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1 Qual duro freno o qual ferrigno nodo, qual, sesser può, catena di diamante farà che lira servi ordine e modo, che non trascorra oltre al prescritto inante, quando persona che con saldo chiodo tabbia già fissa Amor nel cor costante, tu vegga o per violenza o per inganno patire o disonore o mortal danno? 2 E sa crudel, sad inumano effetto quellimpeto talor lanimo svia, merita escusa, perché allor del petto non ha ragione imperio né balìa. Achille, poi che sotto il falso elmetto vide Patròclo insanguinar la via, duccider chi luccise non fu sazio, se nol traea, se non ne facea strazio. 3 Invitto Alfonso, simile ira accese la vostra gente il dì che vi percosse la fronte il grave sasso, e sì voffese, chognun pensò che lalma gita fosse: laccese in tal furor, che non difese vostri inimici argini o mura o fosse, che non fossino insieme tutti morti, senza lasciar chi la novella porti. 4 Il vedervi cader causò il dolore che i vostri a furor mosse e a crudeltade. Seravate in piè voi, forse minore licenza avriano avute le lor spade. Eravi assai, che la Bastia in manche ore vaveste ritornata in potestade, che tolta in giorni a voi non era stata da gente cordovese e di Granata. 5 Forse fu da Dio vindice permesso che vi trovaste a quel caso impedito, acciò che l crudo e scelerato eccesso che dianzi fatto avean, fosse punito: che, poi chin lor man vinto si fu messo il miser Vestidel, lasso e ferito, senzarme fu tra cento spade ucciso dal popul la più parte circonciso. 6 Ma perchio vo concludere, vi dico che nessunaltra quellira pareggia, quando signor, parente, o sozio antico dinanzi agli occhi ingiuriar ti veggia. Dunque è ben dritto per sì caro amico, che subitira il cor dOrlando feggia; che de lorribil colpo che gli diede il re Gradasso, morto in terra il vede. 7 Quel nomade pastor che vedutabbia fuggir strisciando lorrido serpente che il figliuol che giocava ne la sabbia, ucciso gli ha col venenoso dente, stringe il baston con colera e con rabbia; tal la spada dogni altra più tagliente stringe con ira il cavallier dAnglante: il primo che trovò, fu l re Agramante; 8 che sanguinoso e de la spada privo, con mezzo scudo e con lelmo disciolto, e ferito in più parti chio non scrivo, sera di man di Brandimarte tolto, come di piè allastor sparvier mal vivo, a cui lasciò alla coda invido o stolto. Orlando giunse, e messe il colpo giusto ove il capo si termina col busto. 9 Sciolto era lelmo e disarmato il collo, sì che lo tagliò netto come un giunco. Cadde, e diè nel sabbion lultimo crollo del regnator di Libia il grave trunco. Corse lo spirto allacque, onde tirollo Caron nel legno suo col graffio adunco. Orlando sopra lui non si ritarda, ma trova il Serican con Balisarda. 10 Come vide Gradasso dAgramante cadere il busto dal capo diviso; quel chaccaduto mai non gli era inante, tremò nel core e si smarrì nel viso; e allarrivar del cavallier dAnglante, presago del suo mal, parve conquiso. Per schermo suo partito alcun non prese, quando il colpo mortal sopra gli scese. 11 Orlando lo ferì nel destro fianco sotto lultima costa; e il ferro, immerso nel ventre, un palmo uscì dal lato manco, di sangue sin allelsa tutto asperso. Mostrò ben che di man fu del più franco e del meglior guerrier de luniverso il colpo chun signor condusse a morte, di cui non era in Pagania il più forte. 12 Di tal vittoria non troppo gioioso, presto di sella il paladin si getta; e col viso turbato e lacrimoso a Brandimarte suo corre a gran fretta. Gli vede intorno il campo sanguinoso: lelmo che par chaperto abbia una accetta, se fosse stato fral più che di scorza, difeso non lavria con minor forza. 13 Orlando lelmo gli levò dal viso, e ritrovò che l capo sino al naso fra luno e laltro ciglio era diviso: ma pur gli è tanto spirto anco rimaso, che de suoi falli al Re del paradiso può domandar perdono anzi loccaso; e confortare il conte, che le gote sparge di pianto, a pazienza puote; 14 e dirgli: - Orlando, fa che ti raccordi di me ne lorazion tue grate a Dio; né men ti raccomando la mia Fiordi... - ma dir non poté: - ... ligi -, e qui finio. E voci e suoni dangeli concordi tosto in aria sudir, che lalma uscìo; la qual disciolta dal corporeo velo fra dolce melodia salì nel cielo. 15 Orlando, ancor che far dovea allegrezza di sì devoto fine, e sapea certo che Brandimarte alla suprema altezza salito era (che l ciel gli vide aperto); pur da la umana volontade, avezza coi fragil sensi, male era sofferto chun tal più che fratel gli fosse tolto, e non aver di pianto umido il volto. 16 Sobrin che molto sangue avea perduto, che gli piovea sul fianco e su le gote, riverso già gran pezzo era caduto, e aver ne dovea ormai le vene vote. Ancor giacea Olivier, né riavuto il piede avea, né riaver lo puote se non ismosso, e de lo star che tanto gli fece il destrier sopra, mezzo infranto: 17 e se l cognato non venìa ad aitarlo (sì come lacrimoso era e dolente), per sé medesmo non potea ritrarlo; e tanta doglia e tal martìr ne sente, che ritratto che lebbe, né a mutarlo né a fermarvisi sopra era possente; e nha insieme la gamba sì stordita, che muover non si può, se non si aita. 18 De la vittoria poco rallegrosse Orlando; e troppo gli era acerbo e duro veder che morto Brandimarte fosse, né del cognato molto esser sicuro. Sobrin, che vivea ancora, ritrovosse, ma poco chiaro avea con molto oscuro; che la sua vita per luscito sangue era vicina a rimanere esangue. 19 Lo fece tor, che tutto era sanguigno, il conte, e medicar discretamente; e confortollo con parlar benigno, come se stato gli fosse parente; che dopo il fatto nulla di maligno in sé tenea, ma tutto era clemente. Fece dei morti arme e cavalli torre; del resto a servi lor lasciò disporre. 20 Qui de la istoria mia, che non sia vera, Federigo Fulgoso è in dubbio alquanto; che con larmata avendo la riviera di Barberia trascorsa in ogni canto, capitò quivi, e lisola sì fiera, montuosa e inegual ritrovò tanto, che non è, dice, in tutto il luogo strano, ove un sol piè si possa metter piano: 21 né verisimil tien che ne lalpestre scoglio sei cavallieri, il fior del mondo, potesson far quella battaglia equestre. Alla quale obiezion così rispondo: cha quel tempo una piazza de le destre, che sieno a questo, avea lo scoglio al fondo; ma poi, chun sasso che l tremuoto aperse, le cadde sopra, e tutta la coperse. 22 Sì che, o chiaro fulgor de la Fulgosa stirpe, o serena, o sempre viva luce, se mai mi riprendeste in questa cosa, e forse inanti a quello invitto duce per cui la vostra patria or si riposa, lascia ogni odio, e in amor tutta sinduce; vi priego che non siate a dirgli tardo, chesser può che né in questo io sia bugiardo. 23 In questo tempo, alzando gli occhi al mare, vide Orlando venire a vela in fretta un navilio leggier, che di calare facea sembiante sopra lisoletta. Di chi si fosse, io non voglio or contare, percho più duno altrove che maspetta. Veggiamo in Francia, poi che spinto nhanno i Saracin, se mesti o lieti stanno. 24 Veggiàn che fa quella fedele amante che vede il suo contento ir sì lontano; dico la travagliata Bradamante, poi che ritrova il giuramento vano, chavea fatto Ruggier pochi dì inante, udendo il nostro e laltro stuol pagano. Poi chin questo ancor manca, non le avanza in chella debba più metter speranza. 25 E ripetendo i pianti e le querele che pur troppo domestiche le furo, tornò a sua usanza a nominar crudele Ruggiero, e l suo destin spietato e duro. Indi sciogliendo al gran dolor le vele, il ciel, che consentia tanto pergiuro, né fatto navea ancor segno evidente, ingiusto chiama, debole e impotente. 26 Ad accusar Melissa si converse, e maledir loracol de la grotta; cha lor mendace suasion simmerse nel mar damore, ovè a morir condotta. Poi con Marfisa ritornò a dolerse del suo fratel che le ha la fede rotta: con lei grida e si sfoga, e le domanda, piangendo, aiuto, e se le raccomanda. 27 Marfisa si ristringe ne le spalle, e, quel sol che pò far, le dà conforto; né crede che Ruggier mai così falle, cha lei non debba ritornar di corto. E se non torna pur, sua fede dalle, chella non patirà sì grave torto; o che battaglia piglierà con esso, o gli farà osservar ciò cha promesso. 28 Così fa chella un poco il duol raffrena; chavendo ove sfogarlo, è meno acerbo. Or chabbiam vista Bradamante in pena, chiamar Ruggier pergiuro, empio e superbo; veggiamo ancor, se miglior vita mena il fratel suo che non ha polso o nerbo, osso o medolla che non senta caldo de le fiamme damor; dico Rinaldo. 29 dico Rinaldo, il qual, come sapete, Angelica la bella amava tanto; né lavea tratto allamorosa rete sì la beltà di lei, come lincanto. Aveano gli altri paladin quiete, essendo ai Mori ogni vigore affranto: tra i vincitori era rimaso solo egli captivo in amoroso duolo. 30 Cento messi a cercar che di lei fusse avea mandato, e cerconne egli stesso. Al fine a Malagigi si ridusse, che nei bisogni suoi laiutò spesso. A narrar il suo amor se gli condusse col viso rosso e col ciglio demesso; indi lo priega che gli insegni dove la desiata Angelica si trove. 31 Gran maraviglia di sì strano caso va rivolgendo a Malagigi il petto. Sa che sol per Rinaldo era rimaso daverla cento volte e più nel letto: ed egli stesso, acciò che persuaso fosse di questo, avea assai fatto e detto con prieghi e con minacce per piegarlo; né mai avuto avea poter di farlo: 32 e tanto più, challor Rinaldo avrebbe tratto fuor Malagigi di prigione. Fare or spontaneamente lo vorrebbe, che nulla giova, e nha minor cagione. Poi priega lui che ricordar si debbe pur quanto ha offeso in questo oltra ragione; che per negargli già, vi mancò poco di non farlo morire in scuro loco. 33 Ma quanto a Malagigi le domande di Rinaldo importune più pareano, tanto, che lamor suo fosse più grande, indizio manifesto gli faceano. I prieghi che con lui vani non spande, fan che subito immerge ne loceano ogni memoria de la ingiuria vecchia, e che a dargli soccorso sapparecchia. 34 Termine tolse alla risposta, e spene gli diè, che favorevol gli saria, e che gli saprà dir la via che tiene Angelica, o sia in Francia o dove sia. E quindi Malagigi al luogo viene ove i demoni scongiurar solia, chera fra monti inaccessibil grotta: apre il libro, e li spirti chiama in frotta. 35 Poi ne sceglie un che de casi damore avea notizia, e da lui saper volle, come sia che Rinaldo chavea il core dianzi sì duro, or labbia tanto molle: e di quelle due fonti ode il tenore, di che luna dà il fuoco, e laltra il tolle; e al mal che luna fa, nulla soccorre, se non laltra acqua che contraria corre. 36 Ed ode come avendo già di quella che lamor caccia, beuto Rinaldo, ai lunghi prieghi dAngelica bella si dimostrò così ostinato e saldo; e che poi giunto per sua iniqua stella a ber ne laltra lamoroso caldo, tornò ad amar, per forza di quelle acque, lei che pur dianzi oltral dover gli spiacque. 37 Da iniqua stella e fier destin fu giunto a ber la fiamma in quel ghiacciato rivo; perché Angelica venne quasi a un punto a ber ne laltro di dolcezza privo, che dogni amor le lasciò il cor sì emunto, chindi ebbe lui più che le serpi a schivo: egli amò lei, e lamor giunse al segno in chera già di lei lodio e lo sdegno. 38 Del caso strano di Rinaldo a pieno fu Malagigi dal demonio istrutto, che gli narrò dAngelica non meno, cha un giovine african si donò in tutto; e come poi lasciato avea il terreno tutto dEuropa, e per linstabil flutto verso India sciolto avea dai liti ispani su laudaci galee de Catallani. 39 Poi che venne il cugin per la risposta, molto gli disuase Malagigi di più Angelica amar, che sera posta dun vilissimo barbaro ai servigi; ed ora sì da Francia si discosta, che mal seguir se ne potria i vestigi: chera oggimai più là cha mezza strada, per andar con Medoro in sua contrada. 40 La partita dAngelica non molto sarebbe grave allanimoso amante; né pur gli avria turbato il sonno, o tolto il pensier di tornarsene in Levante: ma sentendo chavea del suo amor colto un Saracino le primizie inante, tal passione e tal cordoglio sente, che non fu in vita sua, mai, più dolente. 41 Non ha poter duna risposta sola; triema il cor dentro, e trieman fuor le labbia; non può la lingua disnodar parola; la bocca ha amara, e par che tosco vabbia. Da Malagigi subito sinvola; e come il caccia la gelosa rabbia, dopo gran pianto e gran ramaricarsi, verso Levante fa pensier tornarsi. 42 Chiede licenza al figlio di Pipino: e trova scusa che l destrier Baiardo, che ne mena Gradasso saracino contra il dover di cavallier gagliardo, lo muove per suo onore a quel camino, acciò che vieti al Serican bugiardo di mai vantarsi che con spada o lancia labbia levato a un paladin di Francia. 43 Lasciollo andar con sua licenza Carlo, ben che ne fu con tutta Francia mesto; ma finalmente non seppe negarlo, tanto gli parve il desiderio onesto. Vuol Dudon, vuol Guidone accompagnarlo; ma lo niega Rinaldo a quello e a questo. Lascia Parigi, e se ne va via solo, pien di sospiri e damoroso duolo. 44 Sempre ha in memoria, e mai non se gli tolle, chaverla mille volte avea potuto, e mille volte avea ostinato e folle di sì rara beltà fatto rifiuto; e di tanto piacer chaver non volle, sì bello e sì buon tempo era perduto: ed ora eleggerebbe un giorno corto averne solo, e rimaner poi morto. 45 Ha sempre in mente, e mai non se ne parte, come esser puote chun povero fante abbia del cor di lei spinto da parte merito e amor dogni altro primo amante. Con tal pensier che l cor gli straccia e parte, Rinaldo se ne va verso Levante; e dritto al Reno e a Basilea si tiene, fin che dArdenna alla gran selva viene. 46 Poi che fu dentro a molte miglia andato il paladin pel bosco aventuroso, da ville e da castella allontanato, ove aspro era più il luogo e periglioso, tutto in un tratto vide il ciel turbato, sparito il sol tra nuvoli nascoso, ed uscir fuor duna caverna oscura un strano mostro in feminil figura. 47 Millocchi in capo avea senza palpèbre; non può serrarli, e non credo che dorma: non men che gli occhi, avea lorecchie crebre; avea in loco de crin serpi a gran torma. Fuor de le diaboliche tenèbre nel mondo uscì la spaventevol forma. Un fiero e maggior serpe ha per la coda, che pel petto si gira e che lannoda. 48 Quel cha Rinaldo in mille e mille imprese più non avvenne mai, quivi gli avviene; che come vede il mostro challoffese se gli apparecchia, e cha trovar lo viene, tanta paura, quanta mai non scese in altri forse, gli entra ne le vene: ma pur lusato ardir simula e finge, e con trepida man la spada stringe. 49 Sacconcia il mostro in guisa al fiero assalto, che si può dir che sia mastro di guerra: vibra il serpente venenoso in alto, e poi contra Rinaldo si disserra; di qua di là gli vien sopra a gran salto. Rinaldo contra lui vaneggia ed erra: colpi a dritto e a riverso tira assai, ma non ne tira alcun che fera mai. 50 Il mostro al petto il serpe ora gli appicca, che sotto larme e sin nel cor lagghiaccia; ora per la visiera gliele ficca, e fa cherra pel collo e per la faccia. Rinaldo da limpresa si dispicca, e quanto può con sproni il destrier caccia: ma la Furia infernal già non par zoppa, che spicca un salto, e gli è subito in groppa. 51 Vada al traverso, al dritto, ove si voglia, sempre ha con lui la maledetta peste; né sa modo trovar, che se ne scioglia, ben che l destrier di calcitrar non reste. Triema a Rinaldo il cor come una foglia: non chaltrimente il serpe lo moleste; ma tanto orror ne sente e tanto schivo, che stride e geme, e duolsi chegli è vivo. 52 Nel più tristo sentier, nel peggior calle scorrendo va, nel più intricato bosco, ove ha più asprezza il balzo, ove la valle è più spinosa, ovè laer più fosco, così sperando torsi da le spalle quel brutto, abominoso, orrido tosco; e ne saria mal capitato forse, se tosto non giungea chi lo soccorse. 53 Ma lo soccorse a tempo un cavalliero di bello armato e lucido metallo, che porta un giogo rotto per cimiero, di rosse fiamme ha pien lo scudo giallo; così trapunto il suo vestire altiero, così la sopravesta del cavallo: la lancia ha in pugno, e la spada al suo loco, e la mazza allarcion, che getta foco. 54 Piena dun foco eterno è quella mazza, che senza consumarsi ognora avampa: né per buon scudo o tempra di corazza o per grossezza delmo se ne scampa. Dunque si debbe il cavallier far piazza, giri ove vuol linestinguibil lampa: né manco bisognava al guerrier nostro, per levarlo di man del crudel mostro. 55 E come cavallier danimo saldo, ove ha udito il rumor, corre e galoppa, tanto che vede il mostro che Rinaldo col brutto serpe in mille nodi agroppa, e sentir fagli a un tempo freddo e caldo; che non ha via di torlosi di groppa. Va il cavalliero, e fere il mostro al fianco, e lo fa trabboccar dal lato manco. 56 Ma quello è a pena in terra che si rizza, e il lungo serpe intorno aggira e vibra. Questaltro più con lasta non lattizza; ma di farla col fuoco si delibra. La mazza impugna, e dove il serpe guizza, spessi come tempesta i colpi libra; né lascia tempo a quel brutto animale, che possa farne un solo o bene o male: 57 e mentre a dietro il caccia o tiene a bada, e lo percuote, e vendica mille onte, consiglia il paladin che se ne vada per quella via che salza verso il monte. Quel sappiglia al consiglio ed alla strada; e senza dietro mai volger la fronte, non cessa, che di vista se gli tolle, ben che molto aspro era a salir quel colle. 58 Il cavallier, poi challa scura buca fece tornare il mostro da linferno, ove rode se stesso e si manuca, e da mille occhi versa il pianto eterno; per esser di Rinaldo guida e duca gli salì dietro, e sul giogo superno gli fu alle spalle, e si mise con lui per trarlo fuor de luoghi oscuri e bui. 59 Come Rinaldo il vide ritornato, gli disse che gli avea grazia infinita, e chera debitore in ogni lato di porre a beneficio suo la vita. Poi lo domanda come sia nomato, acciò dir sappia chi gli ha dato aita, e tra guerrieri possa e inanzi a Carlo de lalta sua bontà sempre esaltarlo. 60 Rispose il cavallier: - Non ti rincresca se l nome mio scoprir non ti vogliora: ben tel dirò prima chun passo cresca lombra; che ci sarà poca dimora. - Trovaro, andando insieme, unacqua fresca che col suo mormorio facea talora pastori e viandanti al chiaro rio venire, e berne lamoroso oblio. 61 Signor, queste eran quelle gelide acque, quelle che spengon lamoroso caldo; di cui bevendo, ad Angelica nacque lodio chebbe di poi sempre a Rinaldo. E sella un tempo a lui prima dispiacque, e se ne lodio il ritrovò sì saldo, non derivò, Signor, la causa altronde, se non daver beuto di queste onde. 62 Il cavallier che con Rinaldo viene, come si vede inanzi al chiaro rivo, caldo per la fatica il destrier tiene, e dice: - Il posar qui non fia nocivo. - - Non fia (disse Rinaldo) se non bene; choltre che prema il mezzogiorno estivo, mha così il brutto mostro travagliato, che l riposar mi fia commodo e grato. - 63 Lun e laltro smontò del suo cavallo, e pascer lo lasciò per la foresta; e nel fiorito verde a rosso e a giallo ambi si trasson lelmo de la testa. Corse Rinaldo al liquido cristallo, spinto da caldo e da sete molesta, e cacciò, a un sorso del freddo liquore, dal petto ardente e la sete e lamore. 64 Quando lo vide laltro cavalliero la bocca sollevar de lacqua molle, e ritrarne pentito ogni pensiero di quel desir chebbe damor sì folle; si levò ritto, e con sembiante altiero gli disse quel che dianzi dir non volle: - Sappi, Rinaldo, il nome mio è lo Sdegno, venuto sol per sciorti il giogo indegno. - 65 Così dicendo, subito gli sparve, e sparve insieme il suo destrier con lui. Questo a Rinaldo un gran miracol parve; saggirò intorno, e disse: - Ove è costui? - Stimar non sa se sian magiche larve, che Malagigi un de ministri sui gli abbia mandato a romper la catena che lungamente lha tenuto in pena: 66 o pur che Dio da lalta ierarchia gli abbia per ineffabil sua bontade mandato, come già mandò a Tobia, un angelo a levar di cecitade. Ma buono o rio demonio, o quel che sia, che gli ha renduta la sua libertade, ringrazia e loda; e da lui sol conosce che sano ha il cor da lamorose angosce. 67 Gli fu nel primier odio ritornata Angelica; e gli parve troppo indegna desser, non che sì lungi seguitata, ma che per lei pur mezza lega vegna. Per Baiardo riaver tutta fiata verso India in Sericana andar disegna, sì perché lonor suo lo stringe a farlo, sì per averne già parlato a Carlo. 68 Giunse il giorno seguente a Basilea, ove la nuova era venuta inante, che l conte Orlando aver pugna dovea contra Gradasso e contro il re Agramante. Né questo per aviso si sapea, chavesse dato il cavallier dAnglante; ma di Sicilia in fretta venutera chi la novella vapportò per vera. 69 Rinaldo vuol trovarsi con Orlando alla battaglia, e se ne vede lunge. Di dieci in dieci miglia va mutando cavalli e guide, e corre e sferza e punge. Passa il Reno a Costanza, e in su volando, traversa lAlpe, ed in Italia giunge. Verona a dietro, a dietro Mantua lassa; sul Po si trova, e con gran fretta il passa. 70 Già sinchinava il sol molto alla sera, e già apparia nel ciel la prima stella, quando Rinaldo in ripa alla riviera stando in pensier savea da mutar sella, o tanto soggiornar, che laria nera fuggisse inanzi allaltra aurora bella, venir si vede un cavalliero inanti cortese ne laspetto e nei sembianti. 71 Costui, dopo il saluto, con bel modo gli domandò saggiunto a moglie fosse. Disse Rinaldo: - Io son nel giugal nodo: - ma di tal domandar maravigliosse. Soggiunse quel: - Che sia così, ne godo. - Poi, per chiarir perché tal detto mosse, disse: - Io ti priego che tu sia contento chio ti dia questa sera alloggiamento; 72 che ti farò veder cosa che debbe ben volentieri veder chi ha moglie a lato. - Rinaldo, sì perché posar vorrebbe, ormai di correr tanto affaticato; sì perché di vedere e dudire ebbe sempre aventure un desiderio innato; accettò lofferir del cavalliero, e dietro gli pigliò nuovo sentiero. 73 Un tratto darco fuor di strada usciro, e inanzi un gran palazzo si trovaro, onde scudieri in gran frotta veniro con torchi accesi, e fero intorno chiaro. Entrò Rinaldo, e voltò gli occhi in giro, e vide loco il qual si vede raro, di gran fabrica e bella e bene intesa; né a privato uom convenia tanta spesa. 74 Di serpentin, di porfido le dure pietre fan de la porta il ricco volto. Quel che chiude è di bronzo, con figure che sembrano spirar, muovere il volto. Sotto un arco poi sentra, ove misture di bel musaico ingannan locchio molto. Quindi si va in un quadro chogni faccia de le sue logge ha lunga cento braccia. 75 La sua porta ha per sé ciascuna loggia, e tra la porta e sé ciascuna ha un arco: dampiezza pari son, ma varia foggia fe dornamenti il mastro lor non parco. Da ciascuno arco sentra, ove si poggia sì facil, chun somier vi può gir carco. Un altro arco di su trova ogni scala; e sentra per ogni arco in una sala. 76 Gli archi di sopra escono fuor del segno tanto, che fan coperchio alle gran porte; e ciascun due colonne ha per sostegno, altre di bronzo, altre di pietra forte. Lungo sarà, se tutti vi disegno gli ornati alloggiamenti de la corte; e oltra quel chappar, quanti agi sotto la cava terra il mastro avea ridotto. 77 Lalte colonne e i capitelli doro, da che i gemmati palchi eran suffulti, i peregrini marmi che vi foro da dotta mano in varie forme sculti, pitture e getti, e tantaltro lavoro (ben che la notte agli occhi il più ne occulti), mostran che non bastaro a tanta mole di duo re insieme le ricchezze sole. 78 Sopra gli altri ornamenti ricchi e belli, cherano assai ne la gioconda stanza, vera una fonte che per più ruscelli spargea freschissime acque in abondanza. Poste le mense avean quivi i donzelli; chera nel mezzo per ugual distanza: vedeva, e parimente veduta era da quattro porte de la casa altiera. 79 Fatta da mastro diligente e dotto la fonte era con molta e suttil opra, di loggia a guisa, o padiglion chin otto facce distinto, intorno adombri e cuopra. Un ciel doro, che tutto era di sotto colorito di smalto, le sta sopra; ed otto statue son di marmo bianco, che sostengon quel ciel col braccio manco. 80 Ne la man destra il corno dAmaltea sculto aveva lor lingenioso mastro, onde con grato murmure cadea lacqua di fuore in vaso dalabastro; ed a sembianza di gran donna avea ridutto con grande arte ogni pilastro. Son dabito e di faccia differente, ma grazia hanno e beltà tutte ugualmente. 81 Fermava il piè ciascuno di questi segni sopra due belle imagini più basse, che con la bocca aperta facean segni che l canto e larmonia lor dilettasse; e quellatto in che son, par che disegni che lopra e studio lor tutto lodasse le belle donne che sugli omeri hanno, se fosser quei di cu in sembianza stanno. 82 I simulacri inferiori in mano avean lunghe ed amplissime scritture, ove facean con molta laude piano i nomi de le più degne figure; e mostravano ancor poco lontano i propri loro in note non oscure. Mirò Rinaldo a lume di doppieri le donne ad una ad una e i cavallieri. 83 La prima iscrizion chagli occhi occorre, con lungo onor Lucrezia Borgia noma, la cui bellezza ed onestà preporre debbe allantiqua la sua patria Roma. I duo che voluto han sopra sé torre tanto eccellente ed onorata soma, noma lo scritto, Antonio Tebaldeo, Ercole Strozza: un Lino ed uno Orfeo. 84 Non men gioconda statua né men bella si vede appresso, e la scrittura dice: - Ecco la figlia dErcole, Issabella, per cui Ferrara si terrà felice via più, perché in lei nata sarà quella, che daltro ben che prospera e fautrice e benigna Fortuna dar le deve, volgendo gli anni nel suo corso lieve. - 85 I duo che mostran disiosi affetti che la gloria di lei sempre risuone, Gian Iacobi ugualmente erano detti, luno Calandra, e laltro Bardelone. Nel terzo e quarto loco ove per stretti rivi lacqua esce fuor del padiglione, due donne son, che patria, stirpe, onore hanno di par, di par beltà e valore. 86 Elissabetta luna e Leonora nominata era laltra: e fia, per quanto narrava il marmo sculto, desse ancora sì gloriosa la terra di Manto, che di Vergilio, che tanto lonora, più che di queste, non si darà vanto. Avea la prima a piè del sacro lembo Iacobo Sadoletto e Pietro Bembo. 87 Uno elegante Castiglione, e un culto Muzio Arelio de laltra eran sostegni. Di questi nomi era il bel marmo sculto, ignoti allora, or sì famosi e degni. Veggon poi quella a cui dal cielo indulto tanta virtù sarà, quanta ne regni, o mai regnata in alcun tempo sia, versata da Fortuna or buona or ria. 88 Lo scritto doro esser costei dichiara Lucrezia Bentivoglia; e fra le lode pone di lei, che l duca di Ferrara desserle padre si rallegra e gode. Di costei canta con soave e chiara voce un Camil che l Reno e Felsina ode con tanta attenzion, tanto stupore, con quanta Anfriso udì già il suo pastore; 89 ed un per cui la terra, ove lIsauro le sue dolci acque insala in maggior vase, nominata sarà da lIndo al Mauro, e da laustrine alliperboree case, via più che per pesare il romano auro, di che perpetuo nome le rimase; Guido Postumo, a cui doppia corona Pallade quinci, e quindi Febo dona. 90 Laltra che segue in ordine, è Diana. - Non guardar (dice il marmo scritto) chella sia altiera in vista; che nel core umana non sarà però men chin viso bella. - Il dotto Celio Calcagnin lontana farà la gloria e l bel nome di quella nel regno di Monese, in quel di Iuba, in India e Spagna udir con chiara tuba: 91 ed un Marco Cavallo, che tal fonte farà di poesia nascer dAncona, qual fe il cavallo alato uscir del monte, non so se di Parnasso o dElicona. Beatrice appresso a questo alza la fronte, di cui lo scritto suo così ragiona: - Beatrice bea, vivendo, il suo consorte, e lo lascia infelice alla sua morte; 92 anzi tutta lItalia, che con lei fia triunfante, e senza lei, captiva. - Un signor di Coreggio di costei con alto stil par che cantando scriva, e Timoteo, lonor de Bendedei: ambi faran tra luna e laltra riva fermare al suon de lor soavi plettri il fiume ove sudar gli antiqui elettri. 93 Tra questo loco e quel de la colonna che fu sculpita in Borgia, comè detto, formata in alabastro una gran donna era di tanto e sì sublime aspetto, che sotto puro velo, in nera gonna, senza oro e gemme, in un vestire schietto, tra le più adorne non parea men bella, che sia tra laltre la ciprigna stella. 94 Non si potea, ben contemplando fiso, conoscer se più grazia o più beltade, o maggior maestà fosse nel viso, o più indizio dingegno o donestade. - Chi vorrà di costei (dicea linciso marmo) parlar, quanto parlar naccade, ben torrà impresa più dognaltra degna; ma non però cha fin mai se ne vegna. - 95 Dolce quantunque e pien di grazia tanto fosse il suo bello e ben formato segno, parea sdegnarsi che con umil canto ardisse lei lodar sì rozzo ingegno, comera quel che sol, senzaltri a canto (non so perché), le fu fatto sostegno. Di tutto l resto erano i nomi sculti; sol questi due lartefice avea occulti. 96 Fanno le statue in mezzo un luogo tondo, che l pavimento asciutto ha di corallo, di freddo soavissimo giocondo, che rendea il puro e liquido cristallo, che di fuor cade in un canal fecondo, che l prato verde, azzurro, bianco e giallo rigando, scorre per vari ruscelli, grato alle morbide erbe e agli arbuscelli. 97 Col cortese oste ragionando stava il paladino a mensa; e spesso spesso, senza più differir, gli ricordava che gli attenesse quanto avea promesso: e ad or ad or mirandolo, osservava chavea di grande affanno il core oppresso; che non può star momento che non abbia un cocente sospiro in su le labbia. 98 Spesso la voce dal disio cacciata viene a Rinaldo sin presso alla bocca per domandarlo; e quivi, raffrenata di cortese modestia, fuor non scocca. Ora essendo la cena terminata, ecco un donzello a chi lufficio tocca, pon su la mensa un bel nappo dor fino, di fuor di gemme, e dentro pien di vino. 99 Il signor de la casa allora alquanto sorridendo, a Rinaldo levò il viso; ma chi ben lo notava, più di pianto parea chavesse voglia che di riso. Disse: - Ora a quel che mi ricordi tanto, che tempo sia di sodisfar mè aviso; mostrarti un paragon chesser de grato di vedere a ciascun cha moglie allato. 100 Ciascun marito, a mio giudizio, deve sempre spiar se la sua donna lama; saper sonore o biasmo ne riceve, se per lei bestia, o se pur uom si chiama. Lincarco de le corna è lo più lieve chal mondo sia, se ben luom tanto infama: lo vede quasi tutta laltra gente; e chi lha in capo, mai non se lo sente. 101 Se tu sai che fedel la moglie sia, hai di più amarla e donorar ragione, che non ha quel che la conosce ria, o quel che ne sta in dubbio e in passione. Di molte nhanno a torto gelosia i lor mariti, che son caste e buone: molti di molte anco sicuri stanno, che con le corna in capo se ne vanno. 102 Se vuoi saper se la tua sia pudica (come io credo che credi, e creder déi; chaltrimente far credere è fatica, se chiaro già per prova non ne sei), tu per te stesso, senza chaltri il dica, te navvedrai, sin questo vaso bei; che per altra cagion non è qui messo, che per mostrarti quanto io tho promesso. 103 Se béi con questo, vedrai grande effetto; che se porti il cimier di Cornovaglia, il vin ti spargerai tutto sul petto, né gocciola sarà chin bocca saglia: ma shai moglie fedel, tu berai netto. Or di veder tua sorte ti travaglia. - Così dicendo, per mirar tien gli occhi, chin seno il vin Rinaldo si trabbocchi. 104 Quasi Rinaldo di cercar suaso quel che poi ritrovar non vorria forse, messa la mano inanzi, e preso il vaso, fu presso di volere in prova porse: poi, quanto fosse periglioso il caso a porvi i labri, col pensier discorse. Ma lasciate, Signor, chio mi ripose; poi dirò quel che l paladin rispose. |
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