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1 O esecrabile Avarizia, o ingorda fame davere, io non mi maraviglio chad alma vile e daltre macchie lorda, sì facilmente dar possi di piglio; ma che meni legato in una corda, e che tu impiaghi del medesmo artiglio alcun, che per altezza era dingegno, se te schivar potea, dogni onor degno. 2 Alcun la terra e l mare e l ciel misura, e render sa tutte le cause a pieno dogni opra, dogni effetto di Natura, e poggia sì cha Dio riguarda in seno; e non può aver più ferma e maggior cura, morso dal tuo mortifero veleno, chunir tesoro: e questo sol gli preme, e ponvi ogni salute, ogni sua speme. 3 Rompe eserciti alcuno, e ne le porte si vede entrar di bellicose terre, ed esser primo a porre il petto forte, ultimo a trarre, in perigliose guerre; e non può riparar che sino a morte tu nel tuo cieco carcere nol serre. Altri daltre arti e daltri studi industri, oscuri fai, che sarian chiari e illustri. 4 Che dalcune dirò belle e gran donne cha bellezza, a virtù de fidi amanti, a lunga servitù, più che colonne io veggo dure, immobili e costanti? Veggo venir poi lAvarizia, e ponne far sì, che par che subito le incanti: in un dì, senza amor (chi fia che l creda?) a un vecchio, a un brutto, a un mostro le dà in preda. 5 Non è senza cagion sio me ne doglio: intendami chi può, che mintendio. Né però di proposito mi toglio, né la materia del mio canto oblio; ma non più a quel cho detto, adattar voglio, cha quel chio vho da dire, il parlar mio. Or torniamo a contar del paladino chad assaggiare il vaso fu vicino. 6 Io vi dicea chalquanto pensar volle, prima chai labri il vaso sappressasse. Pensò, e poi disse: - Ben sarebbe folle chi quel che non vorria trovar, cercasse. Mia donna è donna, ed ogni donna è molle: lasciàn star mia credenza come stasse. Sin qui mha il creder mio giovato, e giova: che possio megliorar per farne prova? 7 Potria poco giovare e nuocer molto; che l tentar qualche volta Idio disdegna. Non so sin questo io mi sia saggio o stolto; ma non vo più saper, che mi convegna. Or questo vin dinanzi mi sia tolto: sete non nho, né vo che me ne vegna; che tal certezza ha Dio più proibita, chal primo padre larbor de la vita. 8 Che come Adam, poi che gustò del pomo che Dio con propria bocca glinterdisse, da la letizia al pianto fece un tomo, onde in miseria poi sempre safflisse; così, se de la moglie sua vuol luomo tutto saper quanto ella fece e disse, cade de lallegrezze in pianti e in guai, onde non può più rilevarsi mai. - 9 Così dicendo il buon Rinaldo, e intanto respingendo da sé lodiato vase, vide abondare un gran rivo di pianto dagli occhi del signor di quelle case, che disse, poi che racchetossi alquanto: - Sia maledetto chi mi persuase chio facesse la prova, ohimè! di sorte, che mi levò la dolce mia consorte. 10 Perché non ti conobbi già dieci anni, sì che io mi fossi consigliato teco, prima che cominciassero gli affanni, e l lungo pianto onde io son quasi cieco? Ma vo levarti da la scena i panni; che l mio mal vegghi, e te ne dogli meco: e ti dirò il principio e largumento del mio non comparabile tormento. 11 Qua su lasciasti una città vicina, a cui fa intorno un chiaro fiume laco, che poi si stende e in questo Po declina, e lorigine sua vien di Benaco. Fu fatta la città, quando a ruina le mura andar de lagenoreo draco. Quivi nacque io di stirpe assai gentile, ma in pover tetto e in facultade umile. 12 Se Fortuna di me non ebbe cura sì che mi desse al nascer mio ricchezza, al diffetto di lei supplì Natura, che sopra ogni mio ugual mi diè bellezza. Donne e donzelle già di mia figura arder più duna vidi in giovanezza; chio ci seppi accoppiar cortesi modi; ben che stia mal che luom se stesso lodi. 13 Ne la nostra cittade era un uom saggio, di tutte larti oltre ogni creder dotto, che quando chiuse gli occhi al febeo raggio, contava gli anni suoi cento e ventotto. Visse tutta sua età solo e selvaggio, se non lestrema; che dAmor condotto, con premio ottenne una matrona bella, e nebbe di nascosto una cittella. 14 E per vietar che simil la figliuola alla matre non sia, che per mercede vendé sua castità che valea sola più che quanto oro al mondo si possiede, fuor del commercio popular la invola; ed ove più solingo il luogo vede, questo amplo e bel palagio e ricco tanto fece fare a demoni per incanto. 15 A vecchie donne e caste fe nutrire la figlia qui, chin gran beltà poi venne; né che potesse altruom veder, né udire pur ragionarne in quella età, sostenne. E perchavesse esempio da seguire, ogni pudica donna che mai tenne contra illicito amor chiuse le sbarre, ci fe dintaglio o di color ritrarre: 16 non quelle sol che di virtude amiche hanno sì il mondo alletà prisca adorno; di quai la fama per listorie antiche non è per veder mai lultimo giorno: ma nel futuro ancora altre pudiche che faran bella Italia dognintorno, ci fe ritrarre in lor fattezze conte, come otto che ne vedi a questa fonte. 17 Poi che la figlia al vecchio par matura sì, che ne possa luom cogliere i frutti; o fosse mia disgrazia o mia aventura, eletto fui degno di lei fra tutti. I lati campi oltre alle belle mura, non meno i pescarecci, che gli asciutti, che ci son dognintorno a venti miglia, mi consegnò per dote de la figlia. 18 Ella era bella e costumata tanto, che più desiderar non si potea. Di bei trapunti e di riccami, quanto mai ne sapesse Pallade, sapea. Vedila andare, odine il suono e l canto: celeste e non mortal cosa parea. E in modo allarti liberali attese, che, quanto il padre, o poco men nintese. 19 Con grande ingegno, e non minor bellezza che fatta lavria amabil fin ai sassi, era giunto un amore, una dolcezza, che par cha rimembrarne il cor mi passi. Non aveva più piacer né più vaghezza, che desser meco ovio mi stessi o andassi. Senza aver lite mai stemmo gran pezzo: lavemmo poi, per colpa mia, da sezzo. 20 Morto il suocero mio dopo cinque anni chio sottoposi il collo al giugal nodo, non stero molto a cominciar gli affanni chio sento ancora, e ti dirò in che modo. Mentre mi rinchiudea tutto coi vanni lamor di questa mia che sì ti lodo, una femina nobil del paese, quanto accender si può, di me saccese. 21 Ella sapea dincanti e di malie quel che saper ne possa alcuna maga: rendea la notte chiara, oscuro il die fermava il sol, facea la terra vaga. Non potea trar però le voglie mie, che le sanassin lamorosa piaga col rimedio che dar non le potria senza alta ingiuria de la donna mia. 22 Non perché fosse assai gentile e bella, né perché sapessio che sì me amassi, né per gran don, né per promesse chella mi fêsse molte, e di continuo instassi, ottener poté mai chuna fiammella, per darla a lei, del primo amor levassi; cha dietro ne traea tutte mie voglie il conoscermi fida la mia moglie. 23 La speme, la credenza, la certezza che de la fede di mia moglie avea, mavria fatto sprezzar quanta bellezza avesse mai la giovane ledea, o quanto offerto mai senno e ricchezza fu al gran pastor de la montagna Idea. Ma le repulse mie non valean tanto, che potesson levarmela da canto. 24 Un dì che mi trovò fuor del palagio la maga, che nomata era Melissa, e mi poté parlare a suo grande agio, modo trovò da por mia pace in rissa, e con lo spron di gelosia malvagio cacciar del cor la fé che vera fissa. Comincia a comendar la intenzion mia, chio sia fedele a chi fedel mi sia. 25 - Ma che ti sia fedel, tu non puoi dire, prima che di sua fé prova non vedi. Sella non falle, e che potria fallire, che sia fedel, che sia pudica credi. Ma se mai senza te non la lasci ire, se mai vedere altruom non le concedi, onde hai questa baldanza, che tu dica e mi vogli affermar che sia pudica? 26 Scostati un poco, scostati da casa; fa che le cittadi odano e i villaggi, che tu sia andato, e chella sia rimasa; agli amanti dà commodo e ai messaggi. Sa prieghi, a doni non fia persuasa di fare al letto maritale oltraggi, e che, facendol, creda che si cele, allora dir potrai che sia fedele. - 27 Con tal parole e simili non cessa lincantatrice, fin che mi dispone che de la donna mia la fede espressa veder voglia, e provare a paragone. - Ora pogniamo (le soggiungo) chessa sia qual non posso averne opinione: come potrò di lei poi farmi certo che sia di punizion degna o di merto? - 28 Disse Melissa: - Io ti darò un vasello fatto da ber, di virtù rara e strana; qual già per fare accorto il suo fratello del fallo di Genevra, fe Morgana. Chi la moglie ha pudica, bee con quello: ma non vi può già ber chi lha puttana; che l vin, quando lo crede in bocca porre, tutto si sparge, e fuor nel petto scorre. 29 Prima che parti, ne farai la prova, e per lo creder mio tu berai netto; che credo chancor netta si ritrova la moglie tua: pur ne vedrai leffetto. Ma sal ritorno esperienza nuova poi ne farai, non tassicuro il petto: che se tu non lo immolli, e netto bèi, dogni marito il più felice sei. - 30 Lofferta accetto; il vaso ella mi dona: ne fo la prova, e mi succede a punto; che, comera il disio, pudica e buona la cara moglie mia trovo a quel punto. Dice Melissa: - Un poco labbandona; per un mese o per duo stanne disgiunto: poi torna; poi di nuovo il vaso tolli; prova se bevi, o pur se l petto immolli. - 31 A me duro parea pur di partire; non perché di sua fe sì dubitassi, come chio non potea duo dì patire, né unora pur, che senza me restassi. Disse Melissa: - Io ti farò venire a conoscere il ver con altri passi. Vo che muti il parlare e i vestimenti, e sotto viso altrui te lappresenti. - 32 Signor, qui presso una città difende il Po fra minacciose e fiere corna; la cui iuridizion di qui si stende fin dove il mar fugge dal lito e torna. Cede dantiquità, ma ben contende con le vicine in esser ricca e adorna. Le reliquie troiane la fondaro, che dal flagello dAttila camparo. 33 Astringe e lenta a questa terra il morso un cavallier giovene, ricco e bello, che dietro un giorno a un suo falcone iscorso, essendo capitato entro il mio ostello, vide la donna, e sì nel primo occorso gli piacque, che nel cor portò il suggello; né cessò molte pratiche far poi, per inchinarla ai desideri suoi. 34 Ella gli fece dar tante repulse, che più tentarla al fine egli non volse; ma la beltà di lei, chAmor vi sculse, di memoria però non se gli tolse. Tanto Melissa allosingommi e mulse, cha tor la forma di colui mi volse; e mi mutò (né so ben dirti come) di faccia, di parlar, docchi e di chiome. 35 Già con mia moglie avendo simulato desser partito e gitone in Levante, nel giovene amator così mutato landar, la voce, labito e l sembiante, me ne ritorno, ed ho Melissa a lato, che sera trasformata, e parea un fante; e le più ricche gemme avea con lei, che mai mandassin glIndi o gli Eritrei. 36 Io che luso sapea del mio palagio, entro sicuro e vien Melissa meco; e madonna ritrovo a sì grande agio, che non ha né scudier né donna seco. I miei prieghi le espongo, indi il malvagio stimulo inanzi del mal far le arreco: i rubini, i diamanti e gli smeraldi, che mosso arebbon tutti i cor più saldi. 37 E le dico che poco è questo dono verso quel che sperar da me dovea: de la commodità poi le ragiono, che, non vessendo il suo marito, avea: e le ricordo che gran tempo sono stato suo amante, comella sapea; e che lamar mio lei con tanta fede degno era avere al fin qualche mercede. 38 Turbossi nel principio ella non poco, divenne rossa, ed ascoltar non volle; ma il veder fiammeggiar poi, come fuoco, le belle gemme, il duro cor fe molle: e con parlar rispose breve e fioco, quel che la vita a rimembrar mi tolle; che mi compiaceria, quando credesse chaltra persona mai nol risapesse. 39 Fu tal risposta un venenato telo di che me ne senti lalma traffissa: per lossa andommi e per le vene un gelo; ne le fauci restò la voce fissa. Levando allora del suo incanto il velo, ne la mia forma mi tornò Melissa. Pensa di che color dovesse farsi, chin tanto error da me vide trovarsi. 40 Divenimmo ambi di color di morte, muti ambi, ambi restiàn con gli occhi bassi. Potei la lingua a pena aver sì forte, e tanta voce a pena, chio gridassi: - Me tradiresti dunque tu, consorte, quando tu avessi chi l mio onor comprassi ? - Altra risposta darmi ella non puote, che di rigar di lacrime le gote. 41 Ben la vergogna è assai, ma più lo sdegno chella ha, da me veder farsi quella onta; e multiplica sì senza ritegno, chin ira al fine e in crudele odio monta. Da me fuggirsi tosto fa disegno; e ne lora che l Sol del carro smonta, al fiume corre, e in una sua barchetta si fa calar tutta la notte in fretta: 42 e la matina sappresenta avante al cavallier che lavea un tempo amata, sotto il cui viso, sotto il cui sembiante fu contra lonor mio da me tentata. A lui che nera stato ed era amante, creder si può che fu la giunta grata. Quindi ella mi fe dir chio non sperassi che mai più fosse mia, né più mamassi. 43 Ah lasso! da quel dì con lui dimora in gran piacere, e di me prende giuoco; ed io del mal che procacciammi allora, ancor languisco, e non ritrovo loco. Cresce il mal sempre, e giusto è chio ne muora; e resta omai da consumarci poco. Ben credo che l primo anno sarei morto, se non mi dava aiuto un sol conforto. 44 Il conforto chio prendo, è che di quanti per dieci anni mai fur sotto al mio tetto (cha tutti questo vaso ho messo inanti), non ne trovo un che non simmolli il petto. Aver nel caso mio compagni tanti mi dà fra tanto mal qualche diletto. Tu tra infiniti sol sei stato saggio, che far negasti il periglioso saggio. 45 Il mio voler cercare oltre alla meta che de la donna sua cercar si deve, fa che mai più trovare ora quieta non può la vita mia, sia lunga o breve. Di ciò Melissa fu a principio lieta: ma cessò tosto la sua gioia lieve; chessendo causa del mio mal stata ella, io lodiai sì, che non potea vedella. 46 Ella desser odiata impaziente da me che dicea amar più che sua vita, ove donna restarne immantinente creduto avea, che laltra ne fosse ita; per non aver sua doglia sì presente, non tardò molto a far di qui partita; e in modo abbandonò questo paese, che dopo mai per me non se nintese. - 47 Così narrava il mesto cavalliero: e quando fine alla sua istoria pose, Rinaldo alquanto ste sopra pensiero, da pietà vinto, e poi così rispose: - Mal consiglio di diè Melissa in vero, che dattizzar le vespe ti propose; e tu fusti a cercar poco avveduto quel che tu avresti non trovar voluto. 48 Se davarizia la tua donna vinta a voler fede romperti fu indutta, non tammirar; né prima ella né quinta fu de le donne prese in sì gran lutta; e mente via più salda ancora è spinta per minor prezzo a far cosa più brutta. Quanti uomini odi tu, che già per oro han traditi padroni e amici loro? 49 Non dovevi assalir con sì fiere armi, se bramavi veder farle difesa. Non sai tu, contra loro, che né i marmi né l durissimo acciar sta alla contesa? Che più fallasti tu a tentarla parmi, di lei che così tosto restò presa. Se te altretanto avesse ella tentato, non so se tu più saldo fossi stato. - 50 Qui Rinaldo fe fine, e da la mensa levossi a un tempo, e domandò dormire; che riposare un poco, e poi si pensa inanzi al dì dunora o due partire. Ha poco tempo, e l poco cha, dispensa con gran misura, e invan nol lascia gire. Il signor di là dentro, a suo piacere, disse, che si potea porre a giacere; 51 chapparecchiata era la stanza e l letto: ma che se volea far per suo consiglio, tutta notte dormir potria a diletto, e dormendo avanzarsi qualche miglio. - Acconciar ti farò (disse) un legnetto, con che volando, e senzalcun periglio tutta notte dormendo vo che vada, e una giornata avanzi de la strada. - 52 La proferta a Rinaldo accettar piacque, e molto ringraziò loste cortese: poi senza indugio là, dove ne lacque da naviganti era aspettato, scese. Quivi a grande agio riposato giacque, mentre il corso del fiume il legno prese, che da sei remi spinto, lieve e snello pel fiume andò, come per laria augello. 53 Così tosto come ebbe il capo chino, il cavallier di Francia adormentosse; imposto avendo già, come vicino giungea a Ferrara, che svegliato fosse. Restò Melara nel lito mancino; nel lito destro Sermide restosse: Figarolo e Stellata il legno passa, ove le corna il Po iracondo abbassa. 54 De le due corna il nocchier prese il destro, e lasciò andar verso Vinegia il manco; passò il Bondeno: e già il color cilestro si vedea in oriente venir manco, che votando di fior tutto il canestro, lAurora vi facea vermiglio e bianco; quando, lontan scoprendo di Tealdo ambe le rocche, il capo alzò Rinaldo. 55 - O città bene aventurosa (disse), di cui già Malagigi, il mio cugino, contemplando le stelle erranti e fisse, e costringendo alcun spirto indovino, nei secoli futuri mi predisse (già chio facea con lui questo camino) chancor la gloria tua salirà tanto, chavrai di tutta Italia il pregio e l vanto. - 56 Così dicendo, e pur tuttavia in fretta su quel battel che parea aver le penne, scorrendo il re de fiumi, allisoletta challa cittade è più propinqua, venne: e ben che fosse allora erma e negletta, pur sallegrò di rivederla, e fenne non poca festa; che sapea quanto ella, volgendo gli anni, saria ornata e bella. 57 Altra fiata che fe questa via, udì da Malagigi, il qual seco era, che settecento volte che si sia girata col monton la quarta sfera, questa la più ioconda isola fia di quante cinga mar, stagno o riviera; sì che, veduta lei, non sarà choda dar più alla patria di Nausicaa loda. 58 Udì che di bei tetti posta inante sarebbe a quella sì a Tiberio cara; che cederian lEsperide alle piante chavria il bel loco, dogni sorte rara; che tante spezie danimali, quante vi fien, né in mandra Circe ebbe né in hara; che vavria con le Grazie e con Cupido Venere stanza, e non più in Cipro o in Gnido: 59 e che sarebbe tal per studio e cura di chi al sapere ed al potere unita la voglia avendo, dargini e di mura avria sì ancor la sua città munita, che contra tutto il mondo star sicura potria, senza chiamar di fuori aita: e che dErcol figliuol, dErcol sarebbe padre il signor che questo e quel far debbe. 60 Così venìa Rinaldo ricordando quel che già il suo cugin detto gli avea, de le future cose divinando, che spesso conferir seco solea. E tuttavia lumil città mirando: - Come esser può chancor (seco dicea) debban così fiorir queste paludi de tutti i liberali e degni studi? 61 e crescer abbia di sì piccol borgo ampla cittade e di sì gran bellezza? e ciò chintorno è tutto stagno e gorgo, sien lieti e pieni campi di ricchezza? Città, sin ora a riverire assorgo lamor, la cortesia, la gentilezza de tuoi signori, e gli onorati pregi dei cavallier, dei cittadini egregi. 62 Lineffabil bontà del Redentore, de tuoi principi il senno e la iustizia, sempre con pace, sempre con amore ti tenga in abondanza ed in letizia; e ti difenda contra ogni furore de tuoi nimici, e scuopra lor malizia: del tuo contento ogni vicino arrabbi, più tosto che tu invidia ad alcuno abbi. - 63 Mentre Rinaldo così parla, fende con tanta fretta il suttil legno londe, che con maggiore a logoro non scende falcon chal grido del padron risponde. Del destro corno il destro ramo prende quindi il nocchiero, e mura e tetti asconde: San Georgio a dietro, a dietro sallontana la torre e de la Fossa e di Gaibana. 64 Rinaldo, come accade chun pensiero un altro dietro, e quello un altro mena, si venne a ricordar del cavalliero nel cui palagio fu la sera a cena; che per questa cittade, a dire il vero, avea giusta cagion di stare in pena: e ricordossi del vaso da bere, che mostra altrui lerror de la mogliere; 65 e ricordossi insieme de la prova che daver fatta il cavallier narrolli; che di quanti avea esperti, uomo non trova che bea nel vaso, e l petto non simmolli. Or si pente, or tra sé dice: - È mi giova cha tanto paragon venir non volli. Riuscendo, accertava il creder mio; non riuscendo, a che partito era io? 66 Gli è questo creder mio, come io lavessi ben certo, e poco accrescer lo potrei: sì che, sal paragon mi succedessi, poco il meglio saria chio ne trarrei; ma non già poco il mal, quando vedessi quel di Clarice mia, chio non vorrei. Metter saria mille contra uno a giuoco; che perder si può molto, e acquistar poco. - 67 Stando in questo pensoso il cavalliero di Chiaramonte, e non alzando il viso, con molta attenzion fu da un nocchiero che gli era incontra, riguardato fiso: e perché di veder tutto il pensiero che loccupava tanto, gli fu aviso, come uom che ben parlava ed avea ardire, a seco ragionar lo fece uscire. 68 La somma fu del lor ragionamento, che colui malaccorto era ben stato, che ne la moglie sua lesperimento maggior che può far donna, avea tentato; che quella che da loro e da largento difende il cor di pudicizia armato, tra mille spade via più facilmente difenderallo, e in mezzo al fuoco ardente. 69 Il nocchler suggiungea: - Ben gli dicesti, che non dovea offerirle sì gran doni; che contrastare a questi assalti e a questi colpi non sono tutti i petti buoni. Non so se duna giovane intendesti (chesser pò che tra voi se ne ragioni), che nel medesmo error vide il consorte, di chesso avea lei condannata a morte. 70 Dovea in memoria avere il signor mio, che loro e l premio ogni durezza inchina; ma, quando bisognò, lebbe in oblio, ed ei si procacciò la sua ruina. Così sapea lo esempio egli, comio, che fu in questa città di qui vicina, sua patria e mia, che l lago e la palude del rifrenato Menzo intorno chiude: 71 dAdonio voglio dir, che l ricco dono fe alla moglie del giudice, dun cane. - - Di questo (disse il paladino) il suono non passa lAlpe, e qui tra voi rimane; perché né in Francia, né dove ito sono, parlar nudi ne le contrade estrane: sì che dì pur, se non tincresce il dire; che volentieri io mi tacconcio a udire. - 72 Il nocchier cominciò: - Già fu di questa terra un Anselmo di famiglia degna, che la sua gioventù con lunga vesta spese in saper ciò chUlpiano insegna e di nobil progenie, bella e onesta moglie cercò, chal grado suo convegna; e duna terra quindi non lontana nebbe una di bellezza sopraumana; 73 e di bei modi e tanto graziosi, che parea tutto amore e leggiadria; e di molto più forse, chai riposi, challo stato di lui non convenia. Tosto che lebbe, quanti mai gelosi al mondo fur, passò di gelosia: non già chaltra cagion gli ne desse ella, che desser troppo accorta e troppo bella. 74 Ne la città medesma un cavalliero era dantiqua e donorata gente, che discendea da quel lignaggio altiero chuscì duna mascella di serpente, onde già Manto, e chi con essa fero la patria mia, disceser similmente. Il cavallier, chAdonio nominosse, di questa bella donna inamorosse. 75 E per venire a fin di questo amore, a spender cominciò senza ritegno in vestire, in conviti, in farsi onore, quanto può farsi un cavallier più degno. Il tesor di Tiberio imperatore non saria stato a tante spese al segno. Io credo ben che non passar duo verni, chegli uscì fuor di tutti i ben paterni. 76 La casa chera dianzi frequentata matina e sera tanto dagli amici, sola restò, tosto che fu privata di starne, di fagian, di coturnici. Egli che capo fu de la brigata, rimase dietro, e quasi fra mendici. Pensò, poi chin miseria era venuto, dandare ove non fosse conosciuto. 77 Con questa intenzione una mattina, senza far motto altrui, la patria lascia; e con sospiri e lacrime camina lungo lo stagno che le mura fascia. La donna che del cor gli era regina, già non oblia per la seconda ambascia. Ecco unalta aventura che lo viene di sommo male a porre in sommo bene. 78 Vede un villan che con un gran bastone intorno alcuni sterpi saffatica. Quivi Adonio si ferma, e la cagione di tanto travagliar vuol che gli dica. Disse il villan, che dentro a quel macchione veduto avea una serpe molto antica, di che più lunga e grossa a giorni suoi non vide, né credea mai veder poi; 79 e che non si voleva indi partire, che non lavesse ritrovata e morta. Come Adonio lo sente così dire, con poca pazienza lo sopporta. Sempre solea le serpi favorire; che per insegna il sangue suo le porta in memoria chuscì sua prima gente de denti seminati di serpente. 80 e disse e fece col villano in guisa che, suo mal grado, abbandonò limpresa; sì che da lui non fu la serpe uccisa, né più cercata, né altrimenti offesa. Adonio ne va poi dove savisa che sua condizion sia meno intesa; e dura con disagio e con affanno fuor de la patria appresso al settimo anno. 81 Né mai per lontananza, né strettezza del viver, che i pensier non lascia ir vaghi, cessa Amor che sì gli ha la mano avezza, chognor non li arda il core, ognor impiaghi. È forza al fin che torni alla bellezza che son di riveder sì gli occhi vaghi. Barbuto, afflitto, e assai male in arnese, là donde era venuto, il camin prese. 82 In questo tempo alla mia patria accade mandare uno oratore al Padre santo, che resti appresso alla sua Santitade per alcun tempo e non fu detto quanto. Gettan la sorte, e nel giudice cade. Oh giorno a lui cagion sempre di pianto! Fe scuse, pregò assai, diede e promesse per non partirsi; e al fin sforzato cesse. 83 Non gli parea crudele e duro manco a dover sopportar tanto dolore, che se veduto aprir savesse il fianco, e vedutosi trar con mano il core. Di geloso timor pallido e bianco per la sua donna, mentre staria fuore, lei con quei modi che giovar si crede, supplice priega a non mancar di fede: 84 dicendole cha donna né bellezza, né nobiltà, né gran fortuna basta, sì che di vero onor monti in altezza, se per nome e per opre non è casta; e che quella virtù via più si prezza, che di sopra riman quando contrasta, e chor gran campo avria per questa assenza, di far di pudicizia esperienza. 85 Con tai le cerca ed altre assai parole persuader chella gli sia fedele. De la dura partita ella si duole, con che lacrime, oh Dio! con che querele! E giura che più tosto oscuro il sole vedrassi, che gli sia mai sì crudele, che rompa fede; e che vorria morire più tosto chaver mai questo desire. 86 Ancor cha sue promesse e a suoi scongiuri desse credenza e si achetasse alquanto, non resta che più intender non procuri, e che materia non procacci al pianto. Avea uno amico suo, che dei futuri casi predir teneva il pregio e l vanto; e dogni sortilegio e magica arte, o il tutto, o ne sapea la maggior parte. 87 Diegli, pregando di vedere assunto, se la sua moglie, nominata Argia, nel tempo che da lei starà disgiunto, fedele e casta, o pel contario fia. Colui da prieghi vinto, tolle il punto, il ciel figura come par che stia. Anselmo il lascia in opra, e laltro giorno a lui per la risposta fa ritorno. 88 Lastrologo tenea le labra chiuse, per non dire al dottor cosa che doglia, e cerca di tacer con molte scuse. Quando pur del suo mal vede cha voglia, che gli romperà fede gli concluse, tosto chegli abbia il piè fuor de la soglia, non da bellezza né da prieghi indotta, ma da guadagno e da prezzo corrotta. 89 Giunte al timore, al dubbio chavea prima, queste minacce dei superni moti, come gli stesse il cor, tu stesso stima, se damor gli accidenti ti son noti. E sopra ogni mestizia che lopprima, e che lafflitta mente aggiri e arruoti, è l saper come, vinta davarizia, per prezzo abbia a lasciar sua pudicizia. 90 Or per far quanti potea far ripari da non lasciarla in quel error cadere (perché il bisogno a dispogliar gli altari tra luom talvolta, che sel trova avere), ciò che tenea di gioie e di danari (che navea somma) pose in suo potere: rendite e frutti dogni possessione, e ciò cha al mondo, in man tutto le pone. 91 - Con facultade (disse) che ne tuoi non sol bisogni te li goda e spenda, ma che ne possi far ciò che ne vuoi, li consumi, li getti, e doni e venda; altro conto saper non ne vo poi, pur che, qual ti lascio or, tu mi ti renda: pur che, come or tu sei, mi sie rimasa, fa che io non trovi né poder né casa. - 92 La prega che non faccia, se non sente chegli ci sia, ne la città dimora; ma ne la villa, ove più agiatamente viver potrà dogni commercio fuora. Questo dicea, però che lumil gente che nel gregge o ne campi gli lavora, non gli era aviso che le caste voglie contaminar potessero alla moglie. 93 Tenendo tuttavia le belle braccia al timido marito al collo Argia, e di lacrime empiendogli la faccia, chun fiumicel dagli occhi le nuscia; sattrista che colpevole la faccia, come di fé mancata già gli sia; che questa sua sospizion procede, perché non ha ne la sua fede fede. 94 Troppo sarà, sio voglio ir rimembrando ciò chal partir da tramendua fu detto. - Il mio onor (dice al fin) ti raccomando: - piglia licenza, e partesi in effetto; e ben si sente veramente, quando volge il cavallo, uscire il cor del petto. Ella lo segue, quanto seguir puote, con gli occhi che le rigano le gote. 95 Adonio intanto misero e tapino, e (come io dissi) pallido e barbuto, verso la patria avea preso il camino, sperando di non esser conosciuto. Sul lago giunse alla città vicino, là dove avea dato alla biscia aiuto, chera assediata entro la macchia forte da quel villan che por la volea a morte. 96 Quivi arrivando in su laprir del giorno, chancor splendea nel cielo alcuna stella, si vede in peregrino abito adorno venir pel lito incontra una donzella in signoril sembiante, ancor chintorno non lapparisse né scudier né ancella. Costei con grata vista lo raccolse, e poi la lingua a tai parole sciolse: 97 - Se ben non mi conosci, o cavalliero, son tua parente, e grande obligo taggio: parente son, perché da Cadmo fiero scende damenduo noi lalto lignaggio. Io son la fata Manto, che l primiero sasso messi a fondar questo villaggio; e dal mio nome (come ben forse hai contare udito) Mantua la nomai. 98 De le fate io son una; ed il fatale stato per farti anco saper chimporte, nascemo a un punto, che dognaltro male siamo capaci, fuor che de la morte. Ma giunto è con questo essere immortale condizion non men del morir forte; chogni settimo giorno ogniuna è certa che la sua forma in biscia si converta. 99 Il vedersi coprir del brutto scoglio, e gir serpendo, è cosa tanto schiva, che non è pare al mondo altro cordoglio; tal che bestemmia ogniuna desser viva. E lobbligo chio tho (perché ti voglio insiememente dire onde deriva), tu saprai che quel dì, per esser tali, siamo a periglio dinfiniti mali. 100 Non è sì odiato altro animale in terra, come la serpe; e noi, che nabbiàn faccia, patimo da ciascuno oltraggio e guerra; che chi ne vede, ne percuote e caccia. Se non troviamo ove tornar sotterra, sentiamo quanto pesa altrui le braccia. Meglio saria poter morir, che rotte e storpiate restar sotto le botte. 101 Lobligo chio tho grande, è chuna volta che tu passavi per questombre amene, per te di mano fui dun villan tolta, che gran travagli mavea dati e pene. Se tu non eri, io non andava asciolta, chio non portassi rotto e capo e schene, e che sciancata non restassi e storta, se ben non vi potea rimaner morta: 102 perché quei giorni che per terra il petto traemo avvolte in serpentile scorza, il ciel chin altri tempi è a noi suggetto, niega ubbidirci, e prive siàn di forza. In altri tempi ad un sol nostro detto il sol si ferma e la sua luce ammorza; limmobil terra gira e muta loco; sinfiamma il ghiaccio, e si congela il fuoco. 103 Ora io son qui per renderti mercede del beneficio che mi festi allora. Nessuna grazia indarno or mi si chiede chio son del manto viperino fuora. Tre volte più che di tuo padre erede non rimanesti, io ti fo ricco or ora: né vo che mai più povero diventi, ma quanto spendi più, che più augumenti. 104 E perché so che ne lantiquo nodo, in che già Amor tavinse, anco ti trovi, voglioti dimostrar lordine e l modo cha disbramar tuoi desideri giovi. Io voglio, or che lontano il marito odo, che senza indugio il mio consiglio provi; vadi a trovar la donna che dimora fuori alla villa, e sarò teco io ancora. - 105 E seguitò narrandogli in che guisa alla sua donna vuol che sappresenti; dico come vestir, come precisa- mente abbia a dir, come la prieghi e tenti; e che forma essa vuol pigliar, devisa; che, fuor che l giorno cherra tra serpenti, in tutti gli altri si può far, secondo che più le pare, in quante forme ha il mondo. 106 Messe in abito lui di peregrino il qual per Dio di porta in porta accatti: mutosse ella in un cane, il più piccino di quanti mai nabbia Natura fatti, di pel lungo, più bianco charmellino, di grato aspetto e di mirabili atti. Così trasfigurato, entraro in via verso la casa de la bella Argia: 107 e dei lavoratori alle capanne prima chaltrove, il giovene fermosse; e cominciò a sonar certe sue canne, al cui suono danzando il can rizzosse. La voce e l grido alla padrona vanne, e fece sì, che per veder si mosse. Fece il romeo chiamar ne la sua corte, sì come del dottor traea la sorte. 108 E quivi Adonio a comandare al cane incominciò, ed il cane a ubbidir lui, e far danze nostral, farne destrane, con passi e continenze e modi sui, e finalmente con maniere umane far ciò che comandar sapea colui, con tanta attenzion, che chi lo mira, non batte gli occhi, e a pena il fiato spira. 109 Gran maraviglia, ed indi gran desire venne alla donna di quel can gentile; e ne fa per la balia proferire al cauto peregrin prezzo non vile, - Savessi più tesor, che mai sitire potesse cupidigia feminile (colui rispose), non saria mercede di comprar degna del mio cane un piede. - 110 E per mostrar che veri i detti foro, con la balia in un canto si ritrasse, e disse al cane, chuna marca doro a quella donna in cortesia donasse. Scossesi il cane, e videsi il tesoro. Disse Adonio alla balia, che pigliasse, soggiungendo: - Ti par che prezzo sia, per cui sì bello e util cane io dia? 111 Cosa, qual vogli sia, non gli domando, di chio ne torni mai con le man vote; e quando perle, e quando annella, e quando leggiadra veste e di gran prezzo scuote. Pur di a madonna, che fia al suo comando; per oro no, choro pagar nol puote: ma se vuol chuna notte seco io giaccia, abbiasi il cane, e l suo voler ne faccia. - 112 Così dice: e una gemma allora nata le dà, challa padrona lappresenti. Pare alla balia averne più derata, che di pagar dieci ducati o venti. Torna alla donna, e le fa limbasciata; e la conforta poi, che si contenti dacquistare il bel cane; chacquistarlo per prezzo può, che non si perde a darlo. 113 La bella Argia sta ritrosetta in prima; parte, che la sua fé romper non vuole, parte, chesser possibile non stima tutto ciò che ne suonan le parole. La balia le ricorda, e rode e lima, che tanto ben di rado avvenir suole; e fe che lagio un altro dì si tolse, che l can veder senza tanti occhi volse. 114 Questaltro comparir chAdonio fece, fu la ruina e del dottor la morte. Facea nascer le doble a diece a diece, filze di perle, e gemme dogni sorte: sì che il superbo cor mansuefece, che tanto meno a contrastar fu forte, quanto poi seppe che costui chinante gli fa partito, è l cavallier suo amante. 115 De la puttana sua balia i conforti, i prieghi de lamante e la presenza, il veder che guadagno se lapporti, del misero dottor la lunga assenza, lo sperar chalcun mai non lo rapporti, fero ai casti pensier tal violenza, chella accettò il bel cane, e per mercede in braccio e in preda al suo amator si diede. 116 Adonio lungamente frutto colse de la sua bella donna, a cui la fata grande amor pose, e tanto le ne volse, che sempre star con lei si fu ubligata. Per tutti i segni il sol prima si volse, chal giudice licenza fosse data: al fin tornò, ma pien di gran sospetto per quel che già lastrologo avea detto. 117 Fa, giunto ne la patria, il primo volo a casa de lastrologo, e gli chiede, se la sua donna fatto inganno e dolo, o pur servato gli abbia amore e fede. Il sito figurò colui del polo, ed a tutti i pianeti il luogo diede: poi rispose che quel chavea temuto, come predetto fu, gli era avvenuto; 118 che da doni grandissimi corrotta, data ad altri savea la donna in preda. Questa al dottor nel cor fu sì gran botta, che lancia e spiedo io vo che ben le ceda. Per esserne più certo, ne va allotta (ben che pur troppo allo indivino creda) ovè la balia, e la tira da parte, e per saperne il certo usa grande arte. 119 Con larghi giri circondando prova or qua or là di ritrovar la traccia; e da principio nulla ne ritrova, con ogni diligenza che ne faccia; chella, che non avea tal cosa nuova, stava negando con immobil faccia; e come bene istrutta, più dun mese tra il dubbio e l certo il suo patron sospese. 120 Quanto dovea parergli il dubio buono, se pensava il dolor chavria del certo! Poi chindarno provò con priego e dono, che da la balia il ver gli fosse aperto, né toccò tasto ove sentisse suono altro che falso; come uom ben esperto, aspettò che discordia vi venisse; chove femine son, son liti e risse. 121 E come egli aspettò, così gli avvenne; chal primo sdegno che tra loro nacque, senza suo ricercar, la balia venne il tutto a ricontargli, e nulla tacque. Lungo a dir fôra ciò che l cor sostenne, come la mente costernata giacque del giudice meschin, che fu sì oppresso, che stette per uscir fuor di se stesso: 122 e si dispose al fin, da lira vinto, morir, ma prima uccider la sua moglie; e che damendue i sangui un ferro tinto levassi lei di biasmo, e sé di doglie. Ne la città se ne ritorna, spinto da così furibonde e cieche voglie; indi alla villa un suo fidato manda, e quanto esequir debba, gli commanda. 123 Commanda al servo, challa moglie Argia torni alla villa, e in nome suo le dica chegli è da febbre oppresso così ria, che di trovarlo vivo avrà fatica; sì che, senza aspettar più compagnia, venir debba con lui, sella gli è amica (verrà: sa ben che non farà parola); e che tra via le seghi egli la gola. 124 A chiamar la patrona andò il famiglio, per far di lei quanto il signor commesse. Dato prima al suo cane ella di piglio, montò a cavallo ed a camin si messe. Lavea il cane avisata del periglio, ma che dandar per questo ella non stesse; chavea ben disegnato e proveduto onde nel gran bisogno avrebbe aiuto. 125 Levato il servo del camino sera; e per diverse e solitarie strade a studio capitò su una riviera che dApennino in questo fiume cade; overa bosco e selva oscura e nera, lungi da villa e lungi da cittade. Gli parve loco tacito e disposto per leffetto crudel che gli fu imposto. 126 Trasse la spada e alla padrona disse quanto commesso il suo signor gli avea; sì che chiedesse, prima che morisse, perdono a Dio dogni colpa rea. Non ti so dir comella si coprisse: quando il servo ferirla si credea, più non la vide, e molto dognintorno landò cercando, e al fin restò con scorno. 127 Torna al patron con gran vergogna ed onta, tutto attonito in faccia e sbigottito; e linsolito caso gli racconta, chegli non sa come si sia seguito. Cha suoi servigi abbia la moglie pronta la fata Manto, non sapea il marito; che la balia onde il resto avea saputo, questo, non so perché, gli avea taciuto. 128 Non sa che far; che né loltraggio grave vendicato ha, né le sue pene ha sceme. Quel chera una festuca, ora è una trave, tanto gli pesa, tanto al cor gli preme. Lerror che sapean pochi, or sì aperto have, che senza indugio si palesi, teme. Potea il primo celarsi; ma il secondo, publico in breve fia per tutto il mondo. 129 Conosce ben che, poi che l cor fellone avea scoperto il misero contra essa, chella, per non tornargli in suggezione, dalcun potente in man si sarà messa; il qual se la terrà con irrisione ed ignominia del marito espressa; e forse anco verrà dalcuno in mano, che ne fia insieme adultero e ruffiano. 130 Sì che, per rimediarvi, in fretta manda intorno messi e lettere a cercarne: chin quel loco, chin questo ne domanda per Lombardia, senza città lasciarne. Poi va in persona, e non si lascia banda ove o non vada o mandivi a spiarne: né mai può ritrovar capo né via di venire a notizia, che ne sia. 131 Al fin chiama quel servo a chi fu imposta lopra crudel che poi non ebbe effetto, e fa che lo conduce ove nascosta se gli era Argia, sì come gli avea detto; che forse in qualche macchia il dì reposta, la notte si ripara ad alcun tetto. Lo guida il servo ove trovar si crede la folta selva, e un gran palagio vede. 132 Fatto avea farsi alla sua fata intanto la bella Argia con subito lavoro dalabastri un palagio per incanto, dentro e di fuor tutto fregiato doro. Né lingua dir, né cor pensar può quanto avea beltà di fuor, dentro tesoro. Quel che iersera sì ti parve bello, del mio signor, saria un tugurio a quello. 133 E di panni di razza, e di cortine tessute riccamente e a varie fogge, ornate eran le stalle e le cantine, non sale pur, non pur camere e logge; vasi doro e dargento senza fine, gemme cavate, azzurre e verdi e rogge, e formate in gran piatti e in coppe e in nappi, e senza fin doro e di seta drappi. 134 Il giudice, sì come io vi dicea, venne a questo palagio a dar di petto, quando né una capanna si credea di ritrovar, ma solo il bosco schietto. Per lalta maraviglia che navea, esser si credea uscito dintelletto: non sapea se fosse ebbro o se sognassi, o pur se l cervel scemo a volo andassi. 135 Vede inanzi alla porta uno Etiopo con naso e labri grossi; e ben gli è avviso che non vedesse mai, prima né dopo, un così sozzo e dispiacevol viso; poi di fattezze, qual si pinge Esopo, dattristar, se vi fosse, il paradiso; bisunto e sporco, e dabito mendico: né a mezzo ancor di sua bruttezza io dico. 136 Anselmo che non vede altro da cui possa saper di chi la casa sia, a lui saccosta, e ne domanda a lui; ed ei risponde: - Questa casa è mia. - Il giudice è ben certo che colui lo beffi e che gli dica la bugia: ma con scongiuri il negro ad affermare che sua è la casa, e chaltri non vha a fare; 137 e gli offerisce, se la vuol vedere, che dentro vada, e cerchi come voglia; e se vha cosa che gli sia in piacere o per sé o per gli amici, se la toglia. Diede il cavallo al servo suo a tenere Anselmo, e messe il piè dentro alla soglia; e per sale e per camere condutto, da basso e dalto andò mirando il tutto. 138 La forma, il sito, il ricco e bel lavoro va contemplando, e lornamento regio; e spesso dice: - Non potria quantoro è sotto il sol pagare il loco egregio. - A questo gli risponde il brutto Moro, e dice: - E questo ancor trova il suo pregio: se non doro o dargento, nondimeno pagar lo può quel che vi costa meno. - 139 E gli fa la medesima richiesta chavea già Adonio alla sua moglie fatta. De la brutta domanda e disonesta, persona lo stimò bestiale e matta. Per tre repulse e quattro egli non resta; e tanti modi a persuaderlo adatta, sempre offerendo in merito il palagio, che fe inchinarlo al suo voler malvagio. 140 La moglie Argia che stava appresso ascosa, poi che lo vide nel suo error caduto, saltò fuora gridando: - Ah degna cosa che io veggo di dottor saggio tenuto! - Trovato in sì malopra e viziosa, pensa se rosso far si deve e muto. O terra, acciò ti si gettassi dentro, perché allor non tapristi insino al centro? 141 La donna in suo discarco, ed in vergogna dAnselmo, il capo glintronò di gridi, dicendo: - Come te punir bisogna di quel che far con sì vil uom ti vidi, se per seguir quel che natura agogna, me, vinta a prieghi del mio amante, uccidi? chera bello e gentile; e un dono tale mi fe, cha quel nulla il palagio vale. 142 Sio ti parvi esser degna duna morte, conosci che ne sei degno di cento: e ben chin questo loco io sia sì forte, chio possa di te fare il mio talento; pure io non vo pigliar di peggior sorte altra vendetta del tuo fallimento. Di par lavere e l dar, marito, poni; fa, comio a te, che tu a me ancor perdoni: 143 e sia la pace e sia laccordo fatto, chogni passato error vada in oblio; né chin parole io possa mai né in atto ricordarti il tuo error, né a me tu il mio. - Il marito ne parve aver buon patto, né dimostrossi al perdonar restio. Così a pace e concordia ritornaro, e sempre poi fu luno allaltro caro. - 144 Così disse il nocchiero; e mosse a riso Rinaldo al fin de la sua istoria un poco; e diventar gli fece a un tratto il viso, per lonta del dottor, come di fuoco. Rinaldo Argia molto lodò, chavviso ebbe dalzare a quello augello un gioco challa medesma rete fe cascallo, in che cadde ella, ma con minor fallo. 145 Poi che più in alto il sole il camin prese, fe il paladino apparecchiar la mensa, chavea la notte il Mantuan cortese provista con larghissima dispensa. Fugge a sinistra intanto il bel paese, ed a man destra la palude immensa: viene e fuggesi Argenta e l suo girone col lito ove Santerno il capo pone. 146 Allora la Bastia credo non vera, di che non troppo si vantar Spagnuoli davervi su tenuta la bandiera; ma più da pianger nhanno i Romagniuoli. E quindi a filo alla dritta riviera cacciano il legno, e fan parer che voli. Lo volgon poi per una fossa morta, cha mezzodì presso a Ravenna il porta. 147 Ben che Rinaldo con pochi danari fosse sovente, pur navea sì alora, che cortesia ne fece a marinari, prima che li lasciasse alla buonora. Quindi mutando bestie e cavallari, Arimino passò la sera ancora; né in Montefiore aspetta il matutino, e quasi a par col sol giunge in Urbino. 148 Quivi non era Federico allora, né lIssabetta, né l buon Guido vera, né Francesco Maria, ne Leonora, che con cortese forza e non altiera avesse astretto a far seco dimora sì famoso guerrier più duna sera; come fer già molti anni, ed oggi fanno a donne e a cavallier che di là vanno. 149 Poi che quivi alla briglia alcun nol prende, smonta Rinaldo a Cagli alla via dritta. Pel monte che l Metauro o il Gauno fende, passa Apennino e più non lha a man ritta; passa gli Ombri e gli Etrusci, e a Roma scende; da Roma ad Ostia; e quindi si tragitta per mare alla cittade a cui commise il pietoso figliuol lossa dAnchise. 150 Muta ivi legno, e verso lisoletta di Lipadusa fa ratto levarsi; quella che fu dai combattenti eletta, ed ove già stati erano a trovarsi. Insta Rinaldo, e gli nocchieri affretta, cha vela e a remi fan ciò che può farsi; ma i venti avversi e per lui mal gagliardi, lo fecer, ma di poco, arrivar tardi. 151 Giunse cha punto il principe dAnglante fatta avea lutile opra e gloriosa: avea Gradasso ucciso ed Agramante, ma con dura vittoria e sanguinosa. Morto nera il figliuol di Monodante; e di grave percossa e perigliosa stava Olivier languendo in su larena, e del piè guasto avea martìre e pena. 152 Tener non poté il conte asciutto il viso, quando abbracciò Rinaldo, e che narrolli che gli era stato Brandimarte ucciso, che tanta fede e tanto amor portolli. Né men Rinaldo, quando sì diviso vide il capo allamico, ebbe occhi molli: poi quindi ad abbracciar si fu condotto Olivier che sedea col piede rotto. 153 La consolazion che seppe, tutta diè lor, ben che per sé tor non la possa; che giunto si vedea quivi alle frutta, anzi poi che la mensa era rimossa. Andaro i servi alla città distrutta, e di Gradasso e dAgramante lossa ne le ruine ascoser di Biserta, e quivi divulgar la cosa certa. 154 De la vittoria chavea avuto Orlando, sallegrò Astolfo e Sansonetto molto; non sì però, come avrian fatto, quando non fosse a Brandimarte il lume tolto. Sentir lui morto il gaudio va scemando sì, che non ponno asserenare il volto. Or chi sarà di lor, channunzio voglia a Fiordiligi dar di sì gran doglia? 155 La notte che precesse a questo giorno, Fiordiligi sognò che quella vesta che, per mandarne Brandimarte adorno, avea trapunta e di sua man contesta, vedea per mezzo sparsa e dognintorno di gocce rosse, a guisa di tempesta: parea che di sua man così lavesse riccamata ella, e poi se ne dogliessse. 156 E parea dir: - Pur hammi il signor mio commesso chio la faccia tutta nera: or perché dunque riccamata hollio contra sua voglia in sì strana maniera? - Di questo sogno fe giudicio rio; poi la novella giunse quella sera: ma tanto Astolfo ascosa le la tenne, cha lei con Sansonetto se ne venne. 157 Tosto chentraro, e chella loro il viso vide di gaudio in tal vittoria privo; senzaltro annunzio sa, senzaltro avviso, che Brandimarte suo non è più vivo. Di ciò le resta il cor così conquiso, e così gli occhi hanno la luce a schivo, e così ognaltro senso se le serra, che come morta andar si lascia in terra. 158 Al tornar de lo spirto, ella alle chiome caccia le mani; ed alle belle gote, indarno ripetendo il caro nome, fa danno ed onta più che far lor puote: straccia i capelli e sparge; e grida, come donna talor che l demon rio percuote, o come sode che già a suon di corno Menade corse, ed aggirossi intorno. 159 Or questo or quel pregando va, che porto le sia un coltel, sì che nel cor si fera: or correr vuol là dove il legno in porto dei duo signor defunti arrivato era, e de luno e de laltro così morto far crudo strazio e vendetta acra e fiera: or vuol passare il mare, e cercar tanto, che possa al suo signor morire a canto. 160 - Deh perché, Brandimarte, ti lasciai senza me andare a tanta impresa? (disse). Vedendoti partir, non fu più mai che Fiordiligi tua non ti seguisse. Tavrei giovato, sio veniva, assai, chavrei tenute in te le luci fisse; e se Gradasso avessi dietro avuto, con un sol grido io tavrei dato aiuto; 161 o forse esser potrei stata sì presta, chentrando in mezzo, il colpo tavrei tolto: fatto scudo tavrei con la mia testa; che morendo io, non era il danno molto. Ogni modo io morrò; né fia di questa dolente morte alcun profitto colto, che, quando io fossi morta in tua difesa, non potrei meglio aver la vita spesa. 162 Se pur ad aiutarti i duri fati avessi avuti e tutto il cielo avverso, gli ultimi baci almeno io tavrei dati, almen tavrei di pianto il viso asperso; e prima che con gli angeli beati fosse lo spirto al suo Fattor converso, detto gli avrei: Va in pace, e là maspetta; chovunque sei, son per seguirti in fretta. 163 È questo, Brandimarte, è questo il regno di che pigliar lo scettro ora dovevi? Or così teco a Dammogire io vegno? così nel real seggio mi ricevi? Ah Fortuna crudel, quanto disegno mi rompi! oh che speranze oggi mi levi! Deh, che cesso io, poi cho perduto questo tanto mio ben, chio non perdo anco il resto? - 164 Questo ed altro dicendo, in lei risorse il furor con tanto impeto e la rabbia, cha stracciare il bel crin di nuovo corse, come il bel crin tutta la colpa nabbia. Le mani insieme si percosse e morse, nel sen si cacciò lugne e ne le labbia. Ma torno a Orlando ed a compagni, intanto chella si strugge e si consuma in pianto. 165 Orlando, col cognato che non poco bisogno avea di medico e di cura, ed altretanto, perché in degno loco avesse Brandimarte sepultura, verso il monte ne va che fa col fuoco chiara la notte, e il dì di fumo oscura. Hanno propizio il vento, e a destra mano non e quel lito lor molto lontano. 166 Con fresco vento chin favor veniva, sciolser la fune al declinar del giorno, mostrando lor la taciturna diva la dritta via col luminoso corno; e sorser laltro dì sopra la riva chamena giace ad Agringento intorno. Quivi Orlando ordinò per laltra sera ciò cha funeral pompa bisogno era. 167 Poi che lordine suo vide essequito, essendo omai del sole il lume spento, fra molta nobiltà chera allo nvito de luoghi intorno corsa in Agringento, daccesi torchi tutto ardendo l lito, e di grida sonando e di lamento, tornò Orlando ove il corpo fu lasciato, che vivo e morto avea con fede amato. 168 Quivi Bardin di soma danni grave stava piangendo alla bara funèbre, che pel gran pianto chavea fatto in nave, dovrìa gli occhi aver pianti e le palpèbre. Chiamando il ciel crudel, le stelle prave, ruggia come un leon chabbia la febre. Le mani erano intanto empie e ribelle ai crin canuti e alla rugosa pelle. 169 Levossi, al ritornar del paladino, maggiore il grido, e raddoppiossi il pianto. Orlando, fatto al corpo più vicino, senza parlar stette a mirarlo alquanto, pallido come colto al matutino è da sera il ligustro o il molle acanto; e dopo un gran sospir, tenendo fisse sempre le luci in lui, così gli disse: 170 - O forte, o caro, o mio fedel compagno, che qui sei morto, e so che vivi in cielo, e duna vita vhai fatto guadagno, che non ti può mai tor caldo né gielo, perdonami, se ben vedi chio piagno; perché desser rimaso mi querelo, e cha tanta letizia io non son teco; non già perché qua giù tu non sia meco. 171 Solo senza te son; né cosa in terra senza te posso aver più, che mi piaccia. Se teco era in tempesta e teco in guerra, perché non anco in ozio ed in bonaccia? Ben grande e l mio fallir, poi che mi serra di questo fango uscir per la tua traccia. Se negli affanni teco fui, perchora non sono a parte del guadagno ancora? 172 Tu guadagnato, e perdita ho fatto io: sol tu allacquisto, io non son solo al danno. Partecipe fatto e del dolor mio lItalia, il regno franco e lalemanno. Oh quanto, quanto il mio signore e zio, oh quanto i paladin da doler shanno! quanto lImperio e la cristiana Chiesa, che perduto han la sua maggior difesa! 173 Oh quanto si torrà per la tua morte di terrore a nimici e di spavento! Oh quanto Pagania sarà più forte! quanto animo navrà, quanto ardimento! Oh come star ne dee la tua consorte! Sin qui ne veggo il pianto, e l grido sento. So che maccusa, e forse odio mi porta, che per me teco ogni sua speme è morta. 174 Ma, Fiordiligi, almen resti un conforto a noi che siàn di Brandimarte privi; chinvidiar lui con tanta gloria morto denno tutti i guerrier choggi son vivi. Quei Deci, e quel nel roman foro absorto, quel sì lodato Codro dagli Argivi, non con più altrui profitto e più suo onore a morte si donar, del tuo signore. - 175 Queste parole ed altre dicea Orlando. Intanto i bigi, i bianchi, i neri frati, e tutti gli altri chierci, seguitando andavan con lungo ordine accoppiati, per lalma del defunto Dio pregando, che gli donasse requie tra beati. Lumi inanzi e per mezzo e dognintorno, mutata aver parean la notte in giorno. 176 Levan la bara, ed a portarla foro messi a vicenda conti e cavallieri. Purpurea seta la copria, che doro e di gran perle avea compassi altieri: di non men bello e signoril lavoro avean gemmati e splendidi origlieri; e giacea quivi il cavallier con vesta di color pare, e dun lavor contesta. 177 Trecento agli altri eran passati inanti, de più poveri tolti de la terra, parimente vestiti tutti quanti di panni negri e lunghi sin a terra. Cento paggi seguian sopra altretanti grossi cavalli e tutti buoni a guerra; e i cavalli coi paggi ivano il suolo radendo col lor abito di duolo. 178 Molte bandiere inanzi e molte dietro, che di diverse insegne eran dipinte, spiegate accompagnavano il ferètro; le quai già tolte a mille schiere vinte, e guadagnate a Cesare ed a Pietro avean le forze chor giaceano estinte. Scudi verano molti, che di degni guerrieri, a chi fur tolti, aveano i segni. 179 Venian cento e centaltri a diversi usi de lesequie ordinati; ed avean questi, come anco il resto, accesi torchi; e chiusi, più che vestiti, eran di nere vesti. Poi seguia Orlando, e ad or ad or suffusi di lacrime avea gli occhi e rossi e mesti; né più lieto di lui Rinaldo venne: il piè Olivier, che rotto avea, ritenne. 180 Lungo sarà sio vi vo dire in versi le cerimonie, e raccontarvi tutti i dispensati manti oscuri e persi, gli accesi torchi che vi furon strutti. Quindi alla chiesa catedral conversi, dovunque andar, non lasciaro occhi asciutti: sì bel, sì buon, sì giovene a pietade mosse ogni sesso, ogni ordine, ogni etade. 181 Fu posto in chiesa; e poi che da le donne di lacrime e di pianti inutil opra, e che dai sacerdoti ebbe eleisonne e gli altri santi detti avuto sopra, in una arca il serbar su due colonne: e quella vuole Orlando che si cuopra di ricco drappo dor, sin che reposto in un sepulcro sia di maggior costo. 182 Orlando di Sicilia non si parte, che manda a trovar porfidi e alabastri. Fece fare il disegno, e di quellarte inarrar con gran premio i miglior mastri. Fe le lastre, venendo in questa parte, poi drizzar Fiordiligi, e i gran pilastri; che quivi (essendo Orlando già partito) si fe portar da lafricano lito. 183 E vedendo le lacrime indefesse, ed ostinati a uscir sempre i sospiri, né per far sempre dire uffici e messe, mai satisfar potendo a suoi disiri; di non partirsi quindi in cor si messe, fin che del corpo lanima non spiri: e nel sepolcro fe fare una cella, e vi si chiuse, e fe sua vita in quella. 184 Oltre che messi e lettere le mande, vi va in persona Orlando per levarla. Se viene in Francia, con pension ben grande compagna vuol di Galerana farla: quando tornare al padre anco domande, sin alla Lizza vuole accompagnarla: edificar le vuole un monastero, quando servire a Dio faccia pensiero. 185 Stava ella nel sepulcro; e quivi attrita da penitenza, orando giorno e notte, non durò lunga età, che di sua vita da la Parca le fur le fila rotte. Già fatto avea da lisola partita, ove i Ciclopi avean lantique grotte, i tre guerrier di Francia, afflitti e mesti che l quarto lor compagno a dietro resti. 186 Non volean senza medico levarsi, che dOlivier savesse a pigliar cura; la qual, perché a principio mal pigliarsi poté, fattera faticosa e dura: e quello udiano in modo lamentarsi, che del suo caso avean tutti paura. Tra lor di ciò parlando, al nocchier nacque un pensiero, e lo disse; e a tutti piacque. 187 Disse chera di là poco lontano in un solingo scoglio uno eremita, a cui ricorso mai non sera invano, o fosse per consiglio o per aita; e facea alcuno effetto soprumano, dar lume a ciechi, e tornar morti a vita, fermare il vento ad un segno di croce, e far tranquillo il mar quando è più atroce: 188 e che non denno dubitare, andando a ritrovar quel uomo a Dio sì caro, che lor non renda Olivier sano, quando fatto ha di sua virtù segno più chiaro. Questo consiglio sì piacque ad Orlando, che verso il santo loco si drizzaro; né mai piegando dal camin la prora, vider lo scoglio al sorger de laurora. 189 Scorgendo il legno uomini in acqua dotti, sicuramente saccostaro a quello. Quivi aiutando servi e galeotti, declinano il marchese nel battello: e per le spumose onde fur condotti nel duro scoglio, ed indi al santo ostello; al santo ostello, a quel vecchio medesmo, per le cui mani ebbe Ruggier battesmo. 190 Il servo del Signor del paradiso raccolse Orlando ed i compagni suoi, e benedilli con giocondo viso, e de lor casi dimandolli poi; ben che de lor venuta avuto avviso avesse prima dai celesti eroi. Orlando gli rispose esser venuto per ritrovare al suo Oliviero aiuto; 191 chera, pugnando per la fé di Cristo, a periglioso termine ridutto. Levògli il santo ogni sospetto tristo, e gli promisse di sanarlo in tutto. Né dunguento trovandosi provisto, né daltra umana medicina istrutto, andò alla chiesa, ed orò al Salvatore; ed indi uscì con gran baldanza fuore: 192 e in nome de le eterne tre Persone, Padre e Figliuolo e Spirto Santo, diede ad Olivier la sua benedizione. Oh virtù che dà Cristo a chi gli crede! Cacciò dal cavalliero ogni passione, e ritornolli a sanitade il piede, più fermo e più espedito che mai fosse: e presente Sobrino a ciò trovosse. 193 Giunto Sobrin de le sue piaghe a tanto, che star peggio ogni giorno se ne sente, tosto che vede del monaco santo il miracolo grande ed evidente, si dispon di lasciar Macon da canto, e Cristo confessar vivo e potente: e domanda con cor di fede attrito, diniciarsi al nostro sacro rito. 194 Così luom giusto lo battezza, ed anco gli rende, orando, ogni vigor primiero. Orlando e gli altri cavallier non manco di tal conversion letizia fero, che di veder che liberato e franco del periglioso mal fosse Oliviero. Maggior gaudio degli altri Ruggier ebbe; e molto in fede e in devozione accrebbe. 195 Era Ruggier dal dì che giunse a nuoto su questo scoglio, poi statovi ognora. Fra quei guerrieri il vecchiarel devoto sta dolcemente, e li conforta ed ora a voler, schivi di pantano e loto, mondi passar per questa morta gora cha nome vita, che sì piace a sciocchi; ed alla via del ciel sempre aver gli occhi. 196 Orlando un suo mandò sul legno, e trarne fece pane e buon vin, cacio e persutti; e luom di Dio, chogni sapor di starne pose in oblio, poi chavvezzossi a frutti, per carità mangiar fecero carne, e ber del vino, e far quel che fer tutti. Poi challa mensa consolati foro, di molte cose ragionar tra loro. 197 E come accade nel parlar sovente, chuna cosa vien laltra dimostrando, Ruggier riconosciuto finalmente fu da Rinaldo, da Olivier, da Orlando, per quel Ruggiero in arme sì eccellente, il cui valor saccorda ognun lodando: né Rinaldo lavea raffigurato per quel che provò già ne lo steccato. 198 Ben lavea il re Sobrin riconosciuto, tosto che l vide col vecchio apparire; ma volse inanzi star tacito e muto, che porsi in aventura di fallire. Poi cha notizia agli altri fu venuto che questo era Ruggier, di cui lardire, la cortesia e l valore alto e profondo si facea nominar per tutto il mondo; 199 e sapendosi già chera cristiano, tutti con lieta e con serena faccia vengono a lui: chi gli tocca la mano, e chi lo bacia, e chi lo stringe e abbraccia. Sopra gli altri il signor di Montalbano daccarezzarlo e fargli onor procaccia. Perchesso più degli altri, io l serbo a dire ne laltro canto, se l vorrete udire. |
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