, gli fornivano unentrata magra, ma sufficiente per vivere co suoi quattro figliuoli.
Aveva indugiato a mettere Vincenzo in seminario finchè non avesse passate tutte le classi che poteva fare in paese, dove cera un ginnasio di terza classe per tardare quanto più era possibile ad aggravare il bilancio di famiglia con quella pensione.
Lavversione che Vincenzo aveva sempre dimostrata pel latino aveva tenuto in pensiero il signor Anselmo tutti quegli anni. Se suo figlio fosse fallito agli esami, se fosse stato dichiarato assolutamente inabile a quello studio, avrebbe dovuto rinunciare a fargli percorrere la carriera ecclesiastica, e per conseguenza al benefizio; e la famiglia sarebbe rimasta senzaltro mezzo di sussistenza che il lavoro di lui, già avanti negli anni, che poteva mancare da un giorno allaltro e lasciare i figli nella miseria.
Per tutte queste considerazioni la buona riuscita dellesame aveva assunta tanta importanza, ed aveva disposto lanimo del padre ad una gran deferenza per quel fanciullo, che considerava come il sostegno della casa e delle bambine.
Nella quiete del seminario Vincenzo si propose di lavorare seriamente per non deludere le aspettative di suo padre, che aveva riposta tanta fiducia in lui. Lintelligenza non gli mancava, e meno libero, meno distratto, fra condiscepoli già avvezzi alla disciplina della comunità, che giuocavano poco e studiavano seriamente, potè egli pure applicarsi con ardore a vincere le difficoltà dello studio. Non riescì mai a distinguersi fra i primi della scuola, ma superò danno in anno gli esami, e, compiuti gli studi liceali, ricevette gli ordini minori, e fu ammesso al primo corso di teologia.
Fin dai primi mesi della loro separazione, Vicenzino aveva cominciato a scrivergli, e quelle lettere, giungendogli nella lontananza di tutti i suoi, nel raccoglimento di una vita uniforme e quieta, gli avevano risvegliata la fantasia. Quelle proposte damicizia fervente ed eroica lo avevano appassionato, ed egli aveva riposto in quellaffetto tutto lardore che metteva prima nei giochi e nei piaceri. Si erano scambiati giuramenti di completa fiducia, e di reciproco aiuto, a costo di qualunque sacrificio.
Anche Vicenzino aveva lasciato quasi subito Santhià. Suo padre era riescito a collocarsi come fattore in un tenimento signorile presso Vercelli, dove mandava a scuola il figlio per fargli continuare gli studi liceali, dopo i quali intendeva che andasse a Torino allUniversità, e prendesse una laurea. Era la sua ambizione, ed in essa aveva attinto il coraggio di cercare un impiego e di adattarvisi, il che gli costava non lieve sacrifizio, sebbene lo avesse ridotto ad una specie di sinecura. Si consolava facendola da despota e signore coi contadini suoi dipendenti. Intanto il fanciullo, intelligente ed amante dello studio, faceva progressi meravigliosi.
Così i due giovani amici erano giunti uno a diciotto, laltro a dicianove anni, senza essersi più riveduti. Nellinverno del 1864 Vincenzo trovò nella biblioteca del seminario, fra i libri che era permesso agli alunni di leggere: Il primato morale e civile deglItaliani, di Gioberti. E, dopo avere scorse le prime pagine con fatica, si era venuto via via interessando a quella lettura, che gli aveva ravvivato nel cuore il sentimento patriottico fino allora latente. Provò un vivissimo desiderio di saperne di più, e, non trovando altre opere di quel genere, ne domandò ad un compagno, il quale poteva avere dei libri per mezzo di un fratello, che glieli consegnava di nascosto nelle visite domenicali. Cosi lesse Le speranze dItalia, del Balbo. E quelle vecchie speranze, in gran parte conseguite, gli fecero palpitare il cuore. Ripensò quellimmenso passaggio di soldati francesi che aveva veduti nel 59. Suo padre, con una coccarda tricolore sul cappello, lo aveva condotto a Vercelli, dove, in piedi sopra un tavolino da caffè, aveva veduto per ore ed ore sfilare soldati e baionette, ed aveva udito gridare: «Viva lItalia! Viva lItalia!» Anche lui aveva gridato colla sua esile vocina da fanciullo, ed i soldati si erano messi a ridere, dicendo: «Le petit prêtre».
Allora non aveva capito gran cosa; ma ora, a diciotto anni, tutto quelle scene gli tornavano in mente, ed il solo ricordo di quelle masse esultanti, di quelle armi, di quelle grida di popolo, lo esaltavano. Dopo le Speranze dItalia lesse una raccolta di poesie patriottiche, del Berchet, del Foscolo, del Manzoni. Imparò a mente i cori del Conte di Carmagnola, e la sera li ripeteva tra sè nel silenzio del dormitorio buio, e si addormentava mormorando con fervore quei canti di guerra. Erano le sue preghiere.
La sua testa si esaltò, il suo sangue giovane cominciò a ribollirgli nelle vene, e le mura del seminario gli parvero una prigione, e la sottana nera gli riescì grave. Passò dei giorni di ansietà crudeli, combattuto tra la smania di correre da suo padre, di gettare la veste ed il tricorno, e di dirgli: «Sono italiano, mi devo alla mia patria, non voglio essere prete», ed il dolore di portare un colpo simile al povero vecchio che aveva fede in lui, e che quella sua risoluzione avrebbe ridotto alla miseria. Non aveva più testa allo studio, evitava i compagni, smaniava, si strappava i capelli, piangeva disperatamente, non scriveva neppure più a Vicenzino, gli pareva dimpazzire. Nelle ore di ricreazione, mentre i piccoli seminaristi giocavano, ed i grandi discorrevano ad alta voce, egli profittava di quel chiasso, che impediva di distinguere i vari suoni, per cantare i vecchi inni del 1848, che si udivano ancora qualche volta nelle campagne del Piemonte. Un giorno fu sorpreso da un assistente mentre strillava con tutta la forza de suoi polmoniVa fuori dItalia, va fuori, o stranier!e fu rinchiuso per castigo in un camerino di penitenza. Dallora confuse lassistente coi tiranni della patria, e quando pensava alla redenzione dItalia, pensava di redimersi dallAustria e da lui.
Circa quel tempo le lettere di Vicenzino cominciarono a farsi meno verbose, meno sentimentali. Aveva realmente qualche cosa da scrivere allamico, unangoscia da confidargli. Suo padre era ammalato. Egli cessò di fantasticare sullamicizia, per descrivere le sofferenze dellinfermo, la tosse, laffanno, le veglie; per riferire i giudizi del medico.
Vincenzo aveva voluto bene a quel parente senza conoscerlo, forse per una certa analogia nei loro caratteri. La sua malattia lo distolse alquanto dai pensieri turbolenti che lo agitavano. Aspettava le nuove dellinfermo con ansietà, ed aveva ripreso a scrivere allamico, per dargli coraggio e dirgli parole di simpatia. Un giorno ricevette un biglietto brevissimo: «Mio padre è morto quasi improvvisamente, quando pareva che cominciasse a star meglio. Sono solo al mondo.»
Erano vicine le feste di Natale. Vincenzo domandò una licenza per andar a passarle in famiglia, e partì, impaziente come Damone accorrente alla salvezza di Pizia.
Prima di andare a Santhià scese a Vercelli, e corse a vedere il cugino nella fattoria dove aveva vissuto quegli ultimi anni con suo padre, e dove laveva perduto. I due fanciulli erano molto cambiati, ma si riconobbero subito. Tutti e due erano cresciuti. Vincenzo era forte, quasi grasso, colorito in volto, ed una folta barba nera, sebbene accuratamente rasa, gli coloriva di una tinta azzurrina le guance ed il mento. Vicenzino invece, più alto del cugino di quasi un palmo, era pallido e magro. I suoi dolci occhi turchini erano abbattuti dalle veglie e dal pianto, ed i capelli biondi, arruffati sulla fronte gli facevano una bella aureola, da arcangelo.
La loro lunga corrispondenza li aveva fatti conoscere così intimamente luno allaltro, che ogni soggezione era scomparsa fra loro, ed al primo vedersi si stesero le braccia, come se, prima di quella separazione, avessero già vissuto molto tempo insieme. Vicenzino pianse lungamente in silenzio, e Vincenzo non cercò di consolarlo. Se lo teneva abbracciato come per fargli sentire che, dopo quel grande amore che aveva perduto, gli restava ancora la sua amicizia; ma non glielo diceva. Vicenzino però sentiva il cambiamento avvenuto nel cugino in quei quattro anni. Lo sentiva egualmente impetuoso, ma espansivo, riflessivo, serio, e questo gli faceva bene. Era lamico che egli aveva sognato.
Sfogato limpeto del dolore, Vincenzo disse:
Vieni con me. E, con quel fare sicuro ed imperioso che gli aveva guadagnata altre volte una facile superiorità sui compagni, gli buttò addosso mantello e cappello, e lo condusse alla stazione di Vercelli, dove presero il treno che doveva condurli a Santhià.
Arrivati in paese si diressero subito verso la casa Dogliani. Erano passate le quattro del pomeriggio, e nevicava; era quasi buio. Quando furono a pochi passi dalla porta videro il signor Anselmo che si avanzava dalla parte opposta.
Babbo, gridò Vincenzo. E la sua voce echeggiò nel silenzio della via deserta. Il signor Dogliani si fermò; rizzò il capo, che teneva chino per ripararsi dal freddo col bavero del mantello, e, vedendo una figura lunga e nera da prete, esclamò stupefatto:
Vincenzo! Sei tu?
Sì, rispose Vincenzo. Vengo a condurti un figlio di più. E spingendo innanzi Vicenzino soggiunse mestamente:
Suo padre è morto.
Il signor Dogliani tremava tutto come côlto da brividi, e non rispondeva, e Vicenzino, mortificato da quel silenzio, vedendosi respinto, fece per andarsene. Ma Vincenzo gli riprese il braccio, poi accostando il volto a quello del padre e parlandogli sommessamente, gli disse:
Siamo amici da anni, e mi ha reso dei servigi....
Ma il signor Anselmo lo interruppe colla voce tanto commossa, che spiegava il suo lungo silenzio:
È figlio di mio fratello, e basta. Poi, accennando la porta di casa colla mano che tremava come una foglia scossa dallaria, disse a Vicenzino:
Entra.
Nella stanza da pranzo le ragazze aspettavano il babbo per mettersi a tavola. LElena aveva quattordici anni, e pareva già una signorina. Le altre due pure erano cresciute, ed avevano gli abiti troppo corti e le gambe troppo lunghe.
Al vedere entrare i due giovani egualmente inaspettati, misero unesclamazione, e balzarono incontro al fratello. Ma il volto pallido del signor Anselmo che comparve subito dietro al figlio, aveva qualche cosa di più grave del solito, che le fece ammutolire. Egli però disse semplicemente alle fanciulle, mettendo una mano sulla spalla di Vicenzino:
Vi conduco un nuovo cugino, lo conoscete?
Sì, risposero le due ragazze maggiori. E quellaffermazione non meravigliò affatto il babbo, che di certo aveva indovinato che da un pezzo le sue figlie prendevano a cuore quel parente. Egli le presentò ad una ad una, dicendo:
Elena, la mia primogenita; Laura, la nostra piccola massaia, e Maria, che ti farà sopportare i suoi capricci, perchè tra tutti labbiamo viziata un pochino.
Fu la sola allusione che fece allinstallamento del nipote in casa sua. Poi tutti si misero a tavola, e la Laura cominciò a scodellare la minestra.
Vincenzo doveva passare dieci giorni a Santhià per cominciare lanno nuovo colla sua famiglia. Ma, malgrado la presenza dei due giovani, la casa era malinconica e silenziosa. Vicenzino aveva il cuore riboccante di riconoscenza, ma sentiva che non avrebbe potuto parlarne senza commoversi, ed evitava quellargomento. Guardava lungamente Vincenzo, ed i suoi occhi si empivano di lagrime. La stessa povertà della casa che lo aveva ospitato lo commoveva. Le ventimila lire date a suo padre acquistavano un valore assai maggiore, dacchè sapeva che il signor Anselmo viveva quasi meschinamente, e la sua ammirazione per quello zio, facendosi più grande, aumentava la sua tristezza per i ricordi del passato.
Anche Vincenzo, con grande stupore delle sue sorelle, parlava poco ed era spesso impensierito. Quando, con una vecchia burla che aveva sempre lusingata la sua vanità, lo chiamavano arcivescovo, non sinsuperbiva più affatto, e con quella cortesia che si usa tra fratelli e sorelle, scoteva le spalle e borbottava: «Stupide».
La Laura, discorrendo collElena di quel cambiamento, diceva:
Non è più tanto vanitoso Vincenzo; si va migliorando.
Ma lElena, che non era assorta nelle faccende di casa, per le quali non aveva gusto, ed aveva più agio di studiare il fratello, rispondeva impensierita:
Chissà che cosabbia, povero Vincenzo!
Una mattina che i due giovani erano usciti a fare una lunga passeggiata sulla neve gelata della strada maestra, incontrarono un gruppo di contadine con dei panieri di ova e pollame, che andavano a vendere a Santhià. Una bella donnona sulla trentina, che camminava davanti a tutte, dondolandosi sui fianchi, guardò arditamente in faccia Vincenzo, poi, ammiccando alle compagne con un riso maligno che le scopriva dei bellissimi denti, susurrò abbastanza forte per essere udita:
Che bel prete!
Le altre risero forte.
Vincenzo si fece rosso, i suoi occhi lampeggiarono di sdegno; mosse un passo innanzi come se volesse attaccar briga; ma subito si frenò, e mormorò con rabbia:
Sciocche! Villane!
Vicenzino, che aveva abbassato gli occhi per pudore, fu meravigliato di quel risentimento, e disse:
Via, non tha detto nulla di male, infine.....
Sono villane, ripetè Vincenzo con denti stretti. Non sanno veder un uomo vestito di nero senza chiamarlo prete.
Ti fanno un onore anticipato, tornò a dire Vicenzino con piglio conciliativo; se non sei ancora prete lo sarai.
Vincenzo stette un po senza rispondere, guardando in terra, poi disse colla voce strozzata:
Già, lo sarò.
Vicenzino si fermò sui due piedi e fissò in volto il cugino. Questi era acceso come una fiamma, teneva gli occhi chini a terra, e si mordeva rabbiosamente le labbra. Vicenzino gli prese le mani e gli domandò con affetto, ma collaccento imperioso di un amico che ha diritto di conoscere i segreti dellamico:
Che coshai?
Vincenzo non rispose e scosse il capo come per dire: «A che serve? È un caso disperato». E due lucciconi, che gli tremavano sugli occhi, caddero come due perle sulle mani congiunte dei due amici.
Non sei contento di far il prete? tornò a domandare Vicenzino.
Saresti contento tu? rispose laltro con uno scoppio di voce che tradì un singhiozzo.
Io non ho la vocazione.
Ed io lho la vocazione? Ho il benefizio; ho il dovere di conservare quella rendita al babbo che è vecchio, alle sorelle che non hanno dote... Eccola la mia vocazione! Debbo sagrificarmi per gli altri; sagrificarmi tutta la vita.
Eri pur contento del tuo stato, prima.... insistè Vicenzino.
Prima ero un ragazzo. Non pensavo neppure daver una patria. Credevo che le guerre si facessero solamente nei libri di Storia. Perchè non avevo mai visto un Tedesco qui, non pensavo che vi sono delle provincie dItalia che essi invadono.....
E raccontò le sue letture, le sue febbri dentusiasmo patriottico, le lagrime divorate in segreto.... Parlava con enfasi, piangeva, tremava tutto ed esclamava disperatamente:
Dovrò rimanere inerte come un vile! Come un vile!
Vicenzino aveva già espresso allamico il suo piano davvenire: compiere da sè in casa quellanno di studi per non obbligare lo zio a pagargli una pensione a Vercelli; poi prendere il diploma di maestro superiore, e collocarsi come insegnante nel ginnasio pareggiato di Santhià per guadagnarsi la vita, durante il tempo che gli mancava ancora prima di essere chiamato alla coscrizione. Ma egli pure aveva sentimenti patriottici e si proponeva, se durante quei tre anni Vittorio Emanuele od altri avessero fatto qualche cosa, di arruolarsi come volontario.
Egli comprese dunque lafflizione di Vincenzo, la sua lotta crudele tra il dovere di figlio e quello di cittadino, e, non vedendo altro mezzo di consolarlo, gli disse:
Chi impedisce ad un prete di battersi quando occorra per la sua patria?
Nulla glielo impedisce nelleccitamento di una crisi politica, nellardore di una battaglia; ma il giorno dopo tornerà ad essere estraneo a tutto quel che si fa pel suo paese; sarà sempre un prete, ed io sento che son nato per essere un soldato. Oh, se non avessi quel benefizio che mi lega...
Se tu fossi cappellano dun reggimento..., del mio reggimento...., disse Vicenzino.
Nella sua desolazione Vincenzo saggrappò a quellidea che gli permetteva di fare una vita attiva, di vivere in caserma, di battersi, di raccogliere i feriti, di assisterli, di conservare alla sua famiglia il benefizio del quale viveva, essendo meno prete ed un po soldato. Ne parlarono a lungo, e Vincenzo, collardore che metteva in ogni cosa, finì collinnamorarsi della sua missione di cappellano, e gli ultimi giorni della sua vacanza apparve animato, eccitato, contento, e partì colla fantasia riscaldata, facendo giurare a Vicenzino di tenerlo informato di quanto si preparerebbe per la liberazione di Venezia, e di chiamarlo al primo sintomo di prossima guerra.
Prima dandare a rinchiudersi, Vincenzo pensò a provvedersi di libri, per isfogare colla lettura, la passione che gli ferveva nel cuore. Comperò i romanzi di Guerrazzi, di Massimo dAzeglio, di Tommaso Grossi, e li lesse e rilesse con lavidità di chi morde un frutto proibito.
Ma, accanto ad ogni maschia figura deroe, egli trovava una dolce figura di donna, il cui nome si confondeva con quello della patria nel pensiero del guerriero innamorato. E, a misura che il tempo passava, il conforto che il povero seminarista aveva trovato nellidea di farsi cappellano di reggimento, prete-soldato, non gli bastava più; tornava a sorgergli nellanima, più ardente di prima, la ribellione contro il suo destino. Alle scene di guerra che avevano turbata la sua fantasia, ora succedevano le scene damore, che la turbavano ben più. Gli bastava di portare lo sguardo sulla tonsura de suoi compagni, per sentirsi tutto ardere di sdegno. Luscire in istrada colla lunga fila dei seminaristi era un supplizio per lui. Gli pareva che gli uomini ridessero nellincontrarlo, e che le donne, nel guardarlo, non arrossissero come arrossivano guardando gli altri giovani della sua età. Si ricordava la contadina rubiconda che sulla strada di Santhià gli aveva detto: «Che bel prete!» E si mordeva i pugni e piangeva di rabbia. Egli non sarebbe mai altro che un bel prete!
Quei due anni, dal sessantaquattro al sessantasei, furono due anni di tortura per lui. La sua veste nera gli era divenuta addirittura odiosa. Non osava confidare a Vicenzino le angoscie segrete che lo agitavano; si vedeva preso inesorabilmente nella fatale alternativa di essere un cattivo prete o un figlio crudele, troppo debole per accettare il sacrificio, troppo buono per liberarsene ad ogni costo.
Intanto Vicenzino viveva nellazzurro di un bel sogno damore. Stando in casa collElena, omai vicina ai quindici anni, bionda, pallida, sentimentale come lui, dal cuore generoso, dalla mente elevata, era venuto a poco a poco a trattarla con intimità fraterna.
La Laura era nata massaia. Trottava tutto il giorno per la casa, dalla cantina al solaio, badando alla cucina, alla guardaroba, alle provviste per linverno, dando ordini, ricevendo conti. La Maria andava ancora alla scuola, e quandera in casa correva sempre sulle calcagna della sorella più attiva. LElena invece aveva dei gusti signorili. Le sue mani erano sempre bianche, e ne aveva una cura grandissima; portava i suoi vestiti, più che modesti, con un garbo squisito, e trovava sempre modo davere un fiore nei capelli e qualche nastro sul petto. Delle faccende domestiche aveva scelta la più pulita. Riceveva e raccomodava il bucato. Il tavolino da lavoro dove altre volte si occupava come sapeva meglio la Caterina, ora era diventato il posto dellElena, che ne aveva coperto il cuscino con un ricamo, e ci aveva messo accanto un bel cesto di vimini ricamato anchesso, nel quale riponeva la biancheria da rammendare. Nella cassetta del tavolino teneva sempre qualche libro, e tratto tratto lasciava il lavoro per leggere un poco.
Vicenzino studiava allo scrittoio poco discosto, e quando aveva finito, non aveva che da voltare la sedia per trovarsi accanto al tavolino dellElena, in faccia a lei. Le parlava del libro che stava leggendo, delle lettere di Vincenzo, della sua infanzia triste da fanciullo malato, dellAmerica; le confidava i suoi disegni davvenire.
Sono avvezzo a studiare da solo. Nel tempo che sarò soldato studierò sempre, assiduamente, e quando ritornerò, potrò avere il diploma superiore per insegnare nei licei. Allora avrò una buona situazione.
Non diceva di più. LElena era troppo bambina perchè egli osasse parlarle damore. Ma pensava che nei due anni che gli rimanevano, avanti di essere chiamato alla coscrizione, la bambina sarebbe diventata una giovane, e lavrebbe amato, e prima di partire per quella lunga assenza, col cappotto e la giberna, egli le avrebbe svelato il suo segreto, ed avrebbe portato con sè, nella vita rumorosa delle caserme, nelle marce faticose, nelluggia delle manovre, nelleccitazione della guerra, la soave fiducia dessere amato, di trovare al suo ritorno quella dolce fanciulla bionda che lo avrebbe aspettato, che gli porgerebbe la mano, e gli direbbe «sono tua». E la situazione, guadagnata con tanto studio e tanta fatica, egli potrebbe dividerla con lei, colla sua sposa, solo con lei, in un lungo avvenire damore e di pace.
Ma prima che la coscrizione chiamasse Vicenzino a portare il cappotto e la giberna, il movimento del 1866 per la liberazione del Veneto, venne a fare unutile diversione nelle idee dei due giovani. Appena Vicenzino potè scrivere segretamente allamico, che Garibaldi raccoglieva i volontari per una prossima guerra, il povero seminarista dimenticò i suoi segreti dolori, e, bollente di patriottismo, non pensò che ad ottenere da suo padre il permesso duscire temporariamente dalla sua prigione per andare a battersi. Il signor Anselmo Dogliani non era uomo da opporsi.
Verso la fine di maggio i due cugini partirono per Milano, eccitati dalla novità del viaggio, dei nuovi paesi, della guerra, comperando ad ogni stazione giornali e proclami, stringendo amicizia coi giovani della loro età che viaggiavano verso la stessa meta, sognando la camicia rossa e la vittoria.
Ma furono presto separati. Vicenzino rimase ferito nel primo scontro a Ponte Caffaro, e fu trasportato allOspedale di Salò. Vincenzo andò solo a Monte Suello ed a Bezzecca, col cuore diviso tra lentusiasmo della guerra e lansietà per lamico lontano; ed appena i corpi volontari furono sciolti, corse a raggiungerlo. Vicenzino era fuor di pericolo, ed in istato di essere condotto a casa. Ma era ancora debolissimo; il viaggio era lungo, il caldo opprimente. Bisognò farlo viaggiare comodamente, lasciarlo riposare una notte a Milano, unaltra a Novara. Vincenzo lo accompagnava con una sollecitudine affettuosissima, scegliendo i treni del mattino per evitargli lardore dei vagoni infocati dal sole di agosto, procurandogli i brodi sostanziosi di cui aveva bisogno, reggendolo fra le sue braccia quando doveva fare qualche passo. Vicenzino, colla mente confusa dalla eccessiva debolezza, senza voce per parlare, sentiva dolcemente quella tenerezza da amico, e la confondeva nel suo pensiero collaltra tenerezza lungamente sognata; e, malgrado le sue sofferenze ed i disagi del viaggio, assorto in una specie di vaneggiamento sereno, si sentiva felice.
Vincenzo invece, appena cessato leccitamento della battaglia, aveva pensato con raccapriccio al ritorno in seminario, ove doveva ricevere gli ordini maggiori alla fine dagosto, dopo pochi giorni soltanto: gli ordini maggiori che lo consacravano prete, che lo obbligavano a rinunciare per sempre ai sogni inebrianti della sua gioventù. E si era fatto cupo, silenzioso, scoraggiato, e tratto tratto un impeto dira gli faceva salire il sangue al volto, o la profonda disperazione gli strappava le lagrime.
Quando, arrivati a Santhià, i due giovani entrarono in casa, luno appoggiato allaltro, le fanciulle, che erano corse ad incontrarli, nellentusiasmo che in quei giorni riscaldava tutti i cuori, li abbracciarono tutti e due come due fratelli. Vincenzo, collanimo in tempesta, rimase freddo; non era più il giovane ardente di due mesi prima: unombra di tristezza profonda oscurava il suo volto. Ma la fine inaspettata e sconfortante della campagna, gli forniva un pretesto per nascondere i suoi veri sentimenti. Alle domande inquiete dellElena e di suo padre, rispondeva:
Non credevo che le cose dovessero finire a questo modo.
Vicenzino solo non savvedeva di nulla. Appena aveva sentito sulle sue guancie le labbra della Elena, sera messo a tremare, ed era scoppiato in un pianto convulso. Era troppo debole per quella sorpresa di felicità.
È la stanchezza, sera detto in casa; è un accesso nervoso. E Vincenzo, che non vedeva lora di sottrarsi agli sguardi del padre e delle sorelle, aveva portato quasi di peso il cugino in camera, e laveva fatto coricare. Sfinito, in uno stato di prostrazione, vicino a svenire, Vicenzino sorrideva come un estatico. Poco dopo Vincenzo gli domandò:
Come stai?
Sono felice, susurrò lammalato.
Vincenzo si scostò dal letto premendosi i pugni sugli occhi, battendo i piedi in terra, fremendo per tutto il corpo. Rimase a lungo colla faccia rivolta alla finestra aperta, come se contemplasse lo splendido tramonto che irradiava la cima delle Alpi lontane, come tante punte doro, e chiudeva lorizzonte turchino con unimmensa striscia dun rosso infocato. Ma il povero giovane non vedeva nulla, e stava voltato così per divorare le sue lagrime senza farsi scorgere. Era una precauzione superflua. Vicenzino guardava nel vuoto, nellideale; non si accorse di quella disperazione, e, con un filo di voce, chiamò:
Vincenzo!
Leccesso della sua felicità gli pesava sulla coscienza come un rimorso. Sentiva di doverla rivelare allamico; laveva attinta nella sua casa, gli era venuta da lui, ed aveva potuto fargliene un segreto! Alla sua fantasia indebolita questo sembrava un atto di mala fede, una colpa. Vincenzo si avvicinò, cupo, senza parlare, e lammalato gli disse:
Ho un segreto da rivelarti.
Laltro non rispose, ed egli, credendo che aspettasse quella rivelazione, riprese:
Ora non ho forza. Ti scriverò. Poi mormorò: Sono tanto felice!
Vincenzo lo abbracciò con impeto, tanto stretto che gli fece male, poi uscì singhiozzando.
Rimase ancora alcuni giorni in famiglia, finchè vide Vicenzino un po rinforzato dalle cure e dallagiatezza della casa. Ma il tempo stringeva. Era martedì, e la domenica seguente doveva ricevere gli ordini maggiori. Il signor Dogliani sembrava inquieto, temeva che Vincenzo non avesse tempo di prepararsi alla cerimonia, e lo esortava a tornare in seminario. Vincenzo non si fece più pregare. La mattina del mercoledì salutò con infinita tenerezza tutti i suoi, abbracciò il padre piangendo, e partì. Ma quando fu per salire in vagone disse a Vicenzino che laveva accompagnato in carrozza col signor Dogliani alla stazione:
Non ti senti la forza di venire fino a San Germano? Sono pochi minuti di corsa in ferrovia; anche tu, babbo; accompagnami ancora questo trattino.
Temo che Vicenzino si stanchi, rispose il signor Dogliani, e non sia poi in grado di venir domenica a Novara per la cerimonia; vogliamo esserci tutti; è una gran giornata domenica....
Vincenzo non rispose altro. Strinse forte la mano a tutti e due, e salì in fretta nel vagone.
Vicenzino si rimetteva rapidamente. LElena, dacchè era tornato così malato, gli usava delle cure gentili ed amorevoli che lo inebriavano. Nelleccesso della gioia il giovane convalescente doveva far violenza a sè stesso per non lasciar irrompere la passione che lo agitava. Voleva confidarsi prima a Vincenzo; subito dopo la cerimonia, la domenica, sperava di averlo un momento solo con sè, e di rivelargli quel segreto che non poteva più contenere.
Sarà la prima confessione che riceverà, pensava; e mi sembrerà dessere già unito a lei quando mi avrà ascoltato....
Il venerdì, dopo pranzo, si era trovato solo collElena presso il solito tavolino, che gli richiamava tante dolci memorie. Parlavano di Vincenzo, del gran giorno dellordinazione; ma Vicenzino era distratto. Dalla finestra aperta la luce chiara batteva sul capo dellElena, ed un leggero soffio daria le agitava i riccioli sulla fronte e sul collo. Egli la guardava avidamente, pallido, tremante, e ripensava il bacio di quelle labbra che aveva sentito sulle guancie la sera del suo ritorno.
Non lhai osservato anche tu? domandò la Elena che aveva parlato fin allora della tristezza misteriosa di Vincenzo.
Che cosa? rispose Vicenzino che, assorto nella sua estasi damore, non aveva capito nulla. LElena lo guardò meravigliata, co suoi grandi occhi grigi e limpidi. Ma, allincontrare quello sguardo, Vicenzino si fece rosso come una fiamma, e, sentendo di non poter tacere più a lungo, si alzò ed uscì in giardino.
Passeggiò un pezzo, agitato, nervoso, commosso, ma profondamente felice. Gli era sembrato di leggere una speranza in quegli occhi grigi. Non aveva più che un giorno da aspettare, poi potrebbe parlare del suo amore; parlarne a lei. Vincenzo glielo avrebbe permesso. Si figurava quel momento, ripeteva fra sè: «O Elena, quanto ti amo!...»
In quella vide uscire in giardino la piccola Maria con una lettera in mano. Mentre si avanzava verso di lui per consegnargliela, guardava la soprascritta e diceva, come se parlasse tra sè:
Sembra la mano di Vincenzo; ma non può essere perchè non viene da Novara. Non viene neppure dalla posta; lha portata un contadino.
Però quella lettera era proprio di Vincenzo. Anche Vicenzino nellaprirla pensava: «Come mai non viene da Novara?» Ma appena nebbe scorse poche righe, gridò:
Ah per Dio! poveri noi!
E, respingendo la bambina che gli stava curiosamente dinnanzi, prese la rincorsa ed uscì senza cappello, correndo come un matto.
Quella lettera era il solito addio dei suicida, e cominciava colla solita frase:
«Quando riceverai questa lettera avrò cessato di vivere». Poi spiegava disordinatamente le sue ragioni: «Non posso ricevere gli ordini maggiori senza commettere un sacrilegio; e daltra parte non posso rinunciare alla carriera ecclesiastica perchè ridurrei mio padre, che si fa vecchio e malaticcio, alla miseria. Capisco che la mia morte non rimedia a nulla, ma non ho il coraggio di vivere. Non ho voluto rientrare in seminario. Ho errato tutti questi giorni per la campagna come unanima in pena, cercando la soluzione al terribile problema della mia vita; ma non lho trovata. Non so far nulla, non sono in grado di guadagnar nulla. Dopo aver rovinato mio padre ne suoi ultimi anni, dovrei vivere a sue spese. Vedi che non è possibile; sarebbe una vergogna, un delitto. Preferisco morire...»
Vicenzino fermava tutti i contadini che vedeva per domandare affannosamente, fremendo dimpazienza:
Sei tu che hai portata questa lettera a casa Dogliani?
Tutti dicevano di no; ed egli correva, di su, di giù, come un matto, agitando la lettera in alto, guardando tutti supplichevolmente, e gridando:
Chi lha portata? Ma chi lha portata? Dove posso cercarlo? Mio Dio, dove? dove?
Poi, mentre si avviava, sempre di corsa, per una strada che metteva fuor dal paese, senza sapere dove andasse, si vide venire innanzi il signor Dogliani seguito da un contadino, e ludì gridare tutto stupito:
Ho trovato questuomo, che dice daver portata una lettera di Vincenzo, che è a San Germano, allalbergo del Gallo...
Ah! a San Germano! Sei chilometri! urlò Vicenzino; e via, con una corsa disperata verso la strada maestra.
Seguitelo, seguitelo; non vedete che impazzisce? gridava il signor Dogliani tremando tutto sulle vecchie gambe. Intanto il contadino era riuscito a raggiungere Vicenzino, e gli aveva strappata la lettera che egli continuava ad agitare in alto senza sapere quel che facesse. Ma non potè fermarlo.
Il signor Dogliani guardava quelluomo venire verso di lui col foglio in mano, e pareva che ne avesse paura. Quando lebbe preso fece per leggere, ma era già troppo buio, e dovette accostarsi al lume duna bottega; mormorava:
Che cosha? Cosè accaduto?
Poi, quando ebbe cominciato a leggere, vacillò come un ubbriaco. Scosse due o tre volte nervosamente il capo, ma continuò a leggere cogli occhi fissi sul foglio, tremando a verga, e sussultanto di tratto in tratto. Ma non gridava, non diceva nulla, e guardava sempre il foglio.
I pochi contadini che, allarmati dalle smanie di Vicenzino, si erano fatti intorno al vecchio, furono pronti a sorreggerlo quando barcollò, e videro che aveva gli occhi vitrei come impietriti e non leggeva più da un pezzo.
Intanto Vicenzino proseguiva la sua corsa sfrenata, fremendo allidea di non giungere in tempo, singhiozzando, smaniando ad alta voce. Dopo un tratto vide venire una carrozza, e le si precipitò contro a rischio di farsi sfracellare, gridando colla voce strozzata dallansimare violento:
Lasciatemi salire; presto; bisogna che io sia a San Germano fra un quarto dora.
Era la carrozza di una famiglia signorile di Santhià; il cocchiere conosceva il piccolo Dogliani, lamericano, e lo tirò su quasi senza fermare, dicendo:
Perchè non pigliare la strada ferrata, se aveva tanta fretta?
A quel pensiero Vicenzino si cacciò le mani nei capelli e mise un grido furioso.
«Aveva lasciato morire il cugino per la sua balordaggine!» Come mai non aveva pensato alla strada ferrata? Era impazzito di certo...
E fece per balzar giù dalla carrozza, come se volesse prendere il treno. Davvero il dolore e lo spavento lo facevano delirare. Il cocchiere lo trattenne, e, un po colle buone, un po colla violenza, riuscì a persuaderlo che il treno era passato da mezzora, per conseguenza prima che egli avesse ricevuta la lettera di Vincenzo. Era commosso anche lui da quella disperazione, e frustava i cavalli senza pietà, e li faceva volare addirittura sulla strada maestra. Ma Vicenzino si impazientiva di rimanere inerte in carrozza; batteva i piedi furiosamente, si mordeva i pugni, si strappava i capelli.
Appena vide il campanile della chiesa di San Germano, cercò unaltra volta di buttarsi giù, come per arrivare più presto allalbergo; ma il cocchiere lo frenò ancora giurandogli che arriverebbero prima colla carrozza; ed infatti, dopo due minuti, si fermava allalbergo del Gallo, dove Vicenzino saltò nellatrio e infilò la scala, senza neppur aver aperto lo sportello della carrozza.
Loste corse fuori dalla cucina, e gli gridò dietro:
Dove va? Eh, signore, dove va? E laltro, senza fermarsi:
Cè qui mio cugino; un giovane che si è chiuso in camera per uccidersi; se pure non sè buttato in acqua.... Presto, presto, per carità!...
Fu un allarme generale. Oste, ostessa, tutta la famiglia, tutto il vicinato invase la scala e si avventò alluscio dellunico ospite dellalbergo.
Ha detto che si coricava presto perchè non istava bene..... borbottava loste tutto impaurito. Chi poteva pensare?...
Luscio non era neppure chiuso a chiave. Vincenzo sapeva che in quella modesta locanda di villaggio non cera caso che i camerieri entrassero a sorprenderlo. Il povero giovane era steso sul letto, colle vene dei polsi aperte, pallido, freddo, morto. Il braccio destro pendeva giù dal letto, ed il sangue sgocciolava ancora per terra. Il sinistro era steso lungo il fianco ed immerso nel sangue che aveva inzuppate lenzuola e coperte. Ma un grumo che si era fermato sulla ferita aveva arrestato lemorragia.
Oh mio Dio! Se gli fosse rimasto tanto sangue da farlo rivivere! esclamò Vicenzino; e, mentre fasciava stretto laltro braccio, gridava:
Chiamate il medico, il farmacista, chiunque può aiutarlo.
Loste spinse un ragazzo fuori delluscio, dicendogli:
Va, corri.
Ma si strinse nelle spalle sfiduciato, e tutti crollavano il capo. Quel giovane era morto.
La voce di una tragedia allalbergo del Gallo, era già corsa da un capo allaltro del paese; e il medico, che passava la serata in farmacia, si era affrettato spontaneamente, e savviava su per le scale, appunto quando il ragazzo scendeva in cerca di lui. Lo respinse per salire più presto, ed entrò affannato nella camera, domandando:
Cosa cè? Cosè stato?
Tutti si scostarono per lasciarlo avvicinare al cadavere; ma appena egli lo vide, gridò:
Per Dio! è troppo tardi. Lavete lasciato morire!...
No, no! urlò Vicenzino. Senta, non può essere morto. Guardi; qui il sangue si è rappreso.
Il medico esaminò il povero giacente, gli applicò un orecchio sul petto, e rimase quasi un minuto oscultando; quando si rizzò, il suo volto non esprimeva nulla di consolante. Strinse forte il torace del paziente, lo scosse ripetutamente, poi oscultò di nuovo. Nella camera regnava un silenzio solenne. Tutti gli occhi erano fissi sul medico. Vicenzino, che lo spiava più avidamente di tutti, appena lo vide risollevare il capo, mise un grido di gioia. Infatti il medico disse:
Cè un battito lievissimo, irregolare, ma cè. E subito prendendo il moribondo per le spalle, lo tirò sino alla sponda del letto, e gli abbassò il capo fin quasi in terra, poi si mise a stropicciargli forte tutto il corpo. Dopo alcuni minuti la pelle cominciò ad arrossire un pochino, e le pulsazioni si fecero più distinte. Ma il malato era talmente dissanguato, che non ricuperava i sensi. Il rum, letere, tutti i cordiali portati sollecitamente dal farmacista, non riescirono a farlo rinvenire.
Povero giovane, disse il medico; questo non è di quelli che si suicidano soltanto un poco per commuovere la gente. Lha fatto sul serio.
Ma non morrà? implorò Vicenzino. Non è possibile, non deve morire!
Il medico si strinse nelle spalle, ed applicò al paziente due vescicanti che aveva fatti preparare. Sotto lazione di quella prova dolorosa, Vincenzo ebbe un lieve sussulto, e poco dopo mosse una mano, come per portarla alla parte dolente.
Ma non fu che un cenno, a cui le forze non risposero, e, dalla bocca aperta, non uscì alcuna, voce. Tuttavia la respirazione si era fatta quasi regolare, e, dopo circa mezzora di cure energiche, Vincenzo aperse gli occhi e fissando le pupille dilatate sul volto di Vicenzino che gli stava dinnanzi, parve riconoscerlo.
Tuttavia la sentenza del medico non fu consolante.
Ha perduto troppo sangue, disse; è impossibile che si riabbia da sè. Soltanto la trasfusione potrebbe salvarlo.
Vicenzino si rizzò, impetuoso ed ardente come un eroe che corre al sacrifizio, gridando:
Oh il mio sangue, tutto il mio sangue per lui!
Ma anche questa volta il suo eroismo fu inutile.
Loste possedeva un agnello, ed il medico preferì aprire le vene di quella bestia, che quelle di un essere umano, il quale non sembrava neppur averne di troppo. Loperazione fu fatta con rapidità, e leffetto ne fu quasi immediato.
Linfermo mise due o tre gemiti, girò gli occhi intorno, fece un lieve cenno di saluto a Vicenzino, ingoiò qualche cucchiaio di marsala, poi ricadde in un assopimento profondo ma tranquillo. Allora il medico dettò le prescrizioni per la notte; brodo ristretto, vino, cordiali, ed il più assoluto riposo; poi si ritirò, promettendo di tornare il mattino, e lasciando buone speranze.
Vicenzino rimase solo dinnanzi a quellombra dellamico adorato, del fanciullo forte e felice, che era andato a cercarlo nel suo abbandono, che gli aveva dato una casa, una famiglia.
Vicenzino stette un pezzo accanto al letto, contemplando quel bel volto di una pallidezza marmorea, quegli occhi profondamente infossati, curvandosi collorecchio sulle labbra di Vincenzo per udirne il respiro lieve come un soffio. Oh! era così felice di poter udire quel respiro! Era stato lui che glielo aveva dato. Gli pareva che Vincenzo gli appartenesse come cosa sua, dopo che, in un modo qualunque, aveva contribuito a richiamarlo alla vita. Provava un sentimento grave di responsabilità, come se omai toccasse a lui di render conto al mondo della felicità di quellesistenza che aveva voluto ad ogni costo strappare alla morte. La sua amicizia si riscaldava duna tenerezza protettrice, paterna. Sentiva un gran desiderio di togliere allimmobilità quella creatura che aveva un po messa al mondo lui, di abbracciarla, di farla parlare, di sentirla vivere. Dovette allontanarsi per resistere alla tentazione.
Pian piano, camminando in punta di piedi, andò a sedere accanto alla finestra aperta. Nellimmenso buio di quella notte soffocante dagosto, nel silenzio profondo del villaggio addormentato, la sua fantasia da poeta evocava come unoasi laggiù, lontano, la casa di Santhià, coi vetri delle finestre scintillanti al sole, e la porta aperta, e sulla soglia il bel vecchio coi capelli bianchi, e le fanciulle sorridenti, e tutte le braccia stese verso di lui, portatore della lieta novella. Si ricordava tremando il bacio dellElena quandera tornato dal campo. Ora tornava da ben altra battaglia. Aveva lottato colla morte e riconduceva un figlio a suo padre.
Ad un tratto, un pensiero terribile gli balenò alla mente. Quale sarebbe ora lavvenire di Vincenzo? Aveva voluto uccidersi per non farsi prete, ed era per rimetterlo in quella condizione odiosa chegli laveva salvato? Salvarlo dalla morte non era più un bene, se non poteva anche salvarlo da quel destino che gli faceva orrore, se non poteva renderlo felice. A queste riflessioni gravi e penose, il sentimento di responsabilità si faceva sentire potentemente nel cuore onesto di Vicenzino, e lo turbava come una minaccia.
Ne suoi tre mesi di vita militare Vincenzo si era lasciata crescere la barba che, con quel pallore da moribondo, con quelle traccie di patimento sul volto, gli dava laria di un Nazzareno. La fantasia eccitabile di Vicenzino se lo figurava nei giorni di tortura che aveva passati errando solo per la campagna, implorando come Cristo: «Allontanate da me questo calice», quando per allontanarlo si era rassegnato a morire a ventunanni, nel fiore della gioventù e della salute. Ed egli, lamico fedele, il parente vincolato da tanta gratitudine, era andato a cercarlo nella pace fredda della morte, per dirgli: «Sorgi, povero spirito abbattuto dalle lotte, ricomincia a lottare; povero corpo sfinito dalla emorragia, torna a curvarti sotto la tua croce». No. Questo non poteva essere. Sarebbe stato crudele. Bisognava ad ogni costo che Vincenzo, ricuperando i sensi, potesse consolarsi di essere tornato alla vita, e non maledirla unaltra volta.
Ma come fare? Come? Persuadendo il signor Dogliani a perdere il benefizio? Non sarebbe stato difficile, perchè amava molto suo figlio, e non avrebbe voluto punto sacrificarlo. Ma poi, come avrebbe vissuto, povero vecchio? Vincenzo laveva detto: doveva immolare sè stesso, o condannare suo padre alla miseria. Essere un cattivo prete o un figlio ingrato.
Vicenzino ripetè a sè stesso tutta la storia del passato. La generosità dello zio pe suoi genitori, la loro sconoscenza, e (nel segreto del suo cuore lo diceva con amarezza) la loro slealtà. Si rammentò la devozione riconoscente ed il desiderio profondo di espansione che avevano travagliata la sua infanzia sentimentale ed i sacrifici che avrebbe voluto fare per dimostrare a quei parenti la sua gratitudine. Con che cuore avrebbe dato la vita per loro!
Ebbene, ora era venuto il momento di mostrarsi grato, di compensare benefizio per benefizio. Era venuta lora dessere eroico. Ma non si trattava di buttarsi in Po, di ricevere un colpo di fucile nel petto, di quegli atti di devozione istantanei che si compiono in un eccitamento di passione e durante un attimo. Era un eroismo di tutti i giorni, di tutte le ore, che il suo gran cuore generoso suggeriva alla sua immaginazione atterrita. Era limmolazione della sua libertà, del suo avvenire, delle sue aspirazioni, delle sue speranze. Della sua libertà, che si sentirebbe vincolata in tutti gli istanti della sua vita, del suo avvenire condannato a battere tuttaltra via di quella a cui tendevano le sue aspirazioni, delle sue speranze, che gli sorgerebbero ogni giorno impetuose nel cuore, per essere di nuovo ogni giorno con una lotta violenta respinte e soffocate.
Doveva prendere per sè il calice che Vincenzo aveva voluto allontanare, la croce sotto la quale era caduto: una vita senza amore. Doveva farsi prete.
Il benefizio, per volere del testatore, in caso che il ramo primogenito dei Dogliani non avesse un figlio prete, doveva passare ad un figlio del ramo secondogenito, che volesse abbracciare la carriera ecclesiastica. E, soltanto nel caso che anche questi mancasse, il capitale sarebbe passato ad unopera pia. Egli solo dunque era come fatalmente indicato, per risolvere la situazione dolorosa che aveva portato il carattere violento di Vincenzo ad un partito disperato.
Anche lanima generosa di Vicenzino si ribellava a quellimmenso sacrificio. I suoi ventanni limpaurivano; il pensiero dellElena lo faceva piangere.
E pianse lungamente, scosso da forti singhiozzi, un pianto amaro, disperato. Aveva sempre dinanzi al pensiero il giorno in cui Vincenzo era andato a cercarlo alla fattoria, orfano, solo, miserabile, e laveva condotto a suo padre; e questi, aprendogli la sua casa, gli aveva detto: «Entra.»
Sentiva che doveva tutto in compenso di quella generosa ospitalità; eppure rimaneva perplesso, raccapricciava dinanzi allaudacia di quella risoluzione.
Prima dellalba sudì un rumore affrettato di zoccoli, ed un contadinello portò un biglietto desolato dellElena.
Il signor Dogliani, riportato in casa la sera come svenuto, era stato colpito poco dopo da un attacco daploplessia. Soltanto molto tardi nella notte aveva ricuperato i sensi e la parola, ma tutto il lato destro era rimasto paralizzato. Il medico aveva detto che, quando pure potesse guarire, sarebbe infermo pel resto de suoi giorni. Intanto stava ancora assai male, e le figlie, che lo curavano tremando per la sua vita, non potevano abbandonarlo, neppure per correre presso laltro malato di San Germano, altrettanto caro.
Erano tutti ansiosissimi per Vincenzo. Sapevano appena dal cocchiere che aveva condotto Vicenzino, che non era morto. Il povero vecchio non faceva che disperarsi allidea di perdere il figlio, e di lasciare le figliole nella miseria; non vera modo di calmarlo....
Dinanzi alla scena straziante che gli presentava quella lettera, le esitazioni di Vicenzino cessarono. Con un sospiro, che gli veniva dal fondo del cuore, gemette: «È necessario.» E scrisse allElena un biglietto che le mandò dallo stesso contadino:
«Vincenzo è fuori di pericolo; vivrà, e sarà felice. Rassicura il babbo; non sarete nella miseria; il beneficio che Vincenzo perde lo acquisto io; rimane nella famiglia, dacchè tuo padre mha accolto come un figlio. Sarò io il fratello prete.»
Era la prima lettera che scriveva allElena; ed era per chiamarsi il fratello prete! le lagrime gli oscuravano la vista, e cadevano grosse e fitte sulla carta; eppure a lui pareva di compiere un dovere inevitabile, di fare una cosa naturale. Pensava: «Chiunque nel caso mio farebbe lo stesso.» Era della creta di cui si fanno gli eroi.
Quando, unora dopo, alla luce bianca e melanconica dellalba, Vincenzo si svegliò e gli sorrise, Vicenzino era ancora pallido ed abbattuto, ma non piangeva più, ed il suo volto era calmo. Vincenzo si guardò intorno trasognato, ingoiò avidamente il brodo ed il vino che Vicenzino gli porgeva; poi, a poco a poco, il suo sorriso si dissipò e lespressione del suo volto si fece ansiosa. Gli tornava la memoria, e con essa tornavano tutti i dolori della vita. Mise un gran sospiro, gli si empirono gli occhi di lagrime, e sussurrò:
Perchè non mhai lasciato morire?
Era la parola dolorosa che Vicenzino sera immaginata di udire, ed alla quale sera preparato a rispondere col sacrificio di tutto il suo avvenire. Ma sera preparato con coraggio, e la sua risoluzione era ferma. Gli rispose con la voce un po commossa, ma semplicemente, e sforzandosi di sorridere:
Perchè hai prese le cose troppo tragicamente, amico. Se non ti sentivi proprio di farti prete, perchè non dirlo? Sai pure che a tutto cè rimedio, fuorchè alla morte.
Non a tutto. Ricordati luggiosa circostanza del benefizio che mio padre perderebbe. E con che potrebbe vivere, alla sua età? Sai chio non sono in grado di guadagnar nulla per ora, e chissà fin quando; tu stesso dovrai andare soldato fra poco, e non potrai aiutarlo....
Ma se tu lasci il beneficio, sono io che lo eredito. Ed allora non andrò più soldato, e tuo padre vivrà quasi come vive ora....
Ma tu neppure vuoi esser prete! esclamò Vincenzo. Tu me lhai detto....
Non avrei voluto altre volte, riprese Vicenzino, chinando il volto sulle mani dellamico per nascondere la sua agitazione, e parlandogli sommesso allorecchio. Ma, dacchè ho provato ad uscire dal paese, a vedere un po di mondo, ho compreso che il movimento, il tumulto, le passioni violente, non sono fatti per me....
Il cuore gli batteva da schiantargli il petto, aveva la gola arsa e le labbra tremanti. Posò la bocca sulla mano di Vincenzo, e la baciò devotamente per prender coraggio e per non alzare il capo.
Vincenzo, nella sua estrema debolezza, era come abbagliato da quella rivelazione, e, senza poter cercare di vederci più chiaro, disse pensosamente carezzando il capo dellamico:
E vorresti farti prete?
Sì, sussurrò dolcemente Vicenzino colla voce affannata e rotta dalle pulsazioni violente del cuore. Prenderò il tuo posto al Seminario. Sai che so il latino; che ho studiato un po di tutto; è la mia vocazione lo studio.... Fra un anno, potrò prendere gli Ordini maggiori....
Sentì che un singhiozzo gli soffocava le parole in gola e non disse altro. Vincenzo fece uno sforzo per mettersi a sedere sui letto. Poi sollevò con tutte e due le mani il capo di Vicenzino, e guardandolo in faccia gli disse:
Ma non pensi che hai ventanni, e che la vita è lunga? Che sarai morto a tutte le gioie? Che non avrai mai una famiglia?
Vicenzino impaurito da quello sguardo, aveva fatto uno sforzo violento sopra sè stesso, ed era riescito a dominare la sua commozione. Potè rispondere col suo sorriso dolce, che, da adolescente, lo faceva paragonare ad un arcangelo:
Non siete voi altri la mia famiglia? Cercherò di essere non collocato lontano da voi; e voi mi amerete un poco....
Io ti adoro, noi ti adoreremo tutti, insistè Vincenzo. Ma non basta per un uomo giovane....
Prima che dicesse di più, Vicenzino saffrettò a rispondere a quel pensiero, che temeva di sentirgli esprimere, e che gli straziava il cuore:
Io non ho amori. Poi si alzò, ed andò ad affacciarsi alla finestra, perchè la voce gli si strozzava in gola, e le lagrime gli velavano gli occhi.
Più volte, durante la sua convalescenza, Vincenzo tornò su quel discorso che riesciva penosissimo al suo compagno. Ma cera tale giubilo nel cuore del malato, tanto ardore di giovanili speranze, che il pensiero della felicità che dava, confortava in parte Vicenzino di quella che perdeva. Ogni giorno i due giovani avevano nuove del signor Dogliani, il quale benediva il nipote come il salvatore della sua famiglia. Era sempre lElena che scriveva, e lei pure aveva pel cugino parole di fervente gratitudine. Si sentiva che era commossa; cerano delle lagrime nelle sue lettere, e Vicenzino, nel leggerle, pensava che il suo sacrificio era stato compreso in tutta la sua grandezza, e che un altro cuore soffriva con lui dello stesso dolore. E questo pensiero gli dava coraggio.
Appena lammalato fu in grado di muoversi, i due giovani tornarono insieme a Santhià; e Vicenzino trovò su tutti i volti ed in tutti i cuori le traccie della sua bella azione. Nella casa, benchè impoverita per linfermità del padre, regnava il contento per il fratello ricuperato e felice; e la fronte grave del vecchio infermo, esprimeva la calma e la gioia di vedere assicurato lavvenire de suoi figli. Egli stese al nipote la sola mano che poteva muovere, e gli disse piangendo:
Dio ti benedica! figlio mio, Dio ti benedica!
Ma le fanciulle non saltarono al collo del loro giovane parente; non lo baciarono come quando era tornato dal campo. Gli parlarono con affetto e con una gratitudine rispettosa; ed egli fin dallora sentì dessersi fatto prete.
Rimase pochi giorni in famiglia, poi, col cuore addolorato, ma collanima forte, partì pel Seminario, mentre Vincenzo, seguendo lo slancio del suo carattere impetuoso ed avido demozioni, tornava ad arruolarsi, ma questa volta nella milizia regolare, per fare la carriera del soldato.
Per un anno Vicenzino studiò assiduamente, e, nelle aride discipline della teologia morale e dogmatica e del diritto canonico, cercò un contrasto alle calde aspirazioni ed ai rimpianti del suo giovane cuore. Ma a ventanni passati, quella vita di reclusione, quellesistenza in comune con una frotta di giovani cresciuti in convitto, che avevano tutte le ingenuità e tutte le malizie dei collegiali, che si compiacevano di giuochi puerili, di pettegolezzi insulsi, era, per la natura gentile di Vicenzino, qualche cosa di irritante, che eccitava più che mai i suoi nervi già tesi. Quelle risate goffe, quei discorsi scuciti, offendevano il sentimento dabnegazione sublime e grave che gli riempiva il cuore. E la fede cieca ed il fervore religioso, vero o apparente, che lo circondavano, non trovavano eco in lui. Sentiva di non aver intorno nessuno che potesse comprenderlo, e si racchiudeva tristamente in sè stesso.
La notte poi, quando tutti dormivano in quelle lunghe file di letti bianchi che parevano tombe, ed egli solo vegliava alla luce scialba duna lanterna, che proiettava negli angoli delle ombre paurose, sotto il grande Cristo scarno che biancheggiava in alto colle braccia lungamente stese sul fondo nero della croce, gli pareva di trovarsi vivo in un cimitero, lo coglieva un senso dabbandono e di morte, sentiva che non era più di questo mondo. E tuttavia questo mondo esercitava il suo fascino potente sulla sua fantasia; ed il povero giovane subiva lotte crudeli, tentazioni di ribellione, che lo impaurivano. E si metteva più accanito allo studio, per consacrare al più presto con un voto solenne, quella risoluzione che la foga della gioventù faceva ancora vacillare.
Appena ebbe compito il ventunesimo anno, prese il suddiaconato, e fu irrevocabilmente prete.
Allora, non avendo più nulla a temere dalla propria debolezza, si sentì più calmo. Lidea alta del dovere lo rassicurava, e potè dedicarsi con tutta la sua intelligenza allo studio. A 22 anni e 6 mesi, ottenne di ricevere il presbiterato, e poco dopo lasciò il Seminario, ed in capo a pochi mesi, ebbe la fortuna dessere collocato come viceparroco nella parrocchia stessa della famiglia Dogliani, dove il parroco già avanti negli anni, aveva bisogno un aiuto, per la parte più faticosa del suo ministero.
Ed allora cominciò per Vicenzino la sua triste vita senza amore. La sola passione che gli era concessa, era quella del bene; ed egli metteva tutto il suo cuore nellassistere i moribondi, nel soccorrere i poveri, nel sollevare gli spiriti abbattuti con parole di conforto e di fede. Ma non era un cattolico fervente, aveva idee liberali, e questo attenuava di molto agli occhi de suoi superiori il merito del suo zelo. Egli però se ne consolava col pensiero di far vivere la sua famiglia adottiva col magro frutto delle sue prime fatiche, e colla rendita del suo beneficio. Ma anche questa nobile gioia doveva essergli amareggiata e resa difficile. Alla fine del 1870 la nuova legge sui beni ecclesiastici minacciò di sopprimergli il benefizio; e fu soltanto dopo una lite lunga e dispendiosa per rivendicarlo, che potè riaverlo, diminuito dun terzo.
Dovette cercare di dar lezioni in paese, farsi ripetitore presso vari studenti del liceo, per sovvenire ai bisogni della casa e del vecchio infermo. Tra i suoi doveri ecclesiastici e quelli dinsegnante, faceva una vita laboriosa, occupato tutte le ore del giorno, e spesso strappato al sonno la notte, per accorrere al letto di qualche ammalato.
Quelle fatiche, nelle quali si esaurivano le sue forze giovanili, lo lasciavano prostrato, e la sua mente stanca non aspirava che al breve riposo che le era concesso. Così viveva relativamente tranquillo, troppo occupato per pensare ad altre eccitazioni, ad altre tempeste. Soltanto la presenza dellElena qualche volta lo turbava. Uno sguardo, una parola amichevole, bastavano a richiamargli al pensiero le dolci visioni davvenire chegli aveva vagheggiate altre volte, ed a gonfiargli il cuore di amarezza e di rimpianti. Ma, troppo onesto per abbandonarsi a quelle fantasie tentatrici, egli si consolava de suoi sogni svaniti, pensando che una volta, nel segreto del suo cuore quella bella fanciulla bionda lo aveva amato. E quel vago ed innocente ricordo era la sola gioia della sua vita.
A ventanni la Laura venne fidanzata ad un giovane napoletano impiegato al telegrafo. Ci furono due mesi di agitazione insolita in casa. Gli apparrecchi pel corredo, i doni nuziali, i disegni davvenire, ed un po il rincrescimento della separazione, perchè lo sposo doveva essere traslocato a Milano, occupavano straordinariamente le fanciulle. Poi cerano le visite dello sposo, le sue tenerezze, i rossori espressivi della giovinetta, i loro colloqui a mezza voce. Vicenzino faceva la parte di vecchio parente; provvedeva a tutto, assisteva a quelle visite; pensava alle carte, alla richiesta al municipio, alle pubblicazioni, a tutto. Ma in quei giorni era triste e nervoso, e la sua alta missione di carità non bastava a consolarlo.
La vigilia delle nozze, mentre gli sposi, colla mano nella mano, erano assorti in un lungo silenzio damore, la Maria che a diciotto anni aveva ancora tutta la spensieratezza duna fanciulla viziata, disse allElena:
Perchè la Laura, che è più giovane, si marita prima di te?
Io non penso a maritarmi, rispose lElena. E cera un accento di malinconia così profonda in quelle semplici parole, che Vicenzino si sentì tutto turbato. Essa lo aveva amato, aveva compreso il suo sacrificio, ed accettandolo pel bene de suoi, sera sacrificata con lui. Quando uscì per ritirarsi, nel silenzio della strada buia, il giovane prete alzò le braccia al cielo e ringraziò Iddio per quella gioia.
Vincenzo doveva arrivare nella notte pel matrimonio della sorella, e quando vide lamico la mattina seguente, gli trovò un aspetto così soavemente calmo, così sereno, che non ebbe neppure lombra dun sospetto del sacrificio che gli aveva fatto, ed abbraciandolo allegramente gli disse:
Mio bellarcangelo, eri proprio nato per essere prete.
Lanno seguente si maritò la Maria, ed anche lei se ne andò fuori di paese. La casa divenne silenziosa e mesta, troppo vasta, per quel vecchio infermo e quella fanciulla. Vicenzino ci tornava ogni sera: il vecchio steso in una poltrona leggicchiava un giornale o sonnecchiava. LElena lavorava al suo tavolino, ed il cugino sedeva dallaltro lato, in faccia a lei, come una volta. Parlavano della salute del babbo, delle sorelle lontane, di Vincenzo che stava per passare ufficiale; erano tanti affetti comuni, tanti vincoli che li legavano. Vicenzino narrava de suoi poveri, de suoi malati, che lElena prendeva molto a cuore. La vita omai pareva facile e dolce al giovane prete, confortata da quella pura affezione fraterna, e dalla calda amicizia di Vincenzo. Omai le prove erano finite, le tempeste erano cessate; qualche anno ancora, poi Vicenzino prenderebbe il posto del vecchio parroco che pensava a ritirarsi, accoglierebbe i suoi due parenti nella casa parrocchiale, e vivrebbero assolutamente in famiglia. E quando, per disgrazia, dovesse mancare il sig. Dogliani, sarebbe passato del tempo, del tempo assai. I due cugini non sarebbero più giovani, avrebbero presa labitudine di vivere uniti, e potrebbero continuare a vivere così, come buoni fratelli, senza pericolo. E chissà, forse allora anche Vincenzo, stanco della vita militare, avrebbe ascoltato il consiglio del suo cuore affettuoso e riconoscente, sarebbe venuto a vivere presso il suo salvatore, con una sposa e dei bambini, riscaldando il suo triste focolare da prete colla vista di quella felicità di cui andava debitore a lui. Gli pareva di vederle, intorno alla sua mensa, le dolci testine bionde, e di udire la voce di Vincenzo a dirgli:
La gioia dessere sposo e padre sei tu che me lhai data.... Quella gioia Vicenzino se lera strappata dal cuore per cederla al cugino; ma era contento del suo sacrificio, pensando che lElena laveva compreso e ne aveva accettata la sua parte, che aveva lei pure rinunciato ad esser sposa e madre, per esser fedele a quel primo raggio damore che le era balenato davanti un momento; e che il pensiero di lei tornava col suo, alla dolcezza di quel ricordo.
Così passarono due anni. LElena ne aveva ventitrè ed aveva già preso laspetto calmo ed un po grave duna zitellona. Si vedeva che aveva accettata la sua situazione, e, dal sorriso dolce e sereno che volgeva a suo padre ed a Vicenzino, dallaria riposata colla quale badava alla sua casa e prendeva cura di loro, si comprendeva che era contenta; quei due affetti bastavano ormai al suo cuore. Vincenzo faceva tratto tratto delle visite a Santhià, e riempiva la casa del rumore allegro della sua spada e della sua voce gioconda. Era un bellufficiale, elegante, spiritoso, gaio; e Vicenzino saspettava di volta in volta la notizia del suo matrimonio. Non poteva tardare. Era per avere una famiglia che non aveva voluto essere prete, ed il cuore amoroso di Vicenzino si struggeva davere la sua parte di quella famiglia giovinetta.
Intanto il vecchio parroco sentiva il peso di quei due anni di più, ed aveva rinunciato alla sua carica, che, dopo la Pasqua, doveva essere occupata da Vicenzino. Mancava poco più dun mese allavverarsi del melanconico sogno, lungamente vagheggiato, di trasportare il vecchio zio e la cugina nella casa parrocchiale, e di stabilirvisi in famiglia, pel calmo ed uniforme avvenire che li aspettava. Vicenzino si occupava delle riparazioni indispensabili alla casa, e ci metteva tutto il suo cuore. Ogni cosa era modesta anzi disadorna. Le mura erano bianche in tutte le stanze, senzaltro ornamento che pochi quadri sacri. La camera destinata al signor Dogliani era la sola in cui ci fosse il pavimento coperto da un tappeto, ed una sedia a bracciuoli. Ma lausterità delladdobbo era mitigata dai fiori che ornavano le finestre, dalla vegetazione abbondante che verdeggiava nel piccolo giardino, dalla prospettiva grandiosa dei monti lontani e dei colli, dallaria pura e dal sole che entravano in abbondanza dagli ampi finestroni. Semplici comerano, tanto lui che lElena, potevano vivere felici in quella parrocchia un poco isolata dal paese; e lElena avrebbe trovato modo di rendere elegante quella povera dimora, col modo grazioso di collocare un mobile, con qualche pianta verde, o soltanto colla sua presenza.
Era circa la metà di marzo; le giornate erano già lunghe, ed un tempo costantemente splendido anticipava la primavera. Vicenzino era stato trattenuto a lungo presso un moribondo, e quella sera giungeva molto in ritardo in casa Dogliani. Contro le abitudini freddolose del vecchio, la porta a vetrate che dava sul giardino era aperta, ed una luce, insolitamente abbagliante, metteva come un gran quadro bianco in quella cornice vuota, che si disegnava sul fondo scuro della sera. Vicenzino, che era entrato appunto dal giardino per abbreviarsi la strada, pensò quale festa ricorresse il domani. LElena aveva labitudine di festeggiare le solennità con qualche improvvisata la sera della vigilia per compensare Vicenzino delle maggiori fatiche che doveva sostenere in quelle circostanze. Gli suonava qualche bel pezzo di musica sacra sul pianoforte, gli faceva trovare tutta una tavola coperta di fiori, che poi disponevano insieme per la sua chiesa, dei ricami o delle trine fatte da lei per le tovaglie del suo altare. Ma no. Il domani non era che la quarta domenica di quaresima.... Cosa poteva essere quella novità?
Vicenzino entrò sorridendo, malgrado il suo aspetto stanco e abbattuto, come per andare incontro alla lieta novella. Ma non cera nulla di nuovo. Soltanto la due grandi lampade del camino erano accese, e, sulla credenza, cerano ancora delle posate, dei piatti di dolci e di frutta, delle bottiglie, come quando cè stato un invito a pranzo.
Delle novità questa sera? domandò Vicenzino allElena che gli era andata incontro fino alla porta.
O, delle grandi novità...., rispose la fanciulla con un accento tutto nuovo. Egli la guardò come per interrogarla, e la vide colorita in volto, cogli occhi luccicanti, e con una bella rosa nei capelli.
Che cosè? Cosè stato? È tornato Vincenzo? tornò a dire Vicenzino.
No, non ancora. Il babbo ti dirà..., disse lElena mettendogli una sedia accanto alla poltrona del signor Dogliani. Poi se ne andò al pianoforte che era aperto, e si mise a suonare un minuetto, con dei pianissimo che sfumavano come un profumo lieve di viola, e degli andante che parevano scoppi di risa.
Vicenzino, meravigliato di quella musica tuttaltro che quaresimale, domandò allo zio:
Ma si può sapere che bella cosa è accaduta, che qui si fa festa?
O, la festa non è per noi, mio caro Vicenzino, sospirò il vecchio. Noi resteremo soli, non avrai più che questo povero vecchio infermo nella tua bella casa parrocchiale....
Vicenzino si sentì impallidire, e non ebbe la forza di parlare. Linfermo riprese:
La nostra Elena se ne va anche lei.
È capitato uno sposo? disse Vicenzino tutto tremante.
O, è un pezzo che è capitato. Sono sette anni che lo aspetta. Era nelle Indie... Vicenzino si alzò come per andare a congratularsi colla cugina, ma in realtà per nascondere il tremito che lo scoteva tutto.
Savviò lentamente, si fermò a guardare in giardino, poi chiuse le vetrate, mormorando che laria era troppo fresca per lo zio; e finalmente, pallido ancora ma padrone di sè, andò a sedere presso lElena, e le domandò:
Dunque avevi un segreto?
Sì, disse lElena voltandosi a guardarlo coi suoi begli occhi limpidi. Ma non devi lagnarti, perchè ne profittavate tutti. Era il segreto del mio buon umore, della rassegnazione con cui vedevo passare gli anni e partire le mie sorelle. Ero certa che sarebbe tornato.
Da sette anni? balbettò Vicenzino.
Sì. Da quando tu eri a Vercelli col tuo povero babbo. Egli passò quellanno qui in permesso; sera ammalato nel suo primo viaggio al Giappone....
È in marina?
Sì; nella marina mercantile.
Ah, era per questo che amavi tanto i libri di viaggi, i vasti orizzonti, i quadri di marina....
Sapevo che quella sarebbe un giorno la mia vita.
Ma eri certa fin dallora che pensava a te, che sarebbe tornato?
Ero certa del suo cuore come lo sono del tuo, rispose lElena con tutta la fede del suo forte amore, senza dubitare della pena che poteva fare al povero prete quel confronto.
In sette anni non hai mai avuto un dubbio? domandò ancora Vicenzino aggrappandosi ad unultima speranza, che, almeno in unora di dubbio, quel giovane cuore si fosse rivolto a lui.
Mai. Disse risolutamente lElena. Se avessi dubitato di lui sarei morta.
Vicenzino si sentì morire in cuore lultima gioia. Non lo aveva amato mai; non lo aveva compreso; non era per lui che era rimasta fanciulla. Era per un altro! Anche il suo passato, il solo ricordo che lo consolasse, il solo raggio damore della sua vita, era spento. Ebbe uno di quegli impeti di dolore irresistibili, che possono sopraffare anche le anime più forti. Riaperse la porta del giardino, ed uscì a capo scoperto nelloscurità. LElena credette che volesse passeggiare un poco per continuare il suo interrogatorio, e, devota alla sua autorità da fratello prete, si alzò per seguirlo. Ma egli camminava a passi concitati e sera già perduto nel buio della notte.
Vicenzino non sembra contento del mio matrimonio, disse lElena rientrando presso il padre, e spingendo la sua poltrona a ruote per condurlo a coricarsi.
Il vecchio scosse il capo bianco, e sospirò:
Gli è che la vita sarà triste per noi. Quanto a me sono vecchio, pazienza. Ma lui ha ventisei anni....
Però il giorno dopo Vicenzino rassicurò lElena. Quella sera era stanco, e triste per aver assistito fin allora un moribondo. Ma era contento della sua felicità, oh, tanto contento. La sua pallidezza e gli occhi infossati confermavano che infatti era stanco. LElena si tranquillò, e la sera stessa gli presentò il suo sposo.
Vicenzino fece per lei quanto aveva fatto per le altre cugine. Soltanto, in quei giorni quaresimali, vicino alla Pasqua, colla nuova casa da ordinare, era tanto occupato che di rado poteva passare la sera cogli sposi. E mentre essi deploravano la sua assenza, egli, solo nel suo studio squallido come una cella da frate, si sforzava di leggere o di studiare, ma rimaneva sempre cogli occhi fissi senza veder nulla, mentre le lagrime gli sgorgavano sulle pagine.
Vincenzo, che giunse in paese pochi giorni prima delle nozze, trovò il cugino molto abbattuto. Ma la sua venuta fece tanto piacere a Vicenzino, che presto le traccie della sua stanchezza scomparvero. Fu soltanto un po commosso il giorno della cerimonia nel benedire gli sposi, e dovette scusarsi di non fare nessun discorso di circostanza in causa di quel suo malessere nervoso, per cui alla menoma lettura, alla menoma parola un po tenera, si turbava fino al pianto.
Resterò io a finire il mio permesso qui per farti guarire, disse Vincenzo abbracciandolo allegramente. Io non dico parole tenere.
Ed infatti, partita anche lElena, il suo umore gioviale era la sola cosa che mettesse un po di vita in quella casa deserta. Erano già traslocati nella casa parrocchiale, ma parecchie camere rimanevano chiuse. Vicenzino le aveva preparate per lElena. Durante il soggiorno di Vincenzo a Santhià, il giovane prete si sentì riscaldare il cuore da quellamicizia che aveva riempita tutta la sua gioventù. E gli rinacque la speranza di vedersi crescere intorno i bimbi dellamico, di aiutarlo ad allevarli ed istruirli, di trovare un pascolo pel suo cuore amoroso in quei nuovi affetti. Vincenzo non ne parlava mai. Forse aveva anche lui un segreto come lElena. Forse se lo chiudeva nellanima come lei fin dal giorno in cui aveva preferito morire che vivere senzamore. Ma Vicenzino aveva bisogno di quel conforto ora che lamico stava per lasciarlo; ed il giorno della sua partenza gli disse:
Quando tornerai?
Chissà! rispose Vincenzo. Cè un tratto da Napoli a qui. Quando potrò avere un permesso un po lungo....
E.... tornerai solo? domandò Vicenzino esitando.
Come, solo? ripetè laltro. Poi, ad un tratto indovinando dal sorriso di Vicenzino cosa aveva voluto dirgli, esclamò con una risata:
Ah! no no. Dio mi scampi! voglio la mia libertà. Il matrimonio non lo desiderano che i preti, perchè non lo possono fare.
Vicenzino sentì un brivido corrergli per tutto il corpo. Era per questo che si era sacrificato!
Gli anni passarono lenti, monotoni, tristi nella casa parrocchiale. Il vecchio sandò lentamente spegnendo, perdendo ogni giorno una parte delle sue facoltà, finchè chiuse gli occhi, ed il giovane parroco rimase solo. Solo a trentanni, senza fervore religioso per riempirgli il cuore, camminando faticosamente sullarida via del dovere. Il suo aspetto concentrato e mesto non gli ravvicinava i cuori. Tutti lo rispettavano, era circondato di stima, ma non aveva amici. Era sempre pallido e magro, la sua persona alta e fine sincurvava come quella dun vecchio, ed i capelli biondi cominciavano ad incanutire. In paese dicevano che si distruggesse a forza di macerazioni e digiuni devoti. Lo credevano un santo: nessuno sapeva che era un martire. Qualcuno cominciò a dire che era di quei cristiani entusiasti, di cui si fanno i missionari. Altri ripeterono che voleva farsi missionario. La voce finì per diffondersi in paese: «Il parroco va in missione alle Indie.»
Vicenzino lo seppe, ma non aveva la vocazione nè lenergia per quellimpresa. E continuò la sua vita monotona, triste, solitaria.
Un giorno, dopo cinque anni, lElena gli scrisse una lettera disperata. Suo marito era morto di febbre gialla sul bastimento che li riconduceva in Italia. Era sbarcata a Genova con un bambino. Non aveva coraggio di vivere fra la gente; il movimento della città la spaventava. Gli domandava di accoglierla. «Sarò la custode della tua casa, e tu alleverai il mio povero Vicenzino. Mi perdonerai il mio immenso dolore. Non sarò una compagnia piacevole come altre volte; ma ti compenserò col mio affetto della tua grande bontà, e tu minsegnerai colla tua fede a rassegnarmi...»
Fu lultimo sfogo di passione, lultima convulsione di pianto, che scosse lanima forte e combattuta di Vicenzino. Lultima lotta della sua vita. Rispose allElena.
«Non sai che mi faccio missionario? È un pezzo che nessuno ignora questo mio disegno in paese. Non ho più casa da offrirti. Colla prossima missione partirò per le Indie. Saluta Vincenzo, e digli che si faccia una famiglia anche lui. È triste invecchiar solo.»
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