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1 Oh famelice, inique e fiere arpie challaccecata Italia e derror piena, per punir forse antique colpe rie, in ogni mensa alto giudicio mena! Innocenti fanciulli e madri pie cascan di fame, e veggon chuna cena di questi mostri rei tutto divora ciò che del viver lor sostegno fôra. 2 Troppo fallò chi le spelonche aperse, che già moltanni erano state chiuse; onde il fetore e lingordigia emerse, chad ammorbare Italia si diffuse. Il bel vivere allora si summerse; e la quiete in tal modo sescluse, chin guerre, in povertà sempre e in affanni è dopo stata, ed è per star moltanni: 3 fin chella un giorno ai neghitosi figli scuota la chioma, e cacci fuor di Lete, gridando lor: - Non fia chi rassimigli alla virtù di Calai e di Zete? che le mense dal puzzo e dagli artigli liberi, e torni a lor mondizia liete, come essi già quelle di Fineo, e dopo fe il paladin quelle del re etiopo. - 4 Il paladin col suono orribil venne le brutte arpie cacciando in fuga e in rotta, tanto cha piè dun monte si ritenne, ove esse erano entrate in una grotta. Lorecchie attente allo spiraglio tenne, e laria ne sentì percossa e rotta da pianti e durli e da lamento eterno: segno evidente quivi esser lo nferno. 5 Astolfo si pensò dentrarvi dentro, e veder quei channo perduto il giorno, e penetrar la terra fin al centro, e le bolge infernal cercare intorno. - Di che debbo temer (dicea) sio ventro, che mi posso aiutar sempre col corno? Farò fuggir Plutone e Satanasso, e l can trifauce leverò dal passo. - 6 De lalato destrier presto discese, e lo lasciò legato a un arbuscello: poi si calò ne lantro, e prima prese il corno, avendo ogni sua speme in quello. Non andò molto inanzi, che gli offese il naso e gli occhi un fumo oscuro e fello, più che di pece grave e che di zolfo: non sta dandar per questo inanzi Astolfo. 7 Ma quando va più inanzi, più singrossa il fumo e la caligine, e gli pare chandare inanzi più troppo non possa; che sarà forza a dietro ritornare. Ecco, non sa che sia, vede far mossa da la volta di sopra, come fare il cadavero appeso al vento suole, che molti dì sia stato allacqua e al sole. 8 Sì poco, e quasi nulla era di luce in quella affumicata e nera strada, che non comprende e non discerne il duce chi questo sia che sì per laria vada; e per notizia averne si conduce a dargli uno o due colpi de la spada. Stima poi chun spirto esser quel debbia; che gli par di ferir sopra la nebbia. 9 Allor sentì parlar con voce mesta: - Deh, senza fare altrui danno, giù cala! Pur troppo il negro fumo mi molesta, che dal fuoco infernal qui tutto esala. - Il duca stupefatto allor sarresta, e dice allombra: - Se Dio tronchi ogni ala al fumo, sì cha te più non ascenda, non ti dispiaccia che l tuo stato intenda. 10 E se vuoi che di te porti novella nel mondo su, per satisfarti sono. - Lombra rispose: - Alla luce alma e bella tornar per fama ancor sì mi par buono, che le parole è forza che mi svella il gran desir cho daver poi tal dono, e che l mio nome e lesser mio ti dica, ben che l parlar mi sia noia e fatica. - 11 E cominciò: - Signor, Lidia sono io, del re di Lidia in grande altezza nata, qui dal giudicio altissimo di Dio al fumo eternamente condannata, per esser stata al fido amante mio, mentre io vissi, spiacevole ed ingrata. Daltre infinite è questa grotta piena, poste per simil fallo in simil pena. 12 Sta la cruda Anassarete più al basso, ove è maggiore il fumo e più martire. Restò converso al mondo il corpo in sasso e lanima qua giù venne a patire, poi che veder per lei lafflitto e lasso suo amante appeso poté sofferire. Qui presso è Dafne, chor savvede quanto errasse a fare Apollo correr tanto. 13 Lungo saria se glinfelici spirti de le femine ingrate, che qui stanno, volesse ad uno ad uno riferirti; che tanti son, chin infinito vanno. Più lungo ancor saria gli uomini dirti, a quai lessere ingrato ha fatto danno, e che puniti sono in peggior loco, ove il fumo gli accieca, e cuoce il fuoco. 14 Perché le donne più facili e prone a creder son, di più supplicio è degno chi lor fa inganno. Il sa Teseo e Iasone e chi turbò a Latin lantiquo regno; sallo chincontra sé il frate Absalone per Tamar trasse a sanguinoso sdegno; ed altri ed altre: che sono infiniti, che lasciato han chi moglie e chi mariti. 15 Ma per narrar di me più che daltrui, e palesar lerror che qui mi trasse, bella, ma altiera più, sì in vita fui, che non so saltra mai mi saguagliasse: né ti saprei ben dir, di questi dui, sin me lorgoglio o la beltà avanzasse; quantunque il fasto o lalterezza nacque da la beltà cha tutti gli occhi piacque. 16 Era in quel tempo in Tracia un cavalliero estimato il miglior del mondo in arme, il qual da più dun testimonio vero di singular beltà sentì lodarme; tal che spontaneamente fe pensiero di volere il suo amor tutto donarme, stimando meritar per suo valore, che caro aver di lui dovessi il core. 17 In Lidia venne; e dun laccio più forte vinto restò, poi che veduta mebbe. Con gli altri cavallier si messe in corte del padre mio, dove in gran fama crebbe. Lalto valore e le più duna sorte prodezze che mostrò, lungo sarebbe a raccontarti, e il suo merto infinito, quando egli avesse a più grato uom servito. 18 Panfilia e Caria e il regno de Cilici per opra di costui mio padre vinse; che lesercito mai contra i nimici, se non quanto volea costui, non spinse. Costui, poi che gli parve i benefici suoi meritarlo, un dì col re si strinse a domandargli in premio de le spoglie tante arrecate, chio fossi sua moglie. 19 Fu repulso dal re, chin grande stato maritar disegnava la figliuola, non a costui che cavallier privato altro non tien che la virtude sola: e l padre mio troppo al guadagno dato, e allavarizia, dogni vizio scuola, tanto apprezza costumi, o virtù ammira, quanto lasino fa il suon de la lira. 20 Alceste, il cavallier di chio ti parlo (che così nome avea), poi che si vede repulso da chi più gratificarlo era più debitor, commiato chiede; e lo minaccia, nel partir, di farlo pentir che la figliuola non gli diede. Se nandò al re dArmenia, emulo antico del re di Lidia e capital nimico; 21 e tanto stimulò, che lo dispose a pigliar larme e far guerra a mio padre. Esso per lopre sue chiare e famose fu fatto capitan di quelle squadre. Pel re dArmenia tutte laltre cose disse chacquisteria: sol le leggiadre e belle membra mie volea per frutto de lopra sua, vinto chavesse il tutto. 22 Io non ti potre esprimere il gran danno chAlceste al padre mio fa in quella guerra. Quattro eserciti rompe, e in men dun anno lo mena a tal, che non gli lascia terra, fuor chun castel chalte pendici fanno fortissimo; e là dentro il re si serra con la famiglia che più gli era accetta, e col tesor che trar vi puote in fretta. 23 Quivi assedionne Alceste; ed in non molto termine a tal disperazion ne trasse, che per buon patto avria mio padre tolto che moglie e serva ancor me gli lasciasse con la metà del regno, sindi assolto restar dogni altro danno si sperasse. Vedersi in breve de lavanzo privo era ben certo, e poi morir captivo. 24 Tentar, prima chaccada, si dispone ogni rimedio che possibil sia; e me, che dogni male era cagione, fuor de la rocca, overa Alceste invia. Io vo ad Alceste con intenzione di dargli in preda la persona mia, e pregar che la parte che vuol tolga del regno nostro, e lira in pace volga. 25 Come ode Alceste chio vo a ritrovarlo, mi viene incontra pallido e tremante: di vinto e di prigione, a riguardarlo, più che di vincitore, have sembiante. Io che conosco charde, non gli parlo sì come avea già disegnato inante: vista loccasion, fo pensier nuovo conveniente al grado in chio lo trovo. 26 A maledir comincio lamor desso, e di sua crudeltà troppo a dolermi, chiniquamente abbia mio padre oppresso, e che per forza abbia cercato avermi; che con più grazia gli saria successo indi a non molti dì, se tener fermi saputo avesse i modi cominciati, chal re ed a tutti noi sì furon grati. 27 E se ben da principio il padre mio gli avea negata la domanda onesta (però che di natura è un poco rio, né mai si piega alla prima richiesta), farsi per ciò di ben servir restio non doveva egli, e aver lira sì presta; anzi, ognor meglio oprando, tener certo venire in breve al desiato merto. 28 E quando anco mio padre a lui ritroso stato fosse, io lavrei tanto pregato, chavria lamante mio fatto mio sposo. Pur, se veduto io lavessi ostinato, avrei fatto tal opra di nascoso, che di me Alceste si saria lodato. Ma poi cha lui tentar parve altro modo, io di mai non lamar fisso avea il chiodo. 29 E se ben era a lui venuta, mossa da la pietà chal mio padre portava, sia certo che non molto fruir possa il piacer chal dispetto mio gli dava; chera per far di me la terra rossa, tosto chio avessi alla sua voglia prava con questa mia persona satisfatto di quel che tutto a forza saria fatto. 30 Queste parole e simili altre usai, poi che potere in lui mi vidi tanto; e l più pentito lo rendei, che mai si trovasse ne leremo alcun santo. Mi cadde a piedi, e supplicommi assai, che col coltel che si levò da canto (e volea in ogni modo chio l pigliassi) di tanto fallo suo mi vendicassi. 31 Poi chio lo trovo tale, io fo disegno la gran vittoria insin al fin seguire: gli do speranza di farlo anco degno che la persona mia potrà fruire, semendando il suo error, lantiquo regno al padre mio farà restituire; e nel tempo a venir vorrà acquistarme servendo, amando, e non mai più per arme. 32 Così far mi promesse, e ne la rocca intatta mi mandò, come a lui venni, né di baciarmi pur sardì la bocca: vedi sal collo il giogo ben gli tenni; vedi se bene Amor per me lo tocca, se convien che per lui più strali impenni. Al re dArmenia andò, di cui dovea esser per patto ciò che si prendea: 33 e con quel miglior modo chusar puote, lo priega chal mio padre il regno lassi, del qual le terre ha depredate e vote, ed a goder lantiqua Armenia passi. Quel re, dira infiammando ambe le gote, disse ad Alceste che non vi pensassi; che non si volea tor da quella guerra, fin che mio padre avea palmo di terra. 34 E sAlceste è mutato alle parole duna vil feminella, abbiasi il danno. Già a prieghi esso di lui perder non vuole quel cha fatica ha preso in tutto un anno. Di nuovo Alceste il priega, e poi si duole che seco effetto i prieghi suoi non fanno. Allultimo sadira, e lo minaccia che vuol, per forza o per amor, lo faccia. 35 Lira multiplicò sì, che li spinse da le male parole ai peggior fatti. Alceste contra il re la spada strinse fra mille chin suo aiuto seran tratti, e mal grado lor tutti, ivi lestinse; e quel dì ancor gli Armeni ebbe disfatti, con laiuto de Cilici e de Traci che pagava egli, e daltri suoi seguaci. 36 Seguitò la vittoria, ed a sue spese, senza dispendio alcun del padre mio, ne rendé tutto il regno in men dun mese. Poi per ricompensarne il danno rio, oltralle spoglie che ne diede, prese in parte, e gravò in parte di gran fio Armenia e Capadocia che confina, e scorse Ircania fin su la marina. 37 In luogo di trionfo, al suo ritorno, facemmo noi pensier dargli la morte. Restammo poi, per non ricever scorno; che lo veggiàn troppo damici forte. Fingo damarlo, e più di giorno in giorno gli do speranza dessergli consorte; ma prima contra altri nimici nostri dico voler che sua virtù dimostri. 38 E quando sol, quando con poca gente lo mando a strane imprese e perigliose, da farne morir mille agevolmente: ma lui successer ben tutte le cose; che tornò con vittoria, e fu sovente con orribil persone e mostruose, con Griganti a battaglia e Lestrigoni, cherano infesti a nostre regioni. 39 Non fu da Euristeo mai, non fu mai tanto da la matrigna esercitato Alcide in Lerna, in Nemea, in Tracia, in Erimanto, alle valli dEtolia, alle Numide, sul Tevre, su lIbero e altrove; quanto con prieghi finti e con voglie omicide esercitato fu da me il mio amante, cercando io pur di torlomi davante. 40 Né potendo venire al primo intento, vengone ad un di non minore effetto: gli fo quei tutti ingiuriar, chio sento che per lui sono, e a tutti in odio il metto. Egli che non sentia maggior contento che dubbidirmi, senza alcun rispetto le mani ai cenni miei sempre avea pronte, senza guardare un più dun altro in fronte. 41 Poi che mi fu, per questo mezzo, aviso spento aver del mio padre ogni nimico, e per lui stesso Alceste aver conquiso, che non si avea, per noi, lasciato amico; quel chio gli avea con simulato viso celato fin allor, chiaro gli esplico: che grave e capitale odio gli porto, e pur tuttavia cerco che sia morto. 42 Considerando poi, sio lo facessi, chin publica ignominia ne verrei (sapeasi troppo quanto io gli dovessi, e crudel detta sempre ne sarei), mi parve fare assai chio gli togliessi di mai venir più inanzi agli occhi miei. Né veder né parlar mai più gli volsi, né messo udi, né lettera ne tolsi. 43 Questa mia ingratitudine gli diede tanto martìr, chal fin dal dolor vinto, e dopo un lungo domandar mercede, infermo cadde, e ne rimase estinto. Per pena chal fallir mio si richiede, or gli occhi ho lacrimosi, e il viso tinto del negro fumo: e così avrò in eterno; che nulla redenzione è ne linferno. - 44 Poi che non parla più Lidia infelice, va il duca per saper saltri vi stanzi: ma la caligine alta chera ultrice de lopre ingrate, si glingrossa inanzi, chandare un palmo sol più non gli lice; anzi a forza tornar gli conviene, anzi, perché la vita non gli sia intercetta dal fumo, i passi accelerar con fretta. 45 Il mutar spesso de le piante ha vista di corso, e non di chi passeggia o trotta. Tanto, salendo inverso lerta, acquista, che vede dove aperta era la grotta; e laria, già caliginosa e trista, dal lume cominciava ad esser rotta. Al fin con molto affanno e grave ambascia esce de lantro, e dietro il fumo lascia. 46 E perché del tornar la via sia tronca a quelle bestie chan sì ingorde lepe, raguna sassi, e molti arbori tronca, che veran qual damomo e qual di pepe; e come può, dinanzi alla spelonca fabrica di sua man quasi una siepe: e gli succede così ben quellopra, che più larpie non torneran di sopra. 47 Il negro fumo de la scura pece, mentre egli fu ne la caverna tetra, non macchiò sol quel chapparia, ed infece, ma sotto i panni ancora entra e penètra; sì che per trovare acqua andar lo fece cercando un pezzo; e al fin fuor duna pietra vide una fonte uscir ne la foresta, ne la qual si lavò dal piè alla testa. 48 Poi monta il volatore, e in aria salza per giunger di quel monte in su la cima, che non lontan con la superna balza dal cerchio de la luna esser si stima. Tanto è il desir che di veder lo ncalza, chal cielo aspira, e la terra non stima. De laria più e più sempre guadagna, tanto chal giogo va de la montagna. 49 Zafir, rubini, oro, topazi e perle, e diamanti e crisoliti e iacinti potriano i fiori assimigliar, che per le liete piaggie vavea laura dipinti: sì verdi lerbe, che possendo averle qua giù, ne fôran gli smeraldi vinti; né men belle degli arbori le frondi, e di frutti e di fior sempre fecondi. 50 Cantan fra i rami gli augelletti vaghi azzurri e bianchi e verdi e rossi e gialli. Murmuranti ruscelli e cheti laghi di limpidezza vincono i cristalli. Una dolce aura che ti par che vaghi a un modo sempre e dal suo stil non falli, facea sì laria tremolar dintorno, che non potea noiar calor del giorno: 51 e quella ai fiori, ai pomi e alla verzura gli odor diversi depredando giva, e di tutti faceva una mistura che di soavità lalma notriva. Surgea un palazzo in mezzo alla pianura, chacceso esser parea di fiamma viva: tanto splendore intorno e tanto lume raggiava, fuor dogni mortal costume. 52 Astolfo il suo destrier verso il palagio che più di trenta miglia intorno aggira, a passo lento fa muovere ad agio, e quinci e quindi il bel paese ammira; e giudica, appo quel, brutto e malvagio, e che sia al ciel ed a natura in ira questo chabitian noi fetido mondo: tanto è soave quel, chiaro e giocondo. 53 Come egli è presso al luminoso tetto, attonito riman di maraviglia; che tutto duna gemma è l muro schietto, più che carbonchio lucida e vermiglia. O stupenda opra, o dedalo architetto! Qual fabrica tra noi le rassimiglia? Taccia qualunque le mirabil sette moli del mondo in tanta gloria mette. 54 Nel lucente vestibulo di quella felice casa un vecchio al duca occorre, che l manto ha rosso, e bianca la gonnella, che lun può al latte, e laltro al minio opporre. I crini ha bianchi, e bianca la mascella di folta barba chal petto discorre; ed è sì venerabile nel viso, chun degli eletti par del paradiso. 55 Costui con lieta faccia al paladino, che riverente era darcion disceso, disse: - O baron, che per voler divino sei nel terrestre paradiso asceso; come che né la causa del camino, né il fin del tuo desir da te sia inteso; pur credi che non senza alto misterio venuto sei da lartico emisperio. 56 Per imparar come soccorrer déi Carlo, e la santa fé tor di periglio venuto meco a consigliar ti sei per così lunga via, senza consiglio. Né a tuo saper, né a tua virtù vorrei chesser qui giunto attribuissi, o figlio; che né il tuo corno, né il cavallo alato ti valea, se da Dio non tera dato. 57 Ragionerem più ad agio insieme poi, e ti dirò come a procedere hai: ma prima vienti a ricrear con noi; che l digiun lungo de noiarti ormai. - Continuando il vecchio i detti suoi, fece meravigliare il duca assai, quando scoprendo il nome suo, gli disse esser colui che levangelio scrisse: 58 quel tanto al Redentor caro Giovanni, per cui il sermone tra i fratelli uscìo, che non dovea per morte finir gli anni; sì che fu causa che l figliuol di Dio a Pietro disse: - Perché pur taffanni, sio vo che così aspetti il venir mio? - Ben che non disse: egli non de morire, si vede pur che così volse dire. 59 Quivi fu assunto, e trovò compagnia, che prima Enoch, il patriarca, vera; eravi insieme il gran profeta Elia, che non han vista ancor lultima sera; e fuor de laria pestilente e ria si goderan leterna primavera, fin che dian segno langeliche tube, che torni Cristo in su la bianca nube. 60 Con accoglienza grata il cavalliero fu dai santi alloggiato in una stanza; fu provisto in unaltra al suo destriero di buona biada, che gli fu a bastanza. De frutti a lui del paradiso diero, di tal sapor, cha suo giudicio, sanza scusa non sono i duo primi parenti, se per quei fur sì poco ubbidienti. 61 Poi cha natura il duca aventuroso satisfece di quel che se le debbe, come col cibo, così col riposo, che tutti e tutti i commodi quivi ebbe; lasciando già lAurora il vecchio sposo, chancor per lunga età mai non lincrebbe, si vide incontra ne luscir del letto il discipul da Dio tanto diletto; 62 che lo prese per mano, e seco scorse di molte cose di silenzio degne: e poi disse: - Figliuol, tu non sai forse che in Francia accada, ancor che tu ne vegne. Sappi che l vostro Orlando, perché torse dal camin dritto le commesse insegne, è punito da Dio, che più saccende contra chi egli ama più, quando soffende. 63 Il vostro Orlando, a cui nascendo diede somma possanza Dio con sommo ardire, e fuor de luman uso gli concede che ferro alcun non lo può mai ferire; perché a difesa di sua santa fede così voluto lha costituire, come Sansone incontra a Filistei costituì a difesa degli Ebrei: 64 renduto ha il vostro Orlando al suo Signore di tanti benefici iniquo merto; che quanto aver più lo dovea in favore, nè stato il fedel popul più deserto. Sì accecato lavea lincesto amore duna pagana, chavea già sofferto due volte e più venire empio e crudele, per dar la morte al suo cugin fedele. 65 E Dio per questo fa chegli va folle, e mostra nudo il ventre, il petto e il fianco; e lintelletto sì gli offusca e tolle, che non può altrui conoscere, e sé manco. A questa guisa si legge che volle Nabuccodonosor Dio punir anco, che sette anni il mandò il furor pieno, sì che, qual bue, pasceva lerba e il fieno. 66 Ma perchassai minor del paladino, che di Nabucco, è stato pur leccesso, sol di tre mesi dal voler divino a purgar questo error termine è messo. Né ad altro effetto per tanto camino salir qua su tha il Redentor concesso, se non perché da noi modo tu apprenda, come ad Orlando il suo senno si renda. 67 Gli è ver che ti bisogna altro viaggio far meco, e tutta abbandonar la terra. Nel cerchio de la luna a menar taggio, che dei pianeti a noi più prossima erra, perché la medicina che può saggio rendere Orlando, là dentro si serra. Come la luna questa notte sia sopra noi giunta, ci porremo in via. - 68 Di questo e daltre cose fu diffuso il parlar de lapostolo quel giorno. Ma poi che l sol sebbe nel mar rinchiuso, e sopra lor levò la luna il corno, un carro apparecchiòsi, chera ad uso dandar scorrendo per quei cieli intorno: quel già ne le montagne di Giudea da mortali occhi Elia levato avea. 69 Quattro destrier via più che fiamma rossi al giogo il santo evangelista aggiunse; e poi che con Astolfo rassettossi, e prese il freno, inverso il ciel li punse. Ruotando il carro, per laria levossi, e tosto in mezzo il fuoco eterno giunse; che l vecchio fe miracolosamente, che, mentre lo passar, non era ardente. 70 Tutta la sfera varcano del fuoco, ed indi vanno al regno de la luna. Veggon per la più parte esser quel loco come un acciar che non ha macchia alcuna; e lo trovano uguale, o minor poco di ciò chin questo globo si raguna, in questo ultimo globo de la terra, mettendo il mar che la circonda e serra. 71 Quivi ebbe Astolfo doppia meraviglia: che quel paese appresso era sì grande, il quale a un picciol tondo rassimiglia a noi che lo miriam da queste bande; e chaguzzar conviengli ambe le ciglia, sindi la terra e l mar chintorno spande, discerner vuol; che non avendo luce, limagin lor poco alta si conduce. 72 Altri fiumi, altri laghi, altre campagne sono là su, che non son qui tra noi; altri piani, altre valli, altre montagne, chan le cittadi, hanno i castelli suoi, con case de le quai mai le più magne non vide il paladin prima né poi: e vi sono ample e solitarie selve, ove le ninfe ognor cacciano belve. 73 Non stette il duca a ricercar il tutto; che là non era asceso a quello effetto. Da lapostolo santo fu condutto in un vallon fra due montagne istretto, ove mirabilmente era ridutto ciò che si perde o per nostro diffetto, o per colpa di tempo o di Fortuna: ciò che si perde qui, là si raguna. 74 Non pur di regni o di ricchezze parlo, in che la ruota instabile lavora; ma di quel chin poter di tor, di darlo non ha Fortuna, intender voglio ancora. Molta fama è là su, che, come tarlo, il tempo al lungo andar qua giù divora: là su infiniti prieghi e voti stanno, che da noi peccatori a Dio si fanno. 75 Le lacrime e i sospiri degli amanti, linutil tempo che si perde a giuoco, e lozio lungo duomini ignoranti, vani disegni che non han mai loco, i vani desideri sono tanti, che la più parte ingombran di quel loco: ciò che in somma qua giù perdesti mai, là su salendo ritrovar potrai. 76 Passando il paladin per quelle biche, or di questo or di quel chiede alla guida. Vide un monte di tumide vesiche, che dentro parea aver tumulti e grida; e seppe cheran le corone antiche e degli Assiri e de la terra lida, e de Persi e de Greci, che già furo incliti, ed or nè quasi il nome oscuro. 77 Ami doro e dargento appresso vede in una massa, cherano quei doni che si fan con speranza di mercede ai re, agli avari principi, ai patroni. Vede in ghirlande ascosi lacci; e chiede, ed ode che son tutte adulazioni. Di cicale scoppiate imagine hanno versi chin laude dei signor si fanno. 78 Di nodi doro e di gemmati ceppi vede chan forma i mal seguiti amori. Veran daquile artigli; e che fur, seppi, lautorità chai suoi danno i signori. I mantici chintorno han pieni i greppi, sono i fumi dei principi e i favori che danno un tempo ai ganimedi suoi, che se ne van col fior degli anni poi. 79 Ruine di cittadi e di castella stavan con gran tesor quivi sozzopra. Domanda, e sa che son trattati, e quella congiura che sì mal par che si cuopra. Vide serpi con faccia di donzella, di monetieri e di ladroni lopra: poi vide bocce rotte di più sorti, chera il servir de le misere corti. 80 Di versate minestre una gran massa vede, e domanda al suo dottor chimporte. - Lelemosina è (dice) che si lassa alcun, che fatta sia dopo la morte. - Di vari fiori ad un gran monte passa, chebbe già buono odore, or putia forte. Questo era il dono (se però dir lece) che Costantino al buon Silvestro fece. 81 Vide gran copia di panie con visco, cherano, o donne, le bellezze vostre. Lungo sarà, se tutte in verso ordisco le cose che gli fur quivi dimostre; che dopo mille e mille io non finisco, e vi son tutte loccurrenze nostre: sol la pazzia non vè poca né assai; che sta qua giù, né se ne parte mai. 82 Quivi ad alcuni giorni e fatti sui, chegli già avea perduti, si converse; che se non era interprete con lui, non discernea le forme lor diverse. Poi giunse a quel che par sì averlo a nui, che mai per esso a Dio voti non ferse; io dico il senno: e nera quivi un monte, solo assai più che laltre cose conte. 83 Era come un liquor suttile e molle, atto a esalar, se non si tien ben chiuso; e si vedea raccolto in varie ampolle, qual più, qual men capace, atte a quelluso. Quella è maggior di tutte, in che del folle signor dAnglante era il gran senno infuso; e fu da laltre conosciuta, quando avea scritto di fuor: Senno dOrlando. 84 E così tutte laltre avean scritto anco il nome di color di chi fu il senno. Del suo gran parte vide il duca franco; ma molto più maravigliar lo fenno molti chegli credea che dramma manco non dovessero averne, e quivi dénno chiara notizia che ne tenean poco; che molta quantità nera in quel loco. 85 Altri in amar lo perde, altri in onori, altri in cercar, scorrendo il mar, ricchezze; altri ne le speranze de signori, altri dietro alle magiche sciocchezze; altri in gemme, altri in opre di pittori, ed altri in altro che più daltro aprezze. Di sofisti e dastrologhi raccolto, e di poeti ancor ve nera molto. 86 Astolfo tolse il suo; che gliel concesse lo scrittor de loscura Apocalisse. Lampolla in chera al naso sol si messe, e par che quello al luogo suo ne gisse: e che Turpin da indi in qua confesse chAstolfo lungo tempo saggio visse; ma chuno error che fece poi, fu quello chunaltra volta gli levò il cervello. 87 La più capace e piena ampolla, overa il senno che solea far savio il conte, Astolfo tolle; e non è sì leggiera, come stimò, con laltre essendo a monte. Prima che l paladin da quella sfera piena di luce alle più basse smonte, menato fu da lapostolo santo in un palagio overa un fiume a canto; 88 chogni sua stanza avea piena di velli di lin, di seta, di coton, di lana, tinti in vari colori e brutti e belli. Nel primo chiostro una femina cana fila a un aspo traea da tutti quelli, come veggiàn lestate la villana traer dai bachi le bagnate spoglie, quando la nuova seta si raccoglie. 89 Vè chi, finito un vello, rimettendo ne viene un altro, e chi ne porta altronde: unaltra de le filze va scegliendo il bel dal brutto che quella confonde. - Che lavor si fa qui, chio non lintendo? - dice a Giovanni Astolfo; e quel risponde: - Le vecchie son le Parche, che con tali stami filano vite a voi mortali. 90 Quanto dura un de velli, tanto dura lumana vita, e non di più un momento. Qui tien locchio e la Morte e la Natura, per saper lora chun debba esser spento. Sceglier le belle fila ha laltra cura, perché si tesson poi per ornamento del paradiso; e dei più brutti stami si fan per li dannati aspri legami. - 91 Di tutti i velli cherano già messi in aspo, e scelti a farne altro lavoro, erano in brevi piastre i nomi impressi, altri di ferro, altri dargento o doro: e poi fatti navean cumuli spessi, de quali, senza mai farvi ristoro, portarne via non si vedea mai stanco un vecchio, e ritornar sempre per anco. 92 Era quel vecchio sì espedito e snello, che per correr parea che fosse nato; e da quel monte il lembo del mantello portava pien del nome altrui segnato. Ove nandava, e perché facea quello, ne laltro canto vi sarà narrato, se daverne piacer segno farete con quella grata udienza che solete. |
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