|
1 Chi mette il piè su lamorosa pania, cerchi ritrarlo, e non vinveschi lale; che non è in somma amor, se non insania, a giudizio de savi universale: e se ben come Orlando ognun non smania, suo furor mostra a qualchaltro segnale. E quale è di pazzia segno più espresso che, per altri voler, perder se stesso? 2 Vari gli effetti son, ma la pazzia è tuttuna però, che li fa uscire. Gli è come una gran selva, ove la via conviene a forza, a chi vi va, fallire: chi su, chi giù, chi qua, chi là travia. Per concludere in somma, io vi vo dire: a chi in amor sinvecchia, oltrogni pena, si convengono i ceppi e la catena. 3 Ben mi si potria dir: - Frate, tu vai laltrui mostrando, e non vedi il tuo fallo. - Io vi rispondo che comprendo assai, or che di mente ho lucido intervallo; ed ho gran cura (e spero farlo ormai) di riposarmi e duscir fuor di ballo: ma tosto far, come vorrei, nol posso; che l male è penetrato infin allosso. 4 Signor, ne laltro canto io vi dicea che l forsennato e furioso Orlando trattesi larme e sparse al campo avea, squarciati i panni, via gittato il brando, svelte le piante, e risonar facea i cavi sassi e lalte selve; quando alcun pastori al suon trasse in quel lato lor stella, o qualche lor grave peccato. 5 Viste del pazzo lincredibil prove poi più dappresso e la possanza estrema, si voltan per fuggir, ma non sanno ove, sì come avviene in subitana tema. Il pazzo dietro lor ratto si muove: uno ne piglia, e del capo lo scema con la facilità che torria alcuno da larbor pome, o vago fior dal pruno. 6 Per una gamba il grave tronco prese, e quello usò per mazza adosso al resto: in terra un paio addormentato stese, chal novissimo dì forse fia desto. Gli altri sgombraro subito il paese, chebbono il piede e il buono aviso presto. Non saria stato il pazzo al seguir lento, se non chera già volto al loro armento. 7 Gli agricultori, accorti agli altruesempli, lascian nei campi aratri e marre e falci: chi monta su le case e chi sui templi (poi che non son sicuri olmi né salci), onde lorrenda furia si contempli, cha pugni, ad urti, a morsi, a graffi, a calci, cavalli e buoi rompe, fraccassa e strugge; e ben è corridor chi da lui fugge. 8 Già potreste sentir come ribombe lalto rumor ne le propinque ville durli e di corni, rusticane trombe. e più spesso che daltro, il suon di squille; e con spuntoni ed archi e spiedi e frombe veder dai monti sdrucciolarne mille, ed altritanti andar da basso ad alto, per fare al pazzo un villanesco assalto. 9 Qual venir suol nel salso lito londa mossa da laustro cha principio scherza, che maggior de la prima è la seconda, e con più forza poi segue la terza; ed ogni volta più lumore abonda, e ne larena più stende la sferza: tal contra Orlando lempia turba cresce, che giù da balze scende e di valli esce. 10 Fece morir diece persone e diece, che senza ordine alcun gli andaro in mano: e questo chiaro esperimento fece, chera assai più sicur starne lontano. Trar sangue da quel corpo a nessun lece, che lo fere e percuote il ferro invano. Al conte il re del ciel tal grazia diede, per porlo a guardia di sua santa fede. 11 Era a periglio di morire Orlando, se fosse di morir stato capace. Potea imparar chera a gittare il brando, e poi voler senzarme essere audace. La turba già sandava ritirando, vedendo ogni suo colpo uscir fallace. Orlando, poi che più nessun lattende, verso un borgo di case il camin prende. 12 Dentro non vi trovò piccol né grande, che l borgo ognun per tema avea lasciato. verano in copia povere vivande, convenienti a un pastorale stato. Senza pane di scerner da le giande, dal digiuno e da limpeto cacciato, le mani e il dente lasciò andar di botto in quel che trovò prima, o crudo o cotto. 13 E quindi errando per tutto il paese, dava la caccia e agli uomini e alle fere; e scorrendo pei boschi, talor prese i capri isnelli e le damme leggiere. Spesso con orsi e con cingiai contese, e con man nude li pose a giacere: e di lor carne con tutta la spoglia più volte il ventre empì con fiera voglia. 14 Di qua, di là, di su, di giù discorre per tutta Francia; e un giorno a un ponte arriva, sotto cui largo e pieno dacqua corre un fiume dalta e di scoscesa riva. Edificato accanto avea una torre che dognintorno e di lontan scopriva. Quel che fe quivi, avete altrove a udire; che di Zerbin mi convien prima dire. 15 Zerbin, da poi chOrlando fu partito, dimorò alquanto, e poi prese il sentiero che l paladino inanzi gli avea trito, e mosse a passo lento il suo destriero. Non credo che duo miglia anco fosse ito, che trar vide legato un cavalliero sopra un picciol ronzino, e dogni lato la guardia aver dun cavalliero armato. 16 Zerbin questo prigion conobbe tosto che gli fu appresso, e così fe lssabella: era Odorico il Biscaglin, che posto fu come lupo a guardia de lagnella. Lavea a tutti gli amici suoi preposto Zerbino in confidargli la donzella, sperando che la fede che nel resto sempre avea avuta, avesse ancora in questo. 17 Come era a punto quella cosa stata, venìa Issabella raccontando allotta: come nel palischermo fu salvata, prima chavesse il mar la nave rotta; la forza che lavea Odorico usata; e come tratta poi fosse alla grotta. Né giuntera anco al fin di quel sermone, che trarre il malfattor vider prigione. 18 I duo chin mezzo avean preso Odorico, dIssabella notizia ebbeno vera; e savisaro esser di lei lamico, e l signor lor, colui chappresso lera; ma più, che ne lo scudo il segno antico vider dipinto di sua stirpe altiera: e trovar poi, che guardar meglio al viso, che sera al vero apposto il loro aviso. 19 Saltaro a piedi, e con aperte braccia correndo se nandar verso Zerbino, e labbracciaro ove il maggior sabbraccia, col capo nudo e col ginocchio chino. Zerbin, guardando luno e laltro in faccia, vide esser lun Corebo il Biscaglino, Almonio laltro, chegli avea mandati con Odorico in sul navilio armati. 20 Almonio disse: - Poi che piace a Dio (la sua mercé) che sia Issabella teco, io posso ben comprender, signor mio, che nulla cosa nuova ora tarreco, sio vo dir la cagion che questo rio fa che cosi legato vedi meco; che da costei, che più sentì loffesa, a punto avrai tutta listoria intesa. 21 Come dal traditore io fui schernito quando da sé levommi, saper déi; e come poi Corebo fu ferito, cha difender savea tolto costei. Ma quanto al mio ritorno sia seguito, né veduto né inteso fu da lei, che te labbia potuto riferire: di questa parte dunque io ti vo dire. 22 Da la cittade al mar ratto io veniva con cavalli chin fretta avea trovati, sempre con gli occhi intenti sio scopriva costor che molto a dietro eran restati. Io vengo inanzi, io vengo in su la riva del mare, al luogo ove io gli avea lasciati; io guardo, né di loro altro ritrovo, che ne larena alcun vestigio nuovo. 23 La pesta seguitai, che mi condusse nel bosco fier; né molto adentro fui, che, dove il suon lorecchie mi percusse, giacere in terra ritrovai costui. Gli domandai che de la donna fusse, che dOdorico, e chi aveva offeso lui. Io me nandai, poi che la cosa seppi, il traditor cercando per quei greppi. 24 Molto aggirando vommi, e per quel giorno altro vestigio ritrovar non posso. Dove giacea Corebo al fin ritorno, che fatto appresso avea il terren sì rosso, che poco più che vi facea soggiorno, gli saria stato di bisogno il fosso e i preti e i frati più per sotterrarlo, chi medici e che l letto per sanarlo. 25 Dal bosco alla città feci portallo, e posi in casa duno ostier mio amico, che fatto sano in poco termine hallo per cura ed arte dun chirurgo antico. Poi darme proveduti e di cavallo Corebo ed io cercammo dOdorico, chin corte del re Alfonso di Biscaglia trovammo; e quivi fui seco a battaglia. 26 La giustizia del re, che il loco franco de la pugna mi diede, e la ragione, ed oltre alla ragion la Fortuna anco, che spesso la vittoria, ove vuol, pone, mi giovar sì, che di me poté manco il traditore; onde fu mio prigione. Il re, udito il gran fallo, mi concesse di poter farne quanto mi piacesse. 27 Non lho voluto uccider né lasciarlo, ma, come vedi, trarloti in catena; perché vo cha te stia di giudicarlo, se morire o tener si deve in pena. Lavere inteso cheri appresso a Carlo, e l desir di trovarti qui mi mena. Ringrazio Dio che mi fa in questa parte, dove lo sperai meno, ora trovarte. 28 Ringraziolo anco, che la tua Issabella io veggo (e non so come) che teco hai; di cui, per opera del fellon, novella pensai che non avessi ad udir mai. - Zerbino ascolta Almonio e non favella, fermando gli occhi in Odorico assai; non sì per odio, come che glincresce cha sì mal fin tanta amicizia gli esce. 29 Finito chebbe Almonio il suo sermone, Zerbin riman gran pezzo sbigottito, che chi dognaltro men navea cagione, sì espressamente il possa aver tradito. Ma poi che duna lunga ammirazione fu, sospirando, finalmente uscito, al prigion domandò se fosse vero quel chavea di lui detto il cavalliero. 30 Il disleal con le ginocchia in terra lasciò cadersi, e disse: - Signor mio, ognun che vive al mondo pecca ed erra: né differisce in altro il buon dal rio, se non che luno è vinto ad ogni guerra che gli vien mossa da un piccol disio; laltro ricorre allarme e si difende, ma se l nimico è forte, anco ei si rende. 31 Se tu mavessi posto alla difesa duna tua rocca, e chal primiero assalto alzate avessi, senza far contesa, deglinimici le bandiere in alto; di viltà, o tradimento, che più pesa, sugli occhi por mi si potria uno smalto: ma sio cedessi a forza, son ben certo che biasmo non avrei, ma gloria e merto. 32 Sempre che linimico è più possente, più chi perde accettabile ha la scusa. Mia fé guardar dovea non altrimente chuna fortezza dognintorno chiusa: così, con quanto senno e quanta mente da la somma Prudenza mera infusa, io mi sforzai guardarla; ma al fin vinto da intolerando assalto, ne fui spinto. - 33 Così disse Odorico, e poi soggiunse (che saria lungo a ricontarvi il tutto) mostrando che gran stimolo lo punse, e non per lieve sferza sera indutto. Se mai per prieghi ira di cor si emunse, sumiltà di parlar fece mai frutto, quivi far lo dovea; che ciò che muova di cor durezza, ora Odorico trova. 34 Pigliar di tanta ingiuria alta vendetta, tra il sì Zerbino e il no resta confuso: il vedere il demerito lo alletta a far che sia il fellon di vita escluso; il ricordarsi lamicizia stretta chera stata tra lor per sì lungo uso, con lacqua di pietà laccesa rabbia nel cor gli spegne, e vuol che mercé nabbia. 35 Mentre stava così Zerbino in forse di liberare, o di menar captivo, o pur il disleal dagli occhi torse per morte, o pur tenerlo in pena vivo; quivi rignando il palafreno corse, che Mandricardo avea di briglia privo; e vi portò la vecchia che vicino a morte dianzi avea tratto Zerbino. 36 Il palafren, chudito di lontano avea questaltri, era tra lor venuto, e la vecchia portatavi, chinvano venìa piangendo e domandando aiuto. Come Zerbin lei vide, alzò la mano al ciel che sì benigno gli era suto, che datogli in arbitrio avea que dui che soli odiati esser dovean da lui. 37 Zerbin fa ritener la mala vecchia, tanto che pensi quel che debba farne: tagliarle il naso e luna e laltra orecchia pensa, ed esempio a malfattori darne; poi gli par assai meglio, sapparecchia un pasto agli avoltoi di quella carne. Punizion diversa tra sé volve; e così finalmente si risolve. 38 Si rivolta ai compagni, e dice: - Io sono di lasciar vivo il disleal contento; che sin tutto non merita perdono, non merita anco sì crudel tormento. Che viva e che slegato sia gli dono, però chesser dAmor la colpa sento; e facilmente ogni scusa sammette, quando in Amor la colpa si reflette. 39 Amore ha volto sottosopra spesso senno più saldo che non ha costui, ed ha condotto a via maggiore eccesso di questo, choltraggiato ha tutti nui. Ad Odorico debbe esser rimesso: punito esser debbo io, che cieco fui, cieco a dargline impresa, e non por mente che l fuoco arde la paglia facilmente. - 40 Poi mirando Odorico: - Io vo che sia (gli disse) del tuo error la penitenza, che la vecchia abbi un anno in compagnia, né di lasciarla mai ti sia licenza; ma notte e giorno, ove tu vada o stia, unora mai non te ne trovi senza; e fin a morte sia da te difesa contra ciascun che voglia farle offesa. 41 Vo, se da lei ti sarà commandato, che pigli contra ognun contesa e guerra: vo in questo tempo, che tu sia ubligato tutta Francia cercar di terra in terra. - Così dicea Zerbin; che pel peccato meritando Odorico andar sotterra, questo era porgli inanzi unalta fossa, che fia gran sorte che schivar la possa. 42 Tante donne, tanti uomini traditi avea la vecchia, e tanti offesi e tanti, che chi sarà con lei, non senza liti potrà passar de cavallieri erranti. Così di par saranno ambi puniti: ella de suoi commessi errori inanti, egli di torne la difesa a torto; né molto potrà andar che non sia morto. 43 Di dover servar questo, Zerbin diede ad Odorico un giuramento forte, con patto che se mai rompe la fede, e chinanzi gli capiti per sorte, senza udir prieghi e averne più mercede, lo debba far morir di cruda morte. Ad Almonio e a Corebo poi rivolto, fece Zerbin che fu Odorico sciolto. 44 Corebo, consentendo Almonio, sciolse il traditore al fin, ma non in fretta; challuno e allaltro esser turbato dolse da sì desiderata sua vendetta. Quindi partissi il disleale, e tolse in compagnia la vecchia maledetta. Non si legge in Turpin che navvenisse; ma vidi già un autor che più ne scrisse. 45 Scrive lautore, il cui nome mi taccio, che non furo lontani una giornata, che per torsi Odorico quello impaccio, contra ogni patto ed ogni fede data, al collo di Gabrina gittò un laccio, e che ad un olmo la lasciò impiccata; e chindi a un anno (ma non dice il loco) Almonio a lui fece il medesmo giuoco. 46 Zerbin che dietro era venuto allorma del paladin, né perder la vorrebbe, manda a dar di sé nuove alla sua torma, che star senza gran dubbio non ne debbe: Almonio manda, e di più cose informa, che lungo il tutto a ricontar sarebbe; Almonio manda, e a lui Corebo appresso; né tien, fuor chIssabella, altri con esso. 47 Tantera lamor grande che Zerbino, e non minor del suo quel che Issabella portava al virtuoso paladino; tanto il desir dintender la novella chegli avesse trovato il Saracino che del destrier lo trasse con la sella; che non farà allesercito ritorno, se non finito che sia il terzo giorno; 48 il termine chOrlando aspettar disse il cavallier chancor non porta spada. Non è alcun luogo dove il conte gisse, che Zerbin pel medesimo non vada. Giunse al fin tra quegli arbori che scrisse lingrata donna, un poco fuor di strada; e con la fonte e col vicino sasso tutti li ritruovò messi in fracasso. 49 Vede lontan non sa che luminoso, e trova la corazza esser del conte; e trova lelmo poi, non quel famoso charmò già il capo allafricano Almonte. Il destrier ne la selva più nascoso sente anitrire, e leva al suon la fronte; e vede Brigliador pascer per lerba, che dallarcion pendente il freno serba. 50 Durindana cercò per la foresta, e fuor la vide del fodero starse. Trovò, ma in pezzi, ancor la sopravesta chin cento lochi il miser conte sparse. Issabella e Zerbin con faccia mesta stanno mirando, e non san che pensarse: pensar potrian tutte le cose, eccetto che fosse Orlando fuor dellintelletto. 51 Se di sangue vedessino una goccia, creder potrian che fosse stato morto. Intanto lungo la corrente doccia vider venire un pastorello smorto. Costui pur dianzi avea di su la roccia lalto furor de linfelice scorto, come larme gittò, squarciossi i panni, pastori uccise, e fe millaltri danni. 52 Costui, richiesto da Zerbin, gli diede vera informazion di tutto questo. Zerbin si maraviglia, e a pena il crede; e tuttavia nha indizio manifesto. Sia come vuole, egli discende a piede, pien di pietade, lacrimoso e mesto; e ricogliendo da diversa parte le reliquie ne va cherano sparte. 53 Del palafren discende anco Issabella, e va quellarme riducendo insieme. Ecco lor sopraviene una donzella dolente in vista, e di cor spesso geme. Se mi domanda alcun chi sia, perchella così saffligge, e che dolor la preme, io gli risponderò che è Fiordiligi che de lamante suo cerca i vestigi. 54 Da Brandimarte senza farle motto lasciata fu ne la città di Carlo, dovella laspettò sei mesi od otto; e quando al fin non vide ritornarlo, da un mare allaltro si mise, fin sotto Pirene e lAlpe, e per tutto a cercarlo: landò cercando in ogni parte, fuore chal palazzo dAtlante incantatore. 55 Se fosse stata a quellostel dAtlante, veduto con Gradasso andare errando lavrebbe, con Ruggier, con Bradamante, e con Ferraù prima e con Orlando; ma poi che cacciò Astolfo il negromante col suono del corno orribile e mirando, Brandimarte tornò verso Parigi: ma non sapea già questo Fiordiligi. 56 Come io vi dico, sopraggiunta a caso a quei duo amanti Fiordiligi bella, conobbe larme, e Brigliador rimaso senza il patrone e col freno alla sella. Vide con gli occhi il miserabil caso, e nebbe per udita anco novella; che similmente il pastorel narrolle aver veduto Orlando correr folle. 57 Quivi Zerbin tutte raguna larme, e ne fa come un bel trofeo su n pino; e volendo vietar che non se narme cavallier paesan né peregrino, scrive nel verde ceppo in breve carme: - Armatura dOrlando paladino; - come volesse dir: nessun la muova, che star non possa con Orlando a prova. 58 Finito chebbe la lodevol opra, tornava a rimontar sul suo destriero; ed ecco Mandricardo arrivar sopra, che visto il pin di quelle spoglie altiero, lo priega che la cosa gli discuopra: e quel gli narra, come ha inteso, il vero. Allora il re pagan lieto non bada, che viene al pino, e ne leva la spada, 59 dicendo: - Alcun non me ne può riprendere; non è pur oggi chio lho fatta mia, ed il possesso giustamente prendere ne posso in ogni parte, ovunque sia. Orlando che temea quella difendere, sha finto pazzo, e lha gittata via; ma quando sua viltà pur così scusi, non debbe far chio mia ragion non usi. - 60 Zerbino a lui gridava: - Non la torre, o pensa non laver senza questione. Se togliesti così larme dEttorre, tu lhai di furto, più che di ragione. - Senzaltro dir lun sopra laltro corre, danimo e di virtù gran paragone. Di cento colpi già rimbomba il suono, né bene ancor ne la battaglia sono. 61 Di prestezza Zerbin pare una fiamma a torsi ovunque Durindana cada: di qua di là saltar come una damma fa l suo destrier dove è miglior la strada. E ben convien che non ne perda dramma; chandrà, sun tratto il coglie quella spada, a ritrovar glinnamorati spirti chempion la selva degli ombrosi mirti. 62 Come il veloce can che l porco assalta che fuor del gregge errar vegga nei campi, lo va aggirando, e quinci e quindi salta; ma quello attende chuna volta inciampi: così, se vien la spada o bassa od alta, sta mirando Zerbin come ne scampi; come la vita e lonor salvi a un tempo, tien sempre locchio, e fiere e fugge a tempo. 63 Da laltra parte, ovunque il Saracino la fiera spada vibra o piena o vota, sembra fra due montagne un vento alpino chuna frondosa selva il marzo scuota; chora la caccia a terra a capo chino, or gli spezzati rami in aria ruota. Ben che Zerbin più colpi e fùggia e schivi, non può schivare al fin, chun non gli arrivi. 64 Non può schivare al fine un gran fendente che tra l brando e lo scudo entra sul petto. Grosso lusbergo, e grossa parimente era la piastra, e l panziron perfetto: pur non gli steron contra, ed ugualmente alla spada crudel dieron ricetto. Quella calò tagliando ciò che prese, la corazza e larcion fin su larnese. 65 E se non che fu scarso il colpo alquanto, permezzo lo fendea come una canna; ma penetra nel vivo a pena tanto, che poco più che la pelle gli danna: la non profunda piaga è lunga quanto non si misureria con una spanna. Le lucidarme il caldo sangue irriga per sino al piè di rubiconda riga. 66 Così talora un bel purpureo nastro ho veduto partir tela dargento da quella bianca man più chalabastro, da cui partire il cor spesso mi sento. Quivi poco a Zerbin vale esser mastro di guerra, ed aver forza e più ardimento; che di finezza darme e di possanza il re di Tartaria troppo lavanza. 67 Fu questo colpo del pagan maggiore in apparenza, che fosse in effetto; tal chIssabella se ne sente il core fendere in mezzo allagghiacciato petto. Zerbin pien dardimento e di valore tutto sinfiamma dira e di dispetto; e quanto più ferire a due man puote, in mezzo lelmo il Tartaro percuote. 68 Quasi sul collo del destrier piegosse per laspra botta il Saracin superbo; e quando lelmo senza incanto fosse, partito il capo gli avria il colpo acerbo. Con poco differir ben vendicosse, né disse: A unaltra volta io te la serbo: e la spada gli alzò verso lelmetto, sperandosi tagliarlo infin al petto. 69 Zerbin che tenea locchio ove la mente, presto il cavallo alla man destra volse; non sì presto però, che la tagliente spada fuggisse, che lo scudo colse. Da sommo ad imo ella il partì ugualmente, e di sotto il braccial roppe e disciolse e lui ferì nel braccio, e poi larnese spezzògli, e ne la coscia anco gli scese. 70 Zerbin di qua di là cerca ogni via, né mai di quel che vuol, cosa gli avviene; che larmatura sopra cui feria, un piccol segno pur non ne ritiene. Da laltra parte il re di Tartaria sopra Zerbino a tal vantaggio viene, che lha ferito in sette parti o in otto, tolto lo scudo, e mezzo lelmo rotto. 71 Quel tuttavia più va perdendo il sangue; manca la forza, e ancor par che nol senta: il vigoroso cor che nulla langue, val sì, che l debol corpo ne sostenta. La donna sua, per timor fatta esangue, intanto a Doralice sappresenta, e la priega e la supplica per Dio, che partir voglia il fiero assalto e rio. 72 Cortese come bella, Doralice, né ben sicura come il fatto segua, fa volentier quel chIssabella dice, e dispone il suo amante a pace e a triegua. Così a prieghi de laltra lira ultrice di cor fugge a Zerbino e si dilegua: ed egli, ove a lei par, piglia la strada, senza finir limpresa de la spada. 73 Fiordiligi, che mal vede difesa la buona spada del misero conte, tacita duolsi, e tanto le ne pesa, che dira piange e battesi la fronte. Vorria aver Brandimarte a quella impresa; e se mai lo ritrova e gli lo conte, non crede poi che Mandricardo vada lunga stagione altier di quella spada. 74 Fiordiligi cercando pure invano va Brandimarte suo matina e sera; e fa camin da lui molto lontano, da lui che già tornato a Parigi era. Tanto ella se nandò per monte e piano, che giunse ove, al passar duna riviera, vide e conobbe il miser paladino; ma diciàn quel chavvenne di Zerbino: 75 che l lasciar Durindana sì gran fallo gli par, che più dognaltro mal glincresce; quantunque a pena star possa a cavallo pel molto sangue che gli è uscito ed esce. Or poi che dopo non troppo intervallo cessa con lira il caldo, il dolor cresce: cresce il dolor sì impetuosamente, che mancarsi la vita se ne sente. 76 Per debolezza più non potea gire; sì che fermossi appresso una fontana. Non sa che far né che si debba dire per aiutarlo la donzella umana. Sol di disagio lo vede morire; che quindi è troppo ogni città lontana, dove in quel punto al medico ricorra, che per pietade o premio gli soccorra. 77 Ella non sa se non invan dolersi, chiamar fortuna e il cielo empio e crudele. - Perché, ahi lassa! (dicea) non mi sommersi quando levai ne lOceàn le vele? - Zerbin che i languidi occhi ha in lei conversi, sente più doglia chella si querele, che de la passion tenace e forte che lha condutto omai vicino a morte. 78 - Così, cor mio, vogliate (le diceva), dopo chio sarò morto, amarmi ancora, come solo il lasciarvi è che maggreva qui senza guida, e non già perchio mora: che se in sicura parte maccadeva finir de la mia vita lultima ora, lieto e contento e fortunato a pieno morto sarei, poi chio vi moro in seno. 79 Ma poi che l mio destino iniquo e duro vol chio vi lasci, e non so in man di cui; per questa bocca e per questi occhi giuro, per queste chiome onde allacciato fui, che disperato nel profondo oscuro vo de lo nferno, ove il pensar di vui chabbia così lasciata, assai più ria sarà dognaltra pena che vi sia. - 80 A questo la mestissima Issabella, declinando la faccia lacrimosa e congiungendo la sua bocca a quella di Zerbin, languidetta come rosa, rosa non colta in sua stagion, sì chella impallidisca in su la siepe ombrosa, disse: - Non vi pensate già, mia vita, far senza me questultima partita. 81 Di ciò, cor mio, nessun timor vi tocchi; chio vo seguirvi o in cielo o ne lo nferno. Convien che luno e laltro spirto scocchi, insieme vada, insieme stia in eterno. Non sì tosto vedrò chiudervi gli occhi, o che mucciderà il dolore interno, o se quel non può tanto, io vi prometto con questa spada oggi passarmi il petto. 82 De corpi nostri ho ancor non poca speme, che me morti che vivi abbian ventura. Qui forse alcun capiterà, chinsieme, mosso a pietà, darà lor sepoltura. - Così dicendo, le reliquie estreme de lo spirto vital che morte fura, va ricogliendo con le labra meste, fin chuna minima aura ve ne reste. 83 Zerbin la debol voce riforzando, disse: - Io vi priego e supplico, mia diva, per quello amor che mi mostraste, quando per me lasciaste la paterna riva; e se commandar posso, io vel commando, che fin che piaccia a Dio, restiate viva; né mai per caso pogniate in oblio che quanto amar si può, vabbia amato io. 84 Dio vi provederà daiuto forse, per liberarvi dogni atto villano, come fe quando alla spelonca torse, per indi trarvi, il senator romano. Così (la sua mercé) già vi soccorse nel mare e contra il Biscaglin profano: e se pure avverrà che poi si deggia morire, allora il minor mal selleggia. - 85 Non credo che questultime parole potesse esprimer sì, che fosse inteso; e finì come il debol lume suole, cui cera manchi od altro in che sia acceso. Chi potrà dire a pien come si duole, poi che si vede pallido e disteso, la giovanetta, e freddo come ghiaccio il suo caro Zerbin restare in braccio? 86 Sopra il sanguigno corpo sabbandona, e di copiose lacrime lo bagna, e stride sì, chintorno ne risuona a molte miglia il bosco e la campagna. Né alle guance né al petto si perdona, che luno e laltro non percuota e fragna; e straccia a torto lauree crespe chiome, chiamando sempre invan lamato nome. 87 In tanta rabbia, in tal furor sommersa lavea la doglia sua, che facilmente avria la spada in se stessa conversa, poco al suo amante in questo ubidiente; suno eremita challa fresca e tersa fonte avea usanza di tornar sovente da la sua quindi non lontana cella, non sopponea, venendo, al voler della. 88 Il venerabile uom, chalta bontade avea congiunta a natural prudenza, ed era tutto pien di caritade, di buoni esempi ornato e deloquenza, alla giovan dolente persuade con ragioni efficaci pazienza; e inanzi le puon, come uno specchio, donne del Testamento e nuovo e vecchio. 89 Poi le fece veder, come non fusse alcun, se non in Dio, vero contento, e cheran laltre transitorie e flusse speranze umane, e di poco momento; e tanto seppe dir, che la ridusse da quel crudele ed ostinato intento, che la vita sequente ebbe disio tutta al servigio dedicar di Dio. 90 Non che lasciar del suo signor voglia unque né l grandamor, né le reliquie morte: convien che labbia ovunque stia ed ovunque vada, e che seco e notte e dì le porte. Quindi aiutando leremita dunque, chera de la sua età valido e forte, sul mesto suo destrier Zerbin posaro, e molti dì per quelle selve andaro. 91 Non volse il cauto vecchio ridur seco, sola con solo, la giovane bella là dove ascosa in un selvaggio speco non lungi avea la solitaria cella; fra sé dicendo: - Con periglio arreco in una man la paglia e la facella. - Né si fida in sua età né in sua prudenza, che di sé faccia tanta esperienza. 92 Di condurla in Provenza ebbe pensiero non lontano a Marsilia in un castello, dove di sante donne un monastero ricchissimo era, e di edificio bello: e per portarne il morto cavalliero, composto in una cassa aveano quello, che n un castel chera tra via, si fece lunga e capace, e ben chiusa di pece. 93 Più e più giorni gran spazio di terra cercaro, e sempre per lochi più inculti; che pieno essendo ogni cosa di guerra, voleano gir più che poteano occulti. Al fine un cavallier la via lor serra, che lor fe oltraggi e disonesti insulti; di cui dirò quando il suo loco fia; ma ritorno ora al re di Tartaria. 94 Avuto chebbe la battaglia il fine che già vho detto, il giovin si raccolse alle fresche ombre e allonde cristalline; ed al destrier la sella e l freno tolse, e lo lasciò per lerbe tenerine del prato andar pascendo ove egli volse: ma non ste molto, che vide lontano calar dal monte un cavalliero al piano. 95 Conobbel, come prima alzò la fronte, Doralice, e mostrollo a Mandricardo, dicendo: - Ecco il superbo Rodomonte, se non minganna di lontan lo sguardo. Per far teco battaglia cala il monte: or ti potrà giovar lesser gagliardo. Perduta avermi a grande ingiuria tiene, chera sua sposa, e a vendicar si viene. - 96 Qual buono astor che lanitra o lacceggia, starna o colombo o simil altro augello venirsi incontra di lontano veggia, leva la testa e si fa lieto e bello; tal Mandricardo, come certo deggia di Rodomonte far strage e macello, con letizia e baldanza il destrier piglia, le staffe ai piedi, e dà alla man la briglia. 97 Quando vicini fur sì, chudir chiare tra lor poteansi le parole altiere, con le mani e col capo a minacciare incominciò gridando il re dAlgiere, cha penitenza gli faria tornare che per un temerario suo piacere non avesse rispetto a provocarsi lui chaltamente era per vendicarsi. 98 Rispose Mandricardo: - Indarno tenta chi mi vuol impaurir per minacciarme: così fanciulli o femine spaventa, o altri che non sappia che sieno arme; me non, cui la battaglia più talenta dogni riposo; e son per adoprarme a piè, a cavallo, armato e disarmato, sia alla campagna, o sia ne lo steccato. - 99 Ecco sono agli oltraggi, al grido, allire, al trar de brandi, al crudel suon de ferri; come vento che prima a pena spire, poi cominci a crollar frassini e cerri, ed indi oscura polve in cielo aggire, indi gli arbori svella e case atterri, sommerga in mare, e porti ria tempesta che l gregge sparso uccida alla foresta. 100 De duo pagani, senza pari in terra, gli audacissimi cor, le forze estreme parturiscono colpi, ed una guerra conveniente a sì feroce seme. Del grande e orribil suon triema la terra, quando le spade son percosse insieme: gettano larme insin al ciel scintille, anzi lampadi accese a mille a mille. 101 Senza mai riposarsi o pigliar fiato dura fra quei duo re laspra battaglia, tentando ora da questo, or da quel lato aprir le piastre e penetrar la maglia. Né perde lun, né laltro acquista il prato, ma come intorno sian fosse o muraglia, o troppo costi ognoncia di quel loco, non si parton dun cerchio angusto e poco. 102 Fra mille colpi il Tartaro una volta colse a duo mani in fronte il re dAlgiere; che gli fece veder girare in volta quante mai furon fiacole e lumiere. Come ogni forza allAfrican sia tolta, le groppe del destrier col capo fere: perde la staffa, ed è, presente quella che cotantama, per uscir di sella. 103 Ma come ben composto e valido arco di fino acciaio in buona somma greve, quanto si china più, quanto è più carco, e più lo sforzan martinelli e lieve; con tanto più furor, quanto è poi scarco, ritorna, e fa più mal che non riceve: così quello African tosto risorge, e doppio il colpo allinimico porge. 104 Rodomonte a quel segno ove fu colto, colse a punto il figliol del re Agricane. Per questo non poté nuocergli al volto, chin difesa trovò larme troiane; ma stordì in modo il Tartaro, che molto non sapea sera vespero o dimane. Lirato Rodomonte non sarresta, che mena laltro, e pur segna alla testa. 105 Il cavallo del Tartaro, chaborre la spada che fischiando cala dalto, al suo signor con suo gran mal soccorre, perché sarretra, per fuggir, dun salto: il brando in mezzo il capo gli trascorre, chal signor, non a lui, movea lassalto. Il miser non avea lelmo di Troia, come il patrone; onde convien che muoia. 106 Quel cade, e Mandricardo in piedi guizza, non più stordito, e Durindana aggira. Veder morto il cavallo entro gli adizza, e fuor divampa un grave incendio dira. LAfrican, per urtarlo, il destrier drizza; ma non più Mandricardo si ritira, che scoglio far soglia da londe: e avvenne che l destrier cadde, ed egli in piè si tenne. 107 LAfrican che mancarsi il destrier sente, lascia le staffe e sugli arcion si ponta, e resta in piedi e sciolto agevolmente: così lun laltro poi di pari affronta. La pugna più che mai ribolle ardente, e lodio e lira e la superbia monta: ed era per seguir; ma quivi giunse in fretta un messagger che gli disgiunse. 108 Vi giunse un messagger del popul Moro, di molti che per Francia eran mandati a richiamare agli stendardi loro i capitani e i cavallier privati; perché limperator dai gigli doro gli avea gli alloggiamenti già assediati; e se non è il soccorso a venir presto, leccidio suo conosce manifesto. 109 Riconobbe il messaggio i cavallieri, oltre allinsegne, oltre alle sopraveste, al girar de le spade, e ai colpi fieri chaltre man non farebbeno che queste. Tra lor però non osa entrar, che speri che fra tantira sicurtà gli preste lesser messo del re; né si conforta per dir chimbasciator pena non porta. 110 Ma viene a Doralice, ed a lei narra chAgramante, Marsilio e Stordilano, con pochi dentro a mal sicura sbarra sono assediati dal popul cristiano. Narrato il caso, con prieghi ne inarra che faccia il tutto ai duo guerrieri piano, e che gli accordi insieme, e per lo scampo del popul saracin li meni in campo. 111 Tra i cavallier la donna di gran core si mette, e dice loro: - Io vi comando, per quanto so che mi portate amore, che riserbiate a miglior uso il brando, e ne vegnate subito in favore del nostro campo saracino, quando si trova ora assediato ne le tende, e presto aiuto, o gran ruina attende. - 112 lndi il messo soggiunse il gran periglio dei Saracini, e narrò il fatto a pieno; e diede insieme lettere del figlio del re Troiano al figlio dUlieno. Si piglia finalmente per consiglio che i duo guerrier, deposto ogni veneno, facciano insieme triegua fin al giorno che sia tolto lassedio ai Mori intorno; 113 e senza più dimora, come pria liberato dassedio abbian lor gente, non sintendano aver più compagnia, ma crudel guerra e inimicizia ardente, fin che con larme diffinito sia chi la donna aver de meritamente. Quella, ne le cui man giurato fue, fece la sicurtà per amendue. 114 Quivi era la Discordia impaziente, inimica di pace e dogni triegua; e la Superbia vè, che non consente né vuol patir che tale accordo segua. Ma più di lor può Amor quivi presente, di cui lalto valor nessuno adegua; e fe chindietro, a colpi di saette, e la Discordia e la Superbia stette. 115 Fu conclusa la triegua fra costoro sì come piacque a chi di lor potea. Vi mancava uno dei cavalli loro, che morto quel del Tartaro giacea: però vi venne a tempo Brigliadoro, che le fresche erbe lungo il rio pascea. Ma al fin del canto io mi trovo esser giunto; sì chio farò, con vostra grazia, punto. |
![]() | ![]() | ![]() |