|
1 Quando vincer da limpeto e da lira si lascia la ragion, né si difende, e che l cieco furor sì inanzi tira o mano o lingua, che gli amici offende; se ben dipoi si piange e si sospira, non è per questo che lerror semende. Lasso! io mi doglio e affliggo invan di quanto dissi per ira al fin de laltro canto. 2 Ma simile son fatto ad uno infermo, che dopo molta pazienza e molta, quando contra il dolor non ha più schermo, cede alla rabbia e a bestemmiar si volta. Manca il dolor, né limpeto sta fermo, che la lingua al dir mal facea sì sciolta; e si ravvede e pente e nha dispetto: ma quel cha detto, non può far non detto. 3 Ben spero, donne, in vostra cortesia aver da voi perdon, poi chio vel chieggio. Voi scusarete, che per frenesia, vinto da laspra passion, vaneggio. Date la colpa alla nimica mia, che mi fa star, chio non potrei star peggio, e mi fa dir quel di chio son poi gramo: sallo Idio, sella ha il torto; essa, sio lamo. 4 Non men son fuor di me, che fosse Orlando; e non son men di lui di scusa degno, chor per li monti, or per le piagge errando, scorse in gran parte di Marsilio il regno, molti dì la cavalla strascinando morta, come era, senza alcun ritegno; ma giunto ove un gran fiume entra nel mare, gli fu forza il cadavero lasciare. 5 E perché sa nuotar come una lontra, entra nel fiume, e surge allaltra riva. Ecco un pastor sopra un cavallo incontra, che per abeverarlo al fiume arriva. Colui, ben che gli vada Orlando incontra, perché egli è solo e nudo, non lo schiva. - Vorrei del tuo ronzin (gli disse il matto) con la giumenta mia far un baratto. 6 Io te la mostrerò di qui, se vuoi; che morta là su laltra ripa giace: la potrai far tu medicar dipoi; altro diffetto in lei non mi dispiace. Con qualche aggiunta il ronzin dar mi puoi: smontane in cortesia, perché mi piace. - Il pastor ride, e senzaltra risposta va verso il guado, e dal pazzo si scosta. 7 - Io voglio il tuo cavallo: olà non odi? - suggiunse Orlando, e con furor si mosse. Avea un baston con nodi spessi e sodi quel pastor seco, e il paladin percosse. La rabbia e lira passò tutti i modi del conte; e parve fier più che mai fosse. Sul capo del pastore un pugno serra, che spezza losso, e morto il caccia in terra. 8 Salta a cavallo, e per diversa strada va discorrendo, e molti pone a sacco. Non gusta il ronzin mai fieno né biada, tanto chin pochi dì ne riman fiacco: ma non però chOrlando a piedi vada, che di vetture vuol vivere a macco; e quante ne trovò, tante ne mise in uso, poi che i lor patroni uccise. 9 Capitò al fin a Malega, e più danno vi fece, chegli avesse altrove fatto: che oltre che ponesse a saccomanno il popul sì, che ne restò disfatto, né si poté rifar quel né laltranno; tanti nuccise il periglioso matto, vi spianò tante case e tante accese, che disfe più che l terzo del paese. 10 Quindi partito, venne ad una terra, Zizera detta, che siede allo stretto di Zibeltarro, o vuoi di Zibelterra, che luno e laltro nome le vien detto; ove una barca che sciogliea da terra vide piena di gente da diletto, che solazzando allaura matutina, gìa per la tranquillissima marina. 11 Cominciò il pazzo a gridar forte: -Aspetta! - che gli venne disio dandare in barca. Ma bene invano e i gridi e gli urli getta; che volentier tal merce non si carca. Per lacqua il legno va con quella fretta che va per laria irondine che varca. Orlando urta il cavallo e batte e stringe, e con un mazzafrusto allacqua spinge. 12 Forza è chal fin nellacqua il cavallo entre, chinvan contrasta, e spende invano ogni opra: bagna i genocchi, e poi la groppa e l ventre, indi la testa, e a pena appar di sopra. Tornare a dietro non si speri, mentre la verga tra lorecchie se gli adopra. Misero! o si convien tra via affogare, o nel lito african passare il mare. 13 Non vede Orlando più poppe né sponde che tratto in mar lavean dal lito asciutto; che son troppo lontane, e le nasconde agli occhi bassi lalto e mobil flutto: e tuttavia il destrier caccia tra londe, chandar di là dal mar dispone in tutto. Il destrier, dacqua pieno e dalma voto, finalmente finì la vita e il nuoto. 14 Andò nel fondo, e vi traea la salma, se non si tenea Orlando in su le braccia. Mena le gambe e luna e laltra palma, e soffia, e londa spinge da la faccia. Era laria soave e il mare in calma: e ben vi bisognò più che bonaccia; chogni poco che l mar fosse più sorto, restava il paladin ne lacqua morto. 15 Ma la Fortuna, che dei pazzi ha cura, del mar lo trasse nel lito di Setta, in una spiaggia, lungi da le mura quanto sarian duo tratti di saetta. Lungo il mar molti giorni alla ventura verso levante andò correndo in fretta; fin che trovò, dove tendea sul lito di nera gente esercito infinito. 16 Lasciamo il paladin cherrando vada: ben di parlar di lui tornerà tempo. Quanto, Signore, ad Angelica accada dopo chuscì di man del pazzo a tempo; e come a ritornare in sua contrada trovasse e buon navilio e miglior tempo, e de lIndia a Medor desse lo scettro, forse altri canterà con miglior plettro. 17 Io sono a dir tante altre cose intento, che di seguir più questa non mi cale. Volger conviemmi il bel ragionamento al Tartaro, che spinto il suo rivale, quella bellezza si godea contento, a cui non resta in tutta Europa uguale, poscia che se nè Angelica partita, e la casta Issabella al ciel salita. 18 De la sentenza Mandricardo altiero, chin suo favor la bella donna diede, non può fruir tutto il diletto intero; che contra lui son altre liti in piede. Luna gli muove il giovene Ruggiero, perché laquila bianca non gli cede; laltra il famoso re di Sericana, che da lui vuol la spada Durindana. 19 Saffatica Agramante, né disciorre, né Marsilio con lui, sa questo intrico: né solamente non li può disporre che voglia lun de laltro essere amico; ma che Ruggiero a Mandricardo torre lasci lo scudo del Troiano antico, o Gradasso la spada non gli vieti, tanto che questa o quella lite accheti. 20 Ruggier non vuol chin altra pugna vada con lo suo scudo; né Gradasso vuole che, fuor che contra sé porti la spada che l glorioso Orlando portar suole. - Al fin veggiamo in cui la sorte cada (disse Agramante), e non sian più parole; veggiàn quel che Fortuna ne disponga, e sia preposto quel chella preponga. 21 E se compiacer meglio mi volete, onde daver ve nabbia obligo ognora, chi de di voi combatter, sortirete; ma con patto, chal primo chesca fuora, amendue le querele in man porrete: sì che, per sé vincendo, vinca ancora pel compagno; e perdendo lun di vui, così perduto abbia per ambidui. 22 Tra Gradasso e Ruggier credo che sia di valor nulla o poca differenza; e di lor qual si vuol venga fuor pria, so chin arme farà per eccellenza. Poi la vittoria da quel canto stia, che vorrà la divina providenza. Il cavallier non avrà colpa alcuna, ma il tutto imputerassi alla Fortuna. - 23 Steron taciti al detto dAgramante e Ruggiero e Gradasso; ed accordarsi che qualunque di loro uscirà inante, e luna briga e laltra abbia a pigliarsi. Così in duo brevi, chavean simigliante ed ugual forma, i nomi lor notarsi; e dentro unurna quelli hanno rinchiusi, versati molto, e sozzopra confusi. 24 Un semplice fanciul nellurna messe la mano, e prese un breve; e venne a caso chin questo il nome di Ruggier si lesse, essendo quel del Serican rimaso. Non si può dir quanta allegrezza avesse, quando Ruggier si sentì trar del vaso, e daltra parte il Sericano doglia; ma quel che manda il ciel, forza è che toglia. 25 Ogni suo studio il Sericano, ogni opra a favorire, ad aiutar converte perché Ruggiero abbia a restar di sopra: e le cose in suo pro, chavea già esperte, come or di spada, or di scudo si cuopra, qual sien botte fallaci e qual sien certe, quando tentar, quando schivar fortuna si dee, gli torna a mente ad una ad una. 26 Il resto di quel dì, che da laccordo e dal trar de le sorti sopravanza, è speso dagli amici in dar ricordo, chi a lun guerrier chi allaltro, come è usanza. Il popul, di veder la pugna ingordo, saffretta a gara doccupar la stanza: né basta a molti inanzi giorno andarvi, che voglion tutta notte anco veggiarvi. 27 La sciocca turba disiosa attende chi duo buon cavallier vengano in prova; che non mira più lungi né comprende di quel chinanzi agli occhi si ritrova. Ma Sobrino e Marsilio, e chi più intende e vede ciò che nuoce e ciò che giova, biasma questa battaglia, ed Agramante, che voglia comportar che vada inante. 28 Né cessan raccordargli il grave danno che nha davere il popul saracino, muora Ruggiero o il tartaro tiranno, quel che prefisso è dal suo fier destino: dun sol di lor via più bisogno avranno per contrastare al figlio di Pipino, che di dieci altri mila che ci sono, tra quai fatica è ritrovare un buono. 29 Conosce il re Agramante che gli è vero, ma non può più negar ciò cha promesso. Ben prega Mandricardo e il buon Ruggiero, che gli ridonin quel cha lor concesso; e tanto più che l lor litigio è un zero, né degno in prova darme esser rimesso: e sin ciò pur nol vogliono ubbidire, voglino almen la pugna differire. 30 Cinque o sei mesi il singular certame, o meno o più, si differisca, tanto che cacciato abbin Carlo del reame, tolto lo scettro, la corona e il manto. Ma lun e laltro, ancor che voglia e brame il re ubbidir, pur sta duro da canto; che tale accordo obbrobrioso stima a chi l consenso suo vi darà prima, 31 Ma più del re, ma più dognun chinvano spenda a placare il Tartaro parole, la bella figlia del re Stordilano supplice il priega, e si lamenta e duole: lo prega che consenta al re africano e voglia quel che tutto il campo vuole; si lamenta e si duol che per lui sia timida sempre e piena dangonia. 32 - Lassa! (dicea) che ritrovar possio rimedio mai cha riposar mi vaglia, sor contra questo, or quel, nuovo disio vi trarrà sempre a vestir piastra e maglia? Cha potuto giovare al petto mio il gaudio che sia spenta la battaglia per me da voi contra quellaltro presa, se unaltra non minor se nè già accesa? 33 Ohimè! chinvano i me nandava altiera chun re sì degno, un cavallier sì forte per me volesse in perigliosa e fiera battaglia porsi al risco de la morte; chor veggo per cagion tanto leggiera non meno esporvi alla medesma sorte. Fu natural ferocità di core cha quella vistigò, più che l mio amore. 34 Ma se gli è ver che l vostro amor sia quello che vi sforzate di mostrarmi ognora, per lui vi prego, e per quel gran flagello che mi percuote lalma e che maccora, che non vi caglia se l candido augello ha ne lo scudo quel Ruggiero ancora. Utile o danno a voi non so chimporti, che lasci quella insegna o che la porti. 35 Poco guadagno, e perdita uscir molta de la battaglia può, che per far sète: quando abbiate a Ruggier laquila tolta, poca mercé dun gran travaglio avrete; ma se Fortuna le spalle vi volta (che non però nel crin presa tenete), causate un danno, cha pensarvi solo mi sento il petto già sparrar di duolo. 36 Quando la vita a voi per voi non sia cara, e più amate unaquila dipinta, vi sia almen cara per la vita mia: non sarà luna senza laltra estinta. Non già morir con voi grave mi fia: son di seguirvi in vita e in morte accinta; ma non vorrei morir sì malcontenta come io morrò, se dopo voi son spenta. - 37 Con tai parole e simili altre assai, che le lacrime accompagnano e sospiri, pregar non cessa tutta notte mai perchalla pace il suo amator ritiri; e quel, suggendo dagli umidi rai quel dolce pianto, e quei dolci martiri da le vermiglie labra più che rose, lacrimando egli ancor, così rispose: 38 - Deh, vita mia, non vi mettete affanno, deh non, per Dio, di così lieve cosa; che se Carlo e l re dAfrica, e ciò channo qui di gente moresca e di franciosa, spiegasson le bandiere in mio sol danno, voi pur non ne dovreste esser pensosa. Ben mi mostrate in poco conto avere, se per me un Ruggier sol vi fa temere. 39 E vi dovria pur ramentar che, solo (e spada io non avea né scimitarra), con un troncon di lancia a un grosso stuolo darmati cavallier tolsi la sbarra. Gradasso, ancor che con vergogna e duolo lo dica, pure, a chi l domanda, narra che fu in Soria a un castel mio prigioniero; ed è pur daltra fama che Ruggiero. 40 Non niega similmente il re Gradasso, e sallo Isolier vostro e Sacripante, io dico Sacripante, il re circasso, e l famoso Grifone ed Aquilante, centaltri e più, che pure a questo passo stati eran presi alcuni giorni inante, macometani e gente di battesmo, che tutti liberai quel dì medesmo. 41 Non cessa ancor la maraviglia loro de la gran prova chio feci quel giorno, maggior, che se lesercito del Moro e del Franco inimici avessi intorno. Ed or potrà Ruggier, giovine soro, farmi da solo a solo o danno o scorno? Ed or cho Durindana e larmatura dEttòr, vi de Ruggier metter paura? 42 Deh, perché dianzi in prova non venni io, se far di voi con larme io potea acquisto? So che vavrei sì aperto il valor mio, chavresti il fin già di Ruggier previsto. Asciugate le lacrime, e, per Dio, non mi fate uno augurio così tristo; e siate certa che l mio onor mha spinto, non ne lo scudo il bianco augel dipinto. - 43 Così disse egli; e molto ben risposto gli fu da la mestissima sua donna, che non pur lui mutato di proposto, ma di luogo avria mossa una colonna. Ella era per dover vincer lui tosto, ancor charmato, e chella fosse in gonna; e lavea indutto a dir, se l re gli parla daccordo più, che volea contentarla. 44 E lo facea; se non, tosto chal Sole la vaga Aurora fe lusata scorta, lanimoso Ruggier, che mostrar vuole che con ragion la bella aquila porta, per non udir più datti e di parole dilazion, ma far la lite corta, dove circonda il popul lo steccato, sonando il corno sappresenta armato. 45 Tosto che sente il Tartaro superbo, challa battaglia il suono altier lo sfida, non vuol più de laccordo intender verbo, ma si lancia del letto, ed arme grida; e si dimostra sì nel viso acerbo, che Doralice istessa non si fida di dirgli più di pace né di triegua: e forza è infin che la battaglia segua. 46 Subito sarma, ed a fatica aspetta da suoi scudieri i debiti servigi; poi monta sopra il buon cavallo in fretta, che del gran difensor fu di Parigi; e vien correndo invêr la piazza eletta a terminar con larme i gran litigi. Vi giunse il re e la corte allora allora; sì challassalto fu poca dimora. 47 Posti lor furo ed allacciati in testa i lucidi elmi, e date lor le lance. Siegue la tromba a dare il segno presta, che fece a mille impallidir le guance. Posero laste i cavallieri in resta, e i corridori punsero alle pance; e venner con tale impeto a ferirsi, che parve il ciel cader, la terra aprirsi. 48 Quinci e quindi venir si vede il bianco augel che Giove per laria sostenne; come ne la Tessalia si vide anco venir più volte, ma con altre penne. Quanto sia luno e laltro ardito e franco, mostra il portar de le massicce antenne; e molto più, cha quello incontro duro, quai torri ai venti, o scogli allonde furo. 49 I tronchi fin al ciel ne sono ascesi: scrive Turpin, verace in questo loco, che dui o tre giù ne tornaro accesi, cheran saliti alla sfera del fuoco. I cavallieri i brandi aveano presi: e come quei che si temeano poco, si ritornaro incontra; e a prima giunta ambi alla vista si ferir di punta. 50 Ferirsi alla visiera al primo tratto; e non miraron, per mettersi in terra, dare ai cavalli morte, chè mal atto, perchessi non han colpa de la guerra. Chi pensa che tra lor fosse tal patto, non sa lusanza antiqua, e di molto erra: senzaltro patto, era vergogna e fallo e biasmo eterno a chi feria il cavallo. 51 Ferirsi alla visiera, chera doppia, ed a pena anco a tanta furia resse. Lun colpo appresso allaltro si raddoppia: le botte più che grandine son spesse, che spezza fronde e rami e grano e stoppia, e uscir invan fa la sperata messe. Se Durindana e Balisarda taglia, sapete, e quanto in queste mani vaglia. 52 Ma degno di sé colpo ancor non fanno, sì luno e laltro ben sta su laviso. Uscì da Mandricardo il primo danno, per cui fu quasi il buon Ruggiero ucciso: duno di quei gran colpi che far sanno, gli fu lo scudo pel mezzo diviso, e la corazza apertagli di sotto; e fin sul vivo il crudel brando ha rotto. 53 Laspra percossa agghiacciò il cor nel petto, per dubbio di Ruggiero, ai circostanti, nel cui favor si conoscea lo affetto dei più inchinar, se non di tutti quanti. E se Fortuna ponesse ad effetto quel che la maggior parte vorria inanti, già Mandricardo saria morto o preso: sì che l suo colpo ha tutto il campo offeso. 54 Io credo che qualche agnol sinterpose per salvar da quel colpo il cavalliero. Ma ben senza più indugio gli rispose, terribil più che mai fosse, Ruggiero. La spada in capo a Mandricardo pose; ma sì lo sdegno fu subito e fiero, e tal fretta gli fe, chio men lincolpo se non mandò a ferir di taglio il colpo. 55 Se Balisarda lo giungea pel dritto, lelmo dEttorre era incantato invano. Fu sì del colpo Mandricardo afflitto, che si lasciò la briglia uscir di mano. Dandar tre volte accenna a capo fitto, mentre scorrendo va dintorno il piano quel Brigliador che conoscete al nome, dolente ancor de le mutate some. 56 Calcata serpe mai tanto non ebbe, né ferito leon, sdegno e furore, quanto il Tartaro, poi che si riebbe dal colpo che di sé lo trasse fuore. E quanto lira e la superbia crebbe, tanto e più crebbe in lui forza e valore: fece spiccare a Brigliadoro un salto verso Ruggiero, e alzò la spada in alto. 57 Levossi in su le staffe, ed allelmetto segnolli; e si credette veramente partirlo a quella volta fin al petto: ma fu di lui Ruggier più diligente; che, pria che l braccio scenda al duro effetto, gli caccia sotto la spada pungente, e gli fa ne la maglia ampla finestra, che sotto difendea lascella destra. 58 E Balisarda al suo ritorno trasse di fuori il sangue tiepido e vermiglio, e vietò a Durindana che calasse impetuosa con tanto periglio; ben che fin su la groppa si piegasse Ruggiero, e per dolor strignesse il ciglio: e selmo in capo avea di peggior tempre, gli era quel colpo memorabil sempre. 59 Ruggier non cessa, e spinge il suo cavallo, e Mandricardo al destro fianco trova. Quivi scelta finezza di metallo e ben condutta tempra poco giova contra la spada che non scende in fallo, che fu incantata non per altra prova, che per far cha suoi colpi nulla vaglia piastra incantata ed incantata maglia. 60 Taglionne quanto ella ne prese, e insieme lasciò ferito il Tartaro nel fianco, che l ciel bestemmia, e di tantira freme, che l tempestoso mare è orribil manco. Or sapparecchia a por le forze estreme: lo scudo ove in azzurro è laugel bianco, vinto da sdegno, si gittò lontano, e messe al brando e luna e laltra mano. 61 - Ah (disse a lui Ruggier), senza più basti a mostrar che non merti quella insegna, chor tu la getti, e dianzi la tagliasti; né potrai dir mai più che ti convegna. - Così dicendo, forza è che egli attasti con quanta furia Durindana vegna; che sì gli grava e sì gli pesa in fronte, che più leggier potea cadervi un monte. 62 E per mezzo gli fende la visiera; buon per lui che dal viso si discosta: poi calò su larcion che ferrato era, né lo difese averne doppia crosta: giunse al fin su larnese, e come cera laperse con la falda sopraposta; e ferì gravemente ne la coscia Ruggier, sì chassai stette a guarir poscia. 63 De lun, come de laltro, fatte rosse il sangue larme avea con doppia riga; tal che diverso era il parer, chi fosse di lor, chavesse il meglio in quella briga. Ma quel dubbio Ruggier tosto rimosse con la spada che tanti ne castiga: mena di punta, e drizza il colpo crudo onde gittato avea colui lo scudo. 64 Fora de la corazza il lato manco, e di venire al cor trova la strada, che gli entra più dun palmo sopra il fianco: sì che convien che Mandricardo cada dogni ragion che può ne laugel bianco, o che può aver ne la famosa spada; e da la cara vita cada insieme, che, più che spada e scudo, assai gli preme. 65 Non morì quel meschin senza vendetta; cha quel medesmo tempo che fu colto, la spada, poco sua, menò di fretta; ed a Ruggier avria partito il volto, se già Ruggier non gli avesse intercetta prima la forza, e assai del vigor tolto: di forza e di vigor troppo gli tolse dianzi, che sotto il destro braccio il colse. 66 Da Mandricardo fu Ruggier percosso nel punto chegli a lui tolse la vita; tal chun cerchio di ferro, anco che grosso, e una cuffia dacciar ne fu partita. Durindana tagliò cotenna ed osso, e nel capo a Ruggiero entrò due dita. Ruggier stordito in terra si riversa, e di sangue un ruscel dal capo versa. 67 Il primo fu Ruggier, chandò per terra; e dipoi stette laltro a cader tanto, che quasi crede ognun che de la guerra riporti Mandricardo il pregio e il vanto: e Doralice sua, che con gli altri erra, e che quel dì più volte ha riso e pianto, Dio ringraziò con mani al ciel supine, chavesse avuta la pugna tal fine. 68 Ma poi chappare a manifesti segni vivo chi vive, e senza vita il morto, nei petti dei fautor mutano regni: di là mestizia, e di qua vien conforto. I re, i signori, i cavallier più degni, con Ruggier cha fatica era risorto, a rallegrarsi ed abbracciarsi vanno, e gloria senza fine e onor gli danno. 69 Ognun sallegra con Ruggiero, e sente il medesmo nel cor, cha ne la bocca. Sol Gradasso il pensiero ha differente tutto da quel che fuor la lingua scocca: mostra gaudio nel viso; e occultamente del glorioso acquisto invidia il tocca; e maledice o sia destino o caso, il qual trasse Ruggier prima del vaso. 70 Che dirò del favor, che de le tante carezze e tante, affettuose e vere, che fece a quel Ruggiero il re Agramante, senza il qual dare al vento le bandiere, né volse muover dAfrica le piante, né senza lui si fidò in tante schiere? Or che del re Agricane ha spento il seme, prezza più lui, che tutto il mondo insieme. 71 Né di tal volontà gli uomini soli eran verso Ruggier, ma le donne anco, che dAfrica e di Spagna fra gli stuoli eran venute al tenitorio franco. E Doralice istessa, che con duoli piangea lamante suo pallido e bianco, forse con laltre ita sarebbe in schiera, se di vergogna un duro fren non era. 72 Io dico forse, non chio ve laccerti, ma potrebbe esser stato di leggiero: tal la bellezza e tali erano i merti, i costumi e i sembianti di Ruggiero. Ella, per quel che già ne siamo esperti, sì facile era a variar pensiero, che per non si veder priva damore, avria potuto in Ruggier porre il core. 73 Per lei buono era vivo Mandricardo: ma che ne volea far dopo la morte? Proveder le convien dun che gagliardo sia notte e dì ne suoi bisogni, e forte. Non era stato intanto a venir tardo il più perito medico di corte, che di Ruggier veduta ogni ferita, già lavea assicurato de la vita. 74 Con molta diligenza il re Agramante fece colcar Ruggier ne le sue tende; che notte e dì veder sel vuole inante: sì lama, sì di lui cura si prende. Lo scudo al letto e larme tutte quante, che fur di Mandricardo, il re gli appende; tutte le appende, eccetto Durindana, che fu lasciata al re di Sericana. 75 Con larme laltre spoglie a Ruggier sono date di Mandricardo, e insieme dato gli è Brigliador, quel destrier bello e buono, che per furore Orlando avea lasciato. Poi quello al re diede Ruggiero in dono, che savide chassai gli saria grato. Non più di questo; che tornar bisogna a chi Ruggiero invan sospira e agogna. 76 Gli amorosi tormenti che sostenne Bradamante aspettando, io vho da dire. A Montalbano Ippalca a lei rivenne e nuova le arrecò del suo desire. Prima, di quanto di Frontin le avenne con Rodomonte, lebbe a riferire; poi di Ruggier, che ritrovò alla fonte con Ricciardetto e frati dAgrismonte: 77 e che con esso lei sera partito con speme di trovare il Saracino, e punirlo di quanto avea fallito daver tolto a una donna il suo Frontino; e che l disegno poi non gli era uscito, perché diverso avea fatto il camino. La cagione anco, perché non venisse a Montalban Ruggier, tutta le disse; 78 e riferille le parole a pieno, chin sua scusa Ruggier le avea commesse. Poi si trasse la lettera di seno, chegli le diè, perchella a lei la desse. Con viso più turbato che sereno prese la carta Bradamante, e lesse; che, se non fosse la credenza stata già di veder Ruggier, fôra più grata. 79 Laver Ruggiero ella aspettato, e invece di lui vedersi ora appagar dun scritto, del bel viso turbar laria le fece di timor, di cordoglio e di despitto. Baciò la carta diece volte e diece, avendo a chi la scrisse il cor diritto. Le lacrime vietar, che su vi sparse, che con sospiri ardenti ella non larse. 80 Lesse la carta quattro volte e sei, e volse chaltretante limbasciata replicata le fosse da colei che luna e laltra avea quivi arrecata, pur tuttavia piangendo: e crederei che mai non si saria più racchetata, se non avesse avuto pur conforto di riveder il suo Ruggier di corto. 81 Termine a ritornar quindici o venti giorni avea Ruggier tolto, ed affermato lavea ad Ippalca poi con giuramenti da non temer che mai fosse mancato. - Chi massicura, ohimè, degli accidenti (ella dicea), chan forza in ogni lato, ma ne le guerre più, che non distorni alcun tanto Ruggier, che più non torni? 82 Ohimè! Ruggiero, ohimè! chi arìa creduto chavendoti amato io più di me stessa, tu più di me, non chaltri, ma potuto abbi amar gente tua inimica espressa? A chi opprimer dovresti, doni aiuto: chi tu dovresti aitare, è da te oppressa. Non so se biasmo o laude esser ti credi, chal premiar e al punir sì poco vedi. 83 Fu morto da Troian (non so se l sai) il padre tuo; ma fin ai sassi il sanno: e tu del figlio di Troian cura hai che non riceva alcun disnor né danno. È questa la vendetta che ne fai, Ruggiero? e a quei che vendicato lhanno, rendi tal premio, che del sangue loro me fai morir di strazio e di martoro? - 84 Dicea la donna al suo Ruggiero assente queste parole ed altre, lacrimando, non una sola volta, ma sovente. Ippalca la venìa pur confortando, che Ruggier servarebbe interamente sua fede, e chella laspettasse, quando altro far non potea, fin a quel giorno chavea Ruggier prescritto al suo ritorno. 85 I conforti dIppalca, e la speranza che degli amanti suole esser compagna, alla tema e al dolor tolgon possanza di far che Bradamante ognora piagna; in Montalban senza mutar mai stanza voglion che fin al termine rimagna, fino al promesso termine e giurato, che poi fu da Ruggier male osservato. 86 Ma chegli alla promessa sua mancasse non però debbe aver la colpa affatto; chuna causa ed unaltra sì lo trasse, che gli fu forza preterire il patto. Convenne che nel letto si colcasse, e più dun mese si stesse di piatto in dubbio di morir, sì il dolor crebbe dopo la pugna che col Tartaro ebbe. 87 Linnamorata giovane lattese tutto quel giorno e desiollo invano, né mai ne seppe, fuor quanto ne ntese ora da Ippalca, e poi dal suo germano, che le narrò che Ruggier lui difese, e Malagigi liberò e Viviano. Questa novella, ancor chavesse grata, pur di qualche amarezza era turbata: 88 che di Marfisa in quel discorso udito lalto valore e le bellezze avea: udì come Ruggier sera partito con esso lei, e che dandar dicea là dove con disagio in debol sito malsicuro Agramante si tenea. Sì degna compagnia la donna lauda ma non che se nallegri, o che lapplauda. 89 Né picciolo è il sospetto che la preme; che se Marfisa è bella, come ha fama, e che fin a quel dì sien giti insieme, è maraviglia se Ruggier non lama. Pur non vuol creder anco, e spera e teme: e l giorno che la può far lieta e grama, misera aspetta; e sospirando stassi, da Montalban mai non movendo i passi. 90 Stando ella quivi, il principe, il signore del bel castello, il primo de suoi frati (io non dico detade, ma donore, che di lui prima dui nerano nati), Rinaldo, che di gloria e di splendore gli ha, come il sol le stelle, illuminati, giunse al castello un giorno in su la nona; né, fuor chun paggio, era con lui persona. 91 Cagion del suo venir fu, che da Brava ritornandosi un dì verso Parigi (come vho detto che sovente andava per ritrovar dAngelica vestigi), avea sentita la novella prava del suo Viviano e del suo Malagigi, cheran per essere dati al Maganzese; e perciò ad Agrismonte la via prese. 92 Dove intendendo poi cheran salvati, e gli aversari lor morti e distrutti, e Marfisa e Ruggiero erano stati, che gli aveano a quei termini ridutti; e suoi fratelli e suoi cugin tornati a Montalbano insieme erano tutti; gli parve unora un anno di trovarsi con esso lor là dentro ad abbracciarsi. 93 Venne Rinaldo a Montalbano, e quivi madre, moglie abbracciò, figli e fratelli, e i cugini che dianzi eran captivi; e parve, quando egli arrivò tra quelli, dopo gran fame irondine charrivi col cibo in bocca ai pargoletti augelli. E poi chun giorno vi fu stato o dui, partissi, e fe partire altri con lui. 94 Ricciardo, Alardo, Ricciardetto, e dessi figli dAmone, il più vecchio Guicciardo, Malagigi e Vivian, si furon messi in arme dietro al paladin gagliardo. Bradamante aspettando che sappressi il tempo chal disio suo ne vien tardo, inferma disse agli fratelli chera, e non volse con lor venire in schiera. 95 E ben lor disse il ver, chella era inferma, ma non per febbre o corporal dolore: era il disio che lalma dentro inferma, e le fa alterazion patir damore. Rinaldo in Montalban più non si ferma, e seco mena di sua gente il fiore. Come a Parigi appropinquosse, e quanto Carlo aiutò, vi dirà laltro canto. |
![]() | ![]() | ![]() |