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1 Le donne antique hanno mirabil cose fatto ne larme e ne le sacre muse; e di lor opre belle e gloriose Gran lume in tutto il mondo si diffuse. Arpalice e Camilla son famose, perché in battaglia erano esperte ed use; Safo e Corinna, perché furon dotte, splendono illustri, e mai non veggon notte. 2 Le donne son venute in eccellenza Di ciascunarte ove hanno posto cura; e qualunque allistorie abbia avvertenza, ne sente ancor la fama non oscura. Se l mondo nè gran tempo stato senza, non però sempre il mal influsso dura; e forse ascosi han lor debiti onori linvidia o il non saper degli scrittori. 3 Ben mi par di veder chal secol nostro tanta virtù fra belle donne emerga, che può dare opra a carte ed ad inchiostro, perché nei futuri anni si disperga, e perché, odiose lingue, il mal dir vostro con vostra eterna infamia si sommerga: e le lor lode appariranno in guisa, che di gran lunga avanzeran Marfisa. 4 Or pur tornando a lei, questa donzella al cavallier che lusò cortesia, de lesser suo non niega dar novella, quando esso a lei voglia contar chi sia. Sbrigossi tosto del suo debito ella: tanto il nome di lui saper disia. - Io son (disse) Marfisa: - e fu assai questo; che si sapea per tutto l mondo il resto. 5 Laltro comincia, poi che tocca a lui, con più proemio a darle di sé conto, dicendo: - Io credo che ciascun di vui abbia de la mia stirpe il nome in pronto; che non pur Francia e Spagna e i vicin sui, ma lIndia, lEtiopia e il freddo Ponto han chiara cognizion di Chiaramonte, onde uscì il cavallier chuccise Almonte, 6 quel cha Chiariello e al re Mambrino diede la morte, e il regno lor disfece. Di questo sangue, dove ne lEusino lIstro ne vien con otto corna o diece, al duca Amone, il qual già peregrino vi capitò, la madre mia mi fece: e lanno è ormai chio la lasciai dolente, per gire in Francia a ritrovar mia gente. 7 Ma non potei finire il mio viaggio, che qua mi spinse un tempestoso Noto. Son dieci mesi o più che stanza vaggio, che tutti i giorni e tutte lore noto. Nominato son io Guidon Selvaggio, di poca pruova ancora e poco noto. Uccisi qui Argilon da Melibea con dieci cavallier che seco avea. 8 Feci la pruova ancor de le donzelle: così nho diece a miei piaceri allato; ed alla scelta mia son le più belle, e son le più gentil di questo stato. E queste reggo e tutte laltre; chelle di sé mhanno governo e scettro dato: così daranno a qualunque altro arrida Fortuna sì, che la decina ancida. - 9 I cavallier domandano a Guidone, comha sì pochi maschi il tenitoro; e salle moglie hanno suggezione, come esse lhan negli altri lochi a loro. Disse Guidon: - Più volte la cagione udita nho da poi che qui dimoro; e vi sarà, secondo chio lho udita, da me, poi che vaggrada, riferita. 10 Al tempo che tornar dopo anni venti da Troia i Greci (che durò lassedio dieci, e dieci altri da contrari venti furo agitati in mar con troppo tedio), trovar che le lor donne agli tormenti di tanta assenza avean preso rimedio: tutte savean gioveni amanti eletti, per non si raffreddar sole nei letti. 11 Le case lor trovaro i Greci piene de laltrui figli; e per parer commune perdonano alle mogli, che san bene che tanto non potean viver digiune: ma ai figli degli adulteri conviene altrove procacciarsi altre fortune; che tolerar non vogliono i mariti che più alle spese lor sieno notriti. 12 Sono altri esposti, altri tenuti occulti da le lor madri e sostenuti in vita. In vane squadre quei cherano adulti feron, chi qua chi là, tutti partita. Per altri larme son, per altri culti gli studi e larti; altri la terra trita; serve altri in corte; altri è guardian di gregge, come piace a colei che qua giù regge. 13 Partì fra gli altri un giovinetto, figlio di Clitemnestra, la crudel regina, di diciotto anni, fresco come un giglio, o rosa colta allor di su la spina. Questi, armato un suo legno, a dar di piglio si pose e a depredar per la marina in compagnia di cento giovinetti del tempo suo, per tutta Grecia eletti. 14 I Cretesi, in quel tempo che cacciato il crudo Idomeneo del regno aveano, e per assicurarsi il nuovo stato, duomini e darme adunazion faceano; fero con bon stipendio lor soldato Falanto (così al giovine diceano), e lui con tutti quei che seco avea, poser per guardia alla città Dictea. 15 Fra cento alme città cherano in Creta, Dictea più ricca e più piacevol era, di belle donne ed amorose lieta, lieta di giochi da matino a sera: e comera ogni tempo consueta daccarezzar la gente forestiera, fe a costor sì, che molto non rimase a fargli anco signor de le lor case. 16 Eran gioveni tutti e belli affatto (che l fior di Grecia avea Falanto eletto): sì challe belle donne, al primo tratto che vapparir, trassero i cor del petto. Poi che non men che belli, ancora in fatto si dimostrar buoni e gagliardi al letto, si fero ad esse in pochi dì sì grati, che sopra ognaltro ben nerano amati. 17 Finita che daccordo è poi la guerra per cui stato Falanto era condutto, e lo stipendio militar si serra, sì che non vhanno i gioveni più frutto, e per questo lasciar voglion la terra; fan le donne di Creta maggior lutto, e per ciò versan più dirotti pianti, che se i lor padri avesson morti avanti. 18 Da le lor donne i gioveni assai foro, ciascun per sé, di rimaner pregati: né volendo restare, esse con loro nandar, lasciando e padri e figli e frati, di ricche gemme e di gran summa doro avendo i lor dimestici spogliati; che la pratica fu tanto secreta, che non sentì la fuga uomo di Creta. 19 Sì fu propizio il vento, sì fu lora commoda, che Falanto a fuggir colse, che molte miglia erano usciti fuora, quando del danno suo Creta si dolse. Poi questa spiaggia, inabitata allora, trascorsi per fortuna li raccolse. Qui si posaro, e qui sicuri tutti meglio del furto lor videro i frutti. 20 Questa lor fu per dieci giorni stanza di piaceri amorosi tutta piena. Ma come spesso avvien, che labondanza seco in cor giovenil fastidio mena, tutti daccordo fur di restar sanza femine, e liberarsi di tal pena; che non è soma da portar sì grave, come aver donna, quando a noia shave. 21 Essi che di guadagno e di rapine eran bramosi, e di dispendio parchi, vider cha pascer tante concubine, daltro che daste avean bisogno e darchi: sì che sole lasciar qui le meschine, e se nandar di lor ricchezze carchi là dove in Puglia in ripa al mar poi sento chedificar la terra di Tarento. 22 Le donne, che si videro tradite dai loro amanti in che più fede aveano, restar per alcun dì sì sbigottite, che statue immote in lito al mar pareano. Visto poi che da gridi e da infinite lacrime alcun profitto non traeano, a pensar cominciaro e ad aver cura come aiutarsi in tanta lor sciagura. 23 E proponendo in mezzo i lor pareri, altre diceano: in Creta è da tornarsi; e più tosto allarbitrio de severi padri e doffesi lor mariti darsi, che nei deserti liti e boschi fieri, di disagio e di fame consumarsi. Altre dicean che lor saria più onesto affogarsi nel mar, che mai far questo; 24 e che manco mal era meretrici andar pel mondo, andar mendiche o schiave, che se stesse offerire agli supplici di cheran degne lopere lor prave. Questi e simil partiti le infelici si proponean, ciascun più duro e grave. Tra loro al fine una Orontea levosse, chorigine traea dal re Minosse; 25 la più gioven de lartre e la più bella e la più accorta, e chavea meno errato: amato avea Falanto, e a lui pulzella datasi, e per lui il padre avea lasciato. Costei mostrando in viso ed in favella il magnanimo cor dira infiammato, redarguendo di tutte altre il detto, suo parer disse, e fe seguirne effetto. 26 Di questa terra a lei non parve torsi, che conobbe feconda e daria sana, e di limpidi fiumi aver discorsi, di selve opaca, e la più parte piana; con porti e foci, ove dal mar ricorsi per ria fortuna avea la gente estrana, chor dAfrica portava, ora dEgitto cose diverse e necessarie al vitto. 27 Qui parve a lei fermarsi, e far vendetta del viril sesso che le avea sì offese: vuol chogni nave, che da venti astretta a pigliar venga porto in suo paese, a sacco, a sangue, a fuoco al fin si metta; né de la vita a un sol si sia cortese. Così fu detto e così fu concluso, e fu fatta la legge e messa in uso. 28 Come turbar laria sentiano, armate le femine correan su la marina, da limplacabile Orontea guidate, che diè lor legge e si fe lor regina: e de le navi ai liti lor cacciate faceano incendi orribili e rapina, uom non lasciando vivo, che novella dar ne potesse o in questa parte o in quella. 29 Così solinghe vissero qualchanno aspre nimiche del sesso virile: ma conobbero poi, che l proprio danno procaccierian, se non mutavan stile; che se di lor propagine non fanno, sarà lor legge in breve irrita e vile, e mancherà con linfecondo regno, dove di farla eterna era il disegno. 30 Sì che, temprando il suo rigore un poco scelsero, in spazio di quattro anni interi, di quanti capitaro in questo loco dieci belli e gagliardi cavallieri, che per durar ne lamoroso gioco contresse cento fosser buon guerrieri. Esse in tutto eran cento; e statuito ad ogni lor decina fu un marito. 31 Prima ne fur decapitati molti che riusciro al paragon mal forti. Or questi dieci a buona pruova tolti, del letto e del governo ebbon consorti; facendo lor giurar che, se più colti altri uomini verriano in questi porti, essi sarian che, spenta ogni pietade, li porriano ugualmente a fil di spade. 32 Ad ingrossare, ed a figliar appresso le donne, indi a temere incominciaro che tanti nascerian del viril sesso, che contra lor non avrian poi riparo; e al fine in man degli uomini rimesso saria il governo chelle avean sì caro: sì chordinar, mentre eran gli anni imbelli, far sì, che mai non fosson lor ribelli. 33 Acciò il sesso viril non le soggioghi, uno ogni madre vuol la legge orrenda, che tenga seco; gli altri, o li suffoghi, o fuor del regno li permuti o venda. Ne mandano per questo in vari luoghi: e a chi gli porta dicono che prenda femine, se a baratto aver ne puote; se non, non torni almen con le man vote. 34 Né uno ancora alleverian, se senza potesson fare, e mantenere il gregge. Questa è quanta pietà, quanta clemenza più ai suoi chagli altri usa liniqua legge: gli altri condannan con ugual sentenza; e solamente in questo si corregge, che non vuol che, secondo il primiero uso, le femine gli uccidano in confuso. 35 Se dieci o venti o più persone a un tratto vi fosser giunte, in carcere eran messe: e duna al giorno, e non di più, era tratto il capo a sorte, che perir dovesse nel tempio orrendo chOrontea avea fatto, dove un altare alla Vendetta eresse; e dato allun de dieci il crudo ufficio per sorte era di farne sacrificio. 36 Dopo moltanni alle ripe omicide a dar venne di capo un giovinetto, la cui stirpe scendea dal buono Alcide, di gran valor ne larme, Elbanio detto. Qui preso fu, cha pena se navide, come quel che venìa senza sospetto; e con gran guardia in stretta parte chiuso, con gli altri era serbato al crudel uso. 37 Di viso era costui bello e giocondo, e di maniere e di costumi ornato, e di parlar sì dolce e sì facondo, chun aspe volentier lavria ascoltato: sì che, come di cosa rara al mondo, de lesser suo fu tosto rapportato ad Alessandra figlia dOrontea, che di moltanni grave anco vivea. 38 Orontea vivea ancora; e già mancate tutteran laltre chabitar qui prima: e diece tante e più nerano nate, e in forza eran cresciute e in maggior stima; né tra diece fucine che serrate stavan pur spesso, avean più duna lima; e dieci cavallieri anco avean cura di dare a chi venìa fiera aventura. 39 Alessandra, bramosa di vedere il giovinetto chavea tante lode, da la sua matre in singular piacere impetra sì, chElbanio vede ed ode; e quando vuol partirne, rimanere si sente il core ove è chil punge e rode: legar si sente e non sa far contesa, e al fin dal suo prigion si trova presa. 40 Elbanio disse a lei: - Se di pietade savesse, donna, qui notizia ancora, come se nha per tuttaltre contrade, dovunque il vago sol luce e colora; io vi osarei, per vostralma beltade chognanimo gentil di sé inamora, chiedervi in don la vita mia, che poi saria ognor presto a spenderla per voi. 41 Or quando fuor dogni ragion qui sono privi dumanitade i cori umani, non vi domanderò la vita in dono, che i prieghi miei so ben che sarian vani; ma che da cavalliero, o tristo o buono chio sia, possi morir con larme in mani, e non come dannato per giudicio, o come animal bruto in sacrificio. - 42 Alessandra gentil, chumidi avea, per la pietà del giovinetto, i rai, rispose: - Ancor che più crudele e rea sia questa terra, chaltra fosse mai; non concedo però che qui Medea ogni femina sia, come tu fai: e quando ognaltra così fosse ancora, me sola di tantaltre io vo trar fuora. 43 E se ben per adietro io fossi stata empia e crudel, come qui sono tante, dir posso che suggetto ove mostrata per me fosse pietà, non ebbi avante. Ma ben sarei di tigre più arrabbiata, e più duro avre il cor che di diamante, se non mavesse tolto ogni durezza tua beltà, tuo valor, tua gentilezza. 44 Così non fosse la legge più forte, che contra i peregrini è statuita, come io non schiverei con la mia morte di ricomprar la tua più degna vita. Ma non è grado qui di sì gran sorte, che ti potesse dar libera aita; e quel che chiedi ancor, ben che sia poco, difficile ottener fia in questo loco. 45 Pur io vedrò di far che tu lottenga, chabbi inanzi al morir questo contento; ma mi dubito ben che te navenga, tenendo il morir lungo, più tormento. - Suggiunse Elbanio: - Quando incontra io venga a dieci armato, di tal cor mi sento, che la vita ho speranza di salvarme, e uccider lor, se tutti fosser arme. - 46 Alessandra a quel detto non rispose se non un gran sospiro, e dipartisse, e portò nel partir mille amorose punte nel cor, mai non sanabil, fisse. Venne alla madre, e voluntà le pose di non lasciar che l cavallier morisse, quando si dimostrasse così forte, che, solo, avesse posto i dieci a morte. 47 La regina Orontea fece raccorre il suo consiglio, e disse: - A noi conviene sempre il miglior che ritroviamo, porre a guardar nostri porti e nostre arene; e per saper chi ben lasciar, chi torre, prova è sempre da far quando gli avviene; per non patir con nostro danno a torto, che regni il vile, e chi ha valor sia morto. 48 A me par, se a voi par, che statuito sia, chogni cavallier per lo avvenire, che fortuna abbia tratto al nostro lito, prima chal tempio si faccia morire, possa egli sol, se gli piace il partito, incontra i dieci alla battaglia uscire; e se di tutti vincerli è possente, guardi egli il porto, e seco abbia altra gente. 49 Parlo così, perché abbian qui un prigione che par che vincer dieci sofferisca. Quando, sol, vaglia tante altre persone, dignissimo è, per Dio, che sesaudisca. Così in contrario avrà punizione, quando vaneggi e temerario ardisca. - Orontea fine al suo parlar qui pose, a cui de le più antique una rispose: 50 - La principal cagion cha far disegno sul comercio degli uomini ci mosse, non fu percha difender questo regno del loro aiuto alcun bisogno fosse; che per far questo abbiamo ardire e ingegno da noi medesme, e a sufficienza posse: così senza sapessimo far anco, che non venisse il propagarci a manco! 51 Ma poi che senza lor questo non lece, tolti abbiàn, ma non tanti, in compagnia, che mai ne sia più duno incontra diece, sì chaver di noi possa signoria. Per conciper di lor questo si fece, non che di lor difesa uopo ci sia. La lor prodezza sol ne vaglia in questo, e sieno ignavi e inutili nel resto. 52 Tra noi tenere un uom che sia sì forte, contrario è in tutto al principal disegno. Se può un solo a dieci uomini dar morte, quante donne farà stare egli al segno? Se i dieci nostri fosser di tal sorte, il primo dì navrebbon tolto il regno. Non è la via di dominar, se vuoi por larme in mano a chi può più di noi. 53 Pon mente ancor, che quando così aiti Fortuna questo tuo, che i dieci uccida, di cento donne che de lor mariti rimarran prive, sentirai le grida. Se vuol campar, proponga altri partiti, chesser di dieci gioveni omicida. Pur, se per far con cento donne è buono quel che dieci fariano, abbi perdono. - 54 Fu dArtemia crudel questo il parere (così avea nome), e non mancò per lei di far nel tempio Elbanio rimanere scannato inanzi agli spietati dèi. Ma la madre Orontea che compiacere volse alla figlia, replicò a colei altre ed altre ragioni, e modo tenne che nel senato il suo parer sottenne. 55 Laver Elbanio di bellezza il vanto sopra ogni cavallier che fosse al mondo, fu nei cor de le giovani di tanto, cherano in quel consiglio, e di tal pondo, che l parer de le vecchie andò da canto, che con Artemia volean far secondo lordine antiquo; né lontan fu molto ad esser per favore Elbanio assolto. 56 Di perdonargli in somma fu concluso, ma poi che la decina avesse spento, e che ne laltro assalto fosse ad uso di diece donne buono, e non di cento. Di carcer laltro giorno fu dischiuso; e avuto arme e cavallo a suo talento, contra dieci guerrier, solo, si mise, e luno appresso allaltro in piazza uccise. 57 Fu la notte seguente a prova messo contra diece donzelle ignudo e solo, dove ebbe allardir suo sì buon successo, che fece il saggio di tutto lo stuolo. E questo gli acquistò tal grazia appresso ad Orontea, che lebbe per figliuolo; e gli diede Alessandra e laltre nove con chavea fatto le notturne prove. 58 E lo lasciò con Alessandra bella, che poi diè nome a questa terra, erede, con patto, cha servare egli abbia quella legge, ed ognaltro che da lui succede: che ciascun che già mai sua fiera stella farà qui por lo sventurato piede, elegger possa, o in sacrificio darsi, o con dieci guerrier, solo, provarsi. 59 E se gli avvien che l dì gli uomini uccida, la notte con le femine si provi; e quando in questo ancor tanto gli arrida la sorte sua, che vincitor si trovi, sia del femineo stuol principe e guida, e la decina a scelta sua rinovi, con la qual regni, fin chun altro arrivi, che sia più forte, e lui di vita privi. 60 Appresso a duamila anni il costume empio si è mantenuto, e si mantiene ancora; e sono pochi giorni che nel tempio uno infelice peregrin non mora. Se contra dieci alcun chiede, ad esempio dElbanio, armarsi (che ve nè talora), spesso la vita al primo assalto lassa; né di mille uno allaltra prova passa. 61 Pur ci passano alcuni, ma sì rari, che su le dita annoverar si ponno. Uno di questi fu Argilon: ma guari con la decina sua non fu qui donno; che cacciandomi qui venti contrari, gli occhi gli chiusi in sempiterno sonno. Così fossi io con lui morto quel giorno, prima che viver servo in tanto scorno. 62 che piaceri amorosi e riso e gioco, che suole amar ciascun de la mia etade, le purpure e le gemme e laver loco inanzi agli altri ne la sua cittade, potuto hanno, per Dio, mai giovar poco alluom che privo sia di libertade: e l non poter mai più di qui levarmi, servitù grave e intolerabil parmi. 63 Il vedermi lograr dei miglior anni il più bel fiore in sì vile opra e molle, tiemmi il cor sempre in stimulo e in affanni, ed ogni gusto di piacer mi tolle. La fama del mio sangue spiega i vanni per tutto l mondo, e fin al ciel sestolle; che forse buona parte anchio navrei, sesser potessi coi fratelli miei. 64 Parmi chingiuria il mio destin mi faccia, avendomi a sì vil servigio eletto; come chi ne larmento il destrier caccia, il qual docchi o di piedi abbia difetto, o per altro accidente che dispiaccia, sia fatto allarme e a miglior uso inetto: né sperando io, se non per morte, uscire di sì vil servitù, bramo morire. - 65 Guidon qui fine alle parole pose, e maledì quel giorno per isdegno, il qual dei cavallieri e de le spose gli diè vittoria in acquistar quel regno. Astolfo stette a udire, e si nascose tanto, che si fe certo a più dun segno, che, come detto avea, questo Guidone era figliol del suo parente Amone. 66 Poi gli rispose: - Io sono il duca inglese, il tuo cugino Astolfo; - ed abbracciollo, e con atto amorevole e cortese, non senza sparger lagrime, baciollo. - Caro parente mio, non più palese tua madre ti potea por segno al collo; cha farne fede che tu sei de nostri, basta il valor che con la spada mostri. - 67 Guidon, chaltrove avria fatto gran festa daver trovato un sì stretto parente, quivi laccolse con la faccia mesta, perché fu di vedervilo dolente. Se vive, sa chAstolfo schiavo resta, né il termine è più là che l dì seguente; se fia libero Astolfo, ne more esso: sì che l ben duno è il mal de laltro espresso. 68 Gli duol che gli altri cavallieri ancora abbia, vincendo, a far sempre captivi; né più, quando esso in quel contrasto mora, potrà giovar che servitù lor schivi: che se dun fango ben gli porta fuora, e poi sinciampi come allaltro arrivi, avrà lui senza pro vinto Marfisa; chessi pur ne fien schiavi, ed ella uccisa. 69 Da laltro canto avea lacerba etade, la cortesia e il valor del giovinetto damore intenerito e di pietade tanto a Marfisa ed ai compagni il petto, che, con morte di lui lor libertade esser dovendo, avean quasi a dispetto: e se Marfisa non può far con manco chuccider lui, vuol essa morir anco. 70 Ella disse a Guidon: - Vientene insieme con noi, cha viva forza usciren quinci. - - Deh (rispose Guidon) lascia ogni speme di mai più uscirne, o perdi meco o vinci. - Ella suggiunse: - Il mio cor mai non teme di non dar fine a cosa che cominci; né trovar so la più sicura strada di quella ove mi sia guida la spada. 71 Tal ne la piazza ho il tuo valor provato, che, sio son teco, ardisco ad ognimpresa. Quando la turba intorno allo steccato sarà domani in sul teatro ascesa, io vo che luccidian per ogni lato, o vada in fuga o cerchi far difesa, e chagli lupi e agli avoltoi del loco lasciamo i corpi, e la cittade al fuoco. - 72 Suggiunse a lei Guidon: - Tu mavrai pronto a seguitarti ed a morirti a canto, ma vivi rimaner non facciàn conto; bastar ne può di vendicarci alquanto: che spesso diecimila in piazza conto del popul feminile, ed altretanto resta a guardare e porto e rocca e mura, né alcuna via duscir trovo sicura. - 73 Disse Marfisa: - E molto più sieno elle degli uomini che Serse ebbe già intorno, e sieno più de lanime ribelle chuscir del ciel con lor perpetuo scorno; se tu sei meco, o almen non sie con quelle, tutte le voglio uccidere in un giorno. - Guidon suggiunse: - Io non ci so via alcuna cha valer nabbia, se non val questuna. 74 Ne può sola salvar, se ne succede, questuna chio dirò, chor mi soviene. Fuor challe donne, uscir non si concede, né metter piede in su le salse arene: e per questo commettermi alla fede duna de le mie donne mi conviene, del cui perfetto amor fatta ho sovente più pruova ancor, chio non farò al presente. 75 Non men di me tormi costei disia di servitù, pur che ne venga meco, che così spera, senza compagnia de le rivali sue, chio viva seco. Ella nel porto o fuste o saettia farà ordinar, mentre è ancor laer cieco, che i marinai vostri troveranno acconcia a navigar, come vi vanno. 76 Dietro a me tutti in un drappel ristretti, cavallieri, mercanti e galeotti, chad albergarvi sotto a questi tetti meco, vostra merce, sète ridotti, avrete a farvi amplo sentier coi petti, se del nostro camin siamo interrotti: così spero, aiutandoci le spade, chio vi trarrò de la crudel cittade. - 77 - Tu fa come ti par (disse Marfisa), chio son per me duscir di qui sicura. Più facil fia che di mia mano uccisa la gente sia, che è dentro a queste mura, che mi veggi fuggire, o in altra guisa alcun possa notar chabbi paura. Vo uscir di giorno, e sol per forza darme; che per ognaltro modo obbrobrio parme. 78 Sio ci fossi per donna conosciuta, so chavrei da le donne onore e pregio; e volentieri io ci sarei tenuta e tra le prime forse del collegio: ma con costoro essendoci venuta, non ci vo dessi aver più privilegio. Troppo error fôra chio mi stessi o andassi libera, e gli altri in servitù lasciassi. - 79 Queste parole ed altre seguitando, mostrò Marfisa che l rispetto solo chavea al periglio de compagni (quando potria loro il suo ardir tornare in duolo), la tenea che con alto e memorando segno dardir non assalia lo stuolo: e per questo a Guidon lascia la cura dusar la via che più gli par sicura. 80 Guidon la notte con Aleria parla (così avea nome la più fida moglie), né bisogno gli fu molto pregarla, che la trovò disposta alle sue voglie. Ella tolse una nave e fece armarla, e varrecò le sue più ricche spoglie, fingendo di volere al nuovo albore con le compagne uscire in corso fuore. 81 Ella avea fatto nel palazzo inanti spade e lance arrecar, corazze e scudi, onde armar si potessero i mercanti e i galeotti cheran mezzo nudi. Altri dormiro, ed altri ster vegghianti, compartendo tra lor gli ozi e gli studi; spesso guardando, e pur con l arme indosso, se loriente ancor si facea rosso. 82 Dal duro volto de la terra il sole non tollea ancora il velo oscuro ed atro; a pena avea la licaonia prole per li solchi del ciel volto laratro: quando il femineo stuol, che veder vuole il fin de la battaglia, empì il teatro, come ape del suo claustro empie la soglia, che mutar regno al nuovo tempo voglia. 83 Di trombe, di tambur, di suon de corni il popul risonar fa cielo e terra, così citando il suo signor, che torni a terminar la cominciata guerra. Aquilante e Grifon stavano adorni de le lor arme, e il duca dInghilterra, Guidon, Marfisa, Sansonetto e tutti gli altri, chi a piedi e chi a cavallo istrutti. 84 Per scender dal palazzo al mare e al porto, la piazza traversar si convenia, né vera altro camin lungo né corto: così Guidon disse alla compagnia. E poi che di ben far molto conforto lor diede, entrò senza rumore in via; e ne la piazza, dove il popul era, sappresentò con più di cento in schiera. 85 Molto affrettando i suoi compagni, andava Guidone allaltra porta per uscire: ma la gran moltitudine che stava intorno armata, e sempre atta a ferire, pensò, come lo vide che menava seco quegli altri, che volea fuggire; e tutta a un tratto agli archi suoi ricorse, e parte, onde suscia, venne ad opporse. 86 Guidone e gli altri cavallier gagliardi, e sopra tutti lor Marfisa forte, al menar de le man non furon tardi, e molto fer per isforzar le porte: ma tanta e tanta copia era dei dardi che, con ferite dei compagni e morte, pioveano lor di sopra e dognintorno, chal fin temean daverne danno e scorno. 87 Dogni guerrier lusbergo era perfetto; che se non era, avean più da temere. Fu morto il destrier sotto a Sansonetto; quel di Marfisa vebbe a rimanere. Astolfo tra sé disse: - Ora, chaspetto che mai mi possa il corno più valere? Io vo veder, poi che non giova spada, sio so col corno assicurar la strada. - 88 Come aiutar ne le fortune estreme sempre si suol, si pone il corno a bocca. Par che la terra e tutto l mondo trieme, quando lorribil suon ne laria scocca. Sì nel cor de la gente il timor preme, che per disio di fuga si trabocca giù del teatro sbigottita e smorta, non che lasci la guardia de la porta. 89 Come talor si getta e si periglia e da finestra e da sublime loco lesterrefatta subito famiglia, che vede appresso e dognintorno il fuoco, che mentre le tenea gravi le ciglia il pigro sonno, crebbe a poco a poco: così messa la vita in abandono, ognun fuggia lo spaventoso suono. 90 Di qua di là, di su di giù smarrita surge la turba, e di fuggir procaccia. Son più di mille a un tempo ad ogni uscita: cascano a monti, e luna laltra impaccia. In tanta calca perde altra la vita; da palchi e da finestre altra si schiaccia: più dun braccio si rompe e duna testa, di chaltra morta, altra storpiata resta. 91 Il pianto e l grido insino al ciel saliva, dalta ruina misto e di fraccasso. Affretta, ovunque il suon del corno arriva, la turba spaventata in fuga il passo. Se udite dir che dardimento priva la vil plebe si mostri e di cor basso, non vi maravigliate, che natura è de la lepre aver sempre paura. 92 Ma che direte del già tanto fiero cor di Marfisa e di Guidon Selvaggio? dei dua giovini figli dOliviero, che già tanto onoraro il lor lignaggio? Già centomila avean stimato un zero; e in fuga or se ne van senza coraggio, come conigli, o timidi colombi a cui vicino alto rumor rimbombi. 93 Così noceva ai suoi come agli strani la forza che nel corno era incantata. Sansonetto, Guidone e i duo germani fuggon dietro a Marfisa spaventata; né fuggendo ponno ir tanto lontani, che lor non sia lorecchia anco intronata. Scorre Astolfo la terra in ogni lato, dando via sempre al corno maggior fiato. 94 Chi scese al mare, e chi poggiò su al monte, e chi tra i boschi ad occultar si venne: alcuna, senza mai volger la fronte, fuggir per dieci dì non si ritenne: uscì in tal punto alcuna fuor del ponte, chin vita sua mai più non vi rivenne. Sgombraro in modo e piazze e templi e case, che quasi vota la città rimase. 95 Marfisa e l bon Guidone e i duo fratelli e Sansonetto, pallidi e tremanti, fuggiano inverso il mare, e dietro a quelli fuggian i marinari e i mercatanti; ove Aleria trovar, che, fra i castelli, loro avea un legno apparecchiato inanti. Quindi, poi chin gran fretta li raccolse, diè i remi allacqua ed ogni vela sciolse. 96 Dentro e dintorno il duca la cittade avea scorsa dai colli insino allonde; fatto avea vote rimaner le strade: ognun lo fugge, ognun se gli nasconde. Molte trovate fur, che per viltade seran gittate in parti oscure e immonde; e molte, non sappiendo ove sandare, messesi a nuoto ed affogate in mare. 97 Per trovare i compagni il duca viene, che si credea di riveder sul molo. Si volge intorno, e le deserte arene guarda per tutto, e non vappare un solo. Leva più gli occhi, e in alto a vele piene da sé lontani andar li vede a volo: sì che gli convien fare altro disegno al suo camin, poi che partito è il legno. 98 Lasciamolo andar pur - né vi rincresca che tanta strada far debba soletto per terra dinfedeli e barbaresca, dove mai non si va senza sospetto: non è periglio alcuno, onde non esca con quel suo corno, e nha mostrato effetto; - e dei compagni suoi pigliamo cura, chal mar fuggian tremando di paura. 99 A piena vela si cacciaron lunge da la crudele e sanguinosa spiaggia: e poi che di gran lunga non li giunge lorribil suon cha spaventar più gli aggia, insolita vergogna sì gli punge, che, comun fuoco, a tutti il viso raggia. Lun non ardisce a mirar laltro, e stassi tristo, senza parlar, con gli occhi bassi. 100 Passa il nocchiero, al suo viaggio intento, e Cipro e Rodi, e giù per londa egea da sé vede fuggire isole cento col periglioso capo di Malea; e con propizio ed immutabil vento asconder vede la greca Morea; volta Sicilia, e per lo mar Tirreno costeggia de lItalia il lito ameno: 101 e sopra Luna ultimamente sorse, dove lasciato avea la sua famiglia. Dio ringraziando che l pelago corse senza più danno, il noto lito piglia. Quindi un nochier trovar per Francia sciorse, il qual di venir seco li consiglia: e nel suo legno ancor quel dì montaro, ed a Marsilia in breve si trovaro. 102 Quivi non era Bradamante allora, chaver solea governo del paese; che se vi fosse, a far seco dimora gli avria sforzati con parlar cortese. Sceser nel lito, e la medesima ora dai quattro cavallier congedo prese Marfisa, e da la donna del Selvaggio; e pigliò alla ventura il suo viaggio, 103 dicendo che lodevole non era chandasser tanti cavallieri insieme: che gli storni e i colombi vanno in schiera, i daini e i cervi e ognanimal che teme; ma laudace falcon, laquila altiera, che ne laiuto altrui non metton speme orsi, tigri, leon, soli ne vanno; che di più forza alcun timor non hanno. 104 Nessun degli altri fu di quel pensiero; sì cha lei sola toccò a far partita. Per mezzo i boschi e per strano sentiero dunque ella se nandò sola e romita. Grifone il bianco ed Aquilante il nero pigliar con gli altri duo la via più trita, e giunsero a un castello il dì seguente, dove albergati fur cortesemente. 105 Cortesemente dico in apparenza, ma tosto vi sentir contrario effetto; che l signor del castel, benivolenza fingendo e cortesia, lor dè ricetto: e poi la notte, che sicuri senza timor dormian, gli fe pigliar nel letto; né prima li lasciò, che dosservare una costuma ria li fe giurare. 106 Ma vo seguir la bellicosa donna, prima, Signor, che di costor più dica. Passò Druenza, il Rodano e la Sonna, e venne a piè duna montagna aprica. Quivi lungo un torrente, in negra gonna vide venire una femina antica, che stanca e lassa era di lunga via, ma via più afflitta di malenconia. 107 Questa è la vecchia che solea servire ai malandrin nel cavernoso monte, là dove alta giustizia fe venire e dar lor morte il paladino conte. La vecchia, che timore ha di morire per le cagion che poi vi saran conte, già molti dì va per via oscura e fosca, fuggendo ritrovar chi la conosca. 108 Quivi destrano cavallier sembianza lebbe Marfisa allabito e allarnese; e perciò non fuggì, comavea usanza fuggir dagli altri cheran del paese; anzi con sicurezza e con baldanza si fermò al guado, e di lontan lattese: al guado del torrente, ove trovolla, la vecchia le uscì incontra e salutolla. 109 Poi la pregò che seco oltra quellacque ne laltra ripa in groppa la portasse. Marfisa che gentil fu da che nacque, di là dal fiumicel seco la trasse; e portarla anchun pezzo non le spiacque, fin cha miglior camin la ritornasse, fuor dun gran fango; e al fin di quel sentiero si videro allincontro un cavalliero. 110 Il cavallier su ben guernita sella, di lucide arme e di bei panni ornato, verso il fiume venìa da una donzella e da un solo scudiero accompagnato. La donna chavea seco era assai bella, ma daltiero sembiante e poco grato, tutta dorgoglio e di fastidio piena, del cavallier ben degna che la mena. 111 Pinabello, un de conti maganzesi, era quel cavallier chella avea seco; quel medesmo che dianzi a pochi mesi Bradamante gittò nel cavo speco. Quei sospir, quei singulti così accesi, quel pianto che lo fe già quasi cieco, tutto fu per costei chor seco avea, che l negromante allor gli ritenea. 112 Ma poi che fu levato di sul colle lincantato castel del vecchio Atlante, e che poté ciascuno ire ove volle, per opra e per virtù di Bradamante; costei, chagli disii facile e molle di Pinabel sempre era stata inante, si tornò a lui, ed in sua compagnia da un castello ad un altro or se ne gìa. 113 E sì come vezzosa era e mal usa, quando vide la vecchia di Marfisa, non si poté tenere a bocca chiusa di non la motteggiar con beffe e risa. Marfisa altiera, appresso a cui non susa sentirsi oltraggio in qualsivoglia guisa, rispose dira accesa alla donzella, che di lei quella vecchia era più bella; 114 e chal suo cavallier volea provallo, con patto di poi torre a lei la gonna e il palafren chavea, se da cavallo gittava il cavallier di chera donna. Pinabel che faria, tacendo, fallo, di risponder con larme non assonna: piglia lo scudo e lasta, e il destrier gira, poi vien Marfisa a ritrovar con ira. 115 Marfisa incontra una gran lancia afferra, e ne la vista a Pinabel larresta, e sì stordito lo riversa in terra, che tarda unora a rilevar la testa. Marfisa vincitrice de la guerra, fe trarre a quella giovane la vesta, ed ognaltro ornamento le fe porre, e ne fe il tutto alla sua vecchia torre: 116 e di quel giovenile abito volse che si vestisse e se nornasse tutta; e fe che l palafreno anco si tolse, che la giovane avea quivi condutta. Indi al preso camin con lei si volse, che quantera più ornata, era più brutta. Tre giorni se nandar per lunga strada, senza far cosa onde a parlar maccada. 117 Il quarto giorno un cavallier trovaro, che venìa in fretta galoppando solo. Se di saper chi sia forse vè caro, dicovi chè Zerbin, di re figliuolo, di virtù esempio e di bellezza raro, che se stesso rodea dira e di duolo di non aver potuto far vendetta dun che gli avea gran cortesia interdetta. 118 Zerbino indarno per la selva corse dietro a quel suo che gli avea fatto oltraggio; ma sì a tempo colui seppe via torse, sì seppe nel fuggir prender vantaggio, sì il bosco e sì una nebbia lo soccorse, chavea offuscato il matutino raggio, che di man di Zerbin si levò netto, fin che lira e il furor gli uscì del petto. 119 Non poté, ancor che Zerbin fosse irato, tener, vedendo quella vecchia, il riso; che gli parea dal giovenile ornato troppo diverso il brutto antiquo viso; ed a Marfisa, che le venìa a lato, disse: - Guerrier, tu sei pien dogni aviso, che damigella di tal sorte guidi, che non temi trovar chi te la invidi. 120 Avea la donna (se la crespa buccia può darne indicio) più de la Sibilla, e parea, così ornata, una bertuccia, quando per muover riso alcun vestilla; ed or più brutta par, che si coruccia, e che dagli occhi lira le sfavilla: cha donna non si fa maggior dispetto, che quando o vecchia o brutta le vien detto. 121 Mostrò turbarse linclita donzella, per prenderne piacer, come si prese; e rispose a Zerbin: - Mia donna è bella, per Dio, via più che tu non sei cortese; come chio creda che la tua favella da quel che sente lanimo non scese: tu fingi non conoscer sua beltade, per escusar la tua somma viltade. 122 E chi saria quel cavallier, che questa sì giovane e sì bella ritrovasse senza più compagnia ne la foresta, e che di farla sua non si provasse? - - Sì ben (disse Zerbin) teco sassesta, che saria mal chalcun te la levasse; ed io per me non son così indiscreto, che te ne privi mai; stanne pur lieto. 123 Sin altro conto aver vuoi a far meco, di quel chio vaglio son per farti mostra; ma per costei non mi tener sì cieco, che solamente far voglia una giostra. O brutta o bella sia, restisi teco: non vo partir tanta amicizia vostra. Ben vi sète accoppiati: io giurerei, comella è bella, tu gagliardo sei. - 124 Suggiunse a lui Marfisa: - Al tuo dispetto di levarmi costei provar convienti. Non vo patir chun sì leggiadro aspetto abbi veduto, e guadagnar nol tenti. - Rispose a lei Zerbin - Non so a cheffetto luom si metta a periglio e si tormenti, per riportarne una vittoria, poi, che giovi al vinto, e al vincitore annoi. - 125 - Se non ti par questo partito buono, te ne do un altro, e ricusar nol dei (disse a Zerbin Marfisa): che sio sono vinto da te, mabbia a restar costei; ma sio te vinco, a forza te la dono. Dunque provian chi de star senza lei: se perdi, converrà che tu le faccia compagnia sempre, ovunque andar le piaccia. - 126 - E così sia, - Zerbin rispose; e volse a pigliar campo subito il cavallo. Si levò su le staffe e si raccolse fermo in arcione, e per non dare in fallo, lo scudo in mezzo alla donzella colse; ma parve urtasse un monte di metallo: ed ella in guisa a lui toccò lelmetto, che stordito il mandò di sella netto. 127 Troppo spiacque a Zerbin lesser caduto, chin altro scontro mai più non gli avvenne, e navea mille e mille egli abbattuto; ed a perpetuo scorno se lo tenne. Stette per lungo spazio in terra muto; e più gli dolse poi che gli sovenne chavea promesso e che gli convenia aver la brutta vecchia in compagnia. 128 Tornando a lui la vincitrice in sella, disse ridendo: - Questa tappresento; e quanto più la veggio e grata e bella, tanto, chella sia tua, più mi contento. Or tu in mio loco sei campion di quella; ma la tua fé non se ne porti il vento, che per sua guida e scorta tu non vada (come hai promesso) ovunque andar laggrada. - 129 Senza aspettar risposta urta il destriero per la foresta, e subito simbosca. Zerbin, che la stimava un cavalliero, dice alla vecchia: - Fa chio lo conosca. - Ed ella non gli tiene ascoso il vero, onde sa che lo ncende e che lattosca: - Il colpo fu di man duna donzella, che tha fatto votar (disse) la sella. 130 Per suo valor costei debitamente usurpa a cavallieri e scudo e lancia; e venuta è pur dianzi dOriente per assaggiare i paladin di Francia. - Zerbin di questo tal vergogna sente, che non pur tinge di rossor la guancia, ma restò poco di non farsi rosso seco ogni pezzo darme chavea indosso. 131 Monta a cavallo, e se stesso rampogna che non seppe tener strette le cosce. Tra sé la vecchia ne sorride, e agogna di stimularlo e di più dargli angosce. Gli ricorda chandar seco bisogna: e Zerbin, chubligato si conosce, lorecchie abbassa, come vinto e stanco destrier cha in bocca il fren, gli sproni al fianco. 132 E sospirando: - Ohimè, Fortuna fella (dicea), che cambio è questo che tu fai? Colei che fu sopra le belle bella, chesser meco dovea, levata mhai. Ti par chin luogo ed in ristor di quella si debba por costei chora mi dai? Stare in danno del tutto era men male, che fare un cambio tanto diseguale. 133 Colei che di bellezze e di virtuti unqua non ebbe e non avrà mai pare, sommersa e rotta tra gli scogli acuti hai data ai pesci ed agli augei del mare; e costei che dovria già aver pasciuti sotterra i vermi, hai tolta a perservare dieci o venti anni più che non devevi, per dar più peso agli mie affanni grevi. - 134 Zerbin così parlava; né men tristo in parole e in sembianti esser parea di questo nuovo suo sì odioso acquisto, che de la donna che perduta avea. La vecchia, ancor che non avesse visto mai più Zerbin, per quel chora dicea, savvide esser colui di che notizia le diede già Issabella di Galizia. 135 Se l vi ricorda quel chavete udito, costei da la spelonca ne veniva, dove Issabella, che damor ferito Zerbino avea, fu molti dì captiva. Più volte ella le avea già riferito come lasciasse la paterna riva, e come rotta in mar da la procella, si salvasse alla spiaggia di Rocella. 136 E sì spesso dipinto di Zerbino le avea il bel viso e le fattezze conte, chora udendol parlare, e più vicino gli occhi alzandogli meglio ne la fronte, vide esser quel per cui sempre meschino fu dIssabella il cor nel cavo monte; che di non veder lui più si lagnava, che desser fatta ai malandrini schiava. 137 La vecchia, dando alle parole udienza, che con sdegno e con duol Zerbino versa, savede ben chegli ha falsa credenza che sia Issabella in mar rotta e sommersa: e ben chella del certo abbia scienza, per non lo rallegrar, pur la perversa quel che far lieto lo potria, gli tace, e sol gli dice quel che gli dispiace. 138 - Odi tu (gli disse ella), tu che sei cotanto altier, che sì mi scherni e sprezzi, se sapessi che nuova ho di costei che morta piangi, mi faresti vezzi: ma più tosto che dirtelo, torrei che mi strozzassi o fêssi in mille pezzi; dove, seri vêr me più mansueto, forse aperto tavrei questo secreto. - 139 Come il mastin che con furor saventa adosso al ladro, ad achetarsi è presto, che quello o pane o cacio gli appresenta, o che fa incanto appropriato a questo; così tosto Zerbino umil diventa, e vien bramoso di sapere il resto, che la vecchia gli accenna che di quella, che morta piange, gli sa dir novella. 140 E volto a lei con più piacevol faccia, la supplica, la prega, la scongiura per gli uomini, per Dio, che non gli taccia quanto ne sappia, o buona o ria ventura. - Cosa non udirai che pro ti faccia (disse la vecchia pertinace e dura): non è Issabella, come credi, morta; ma viva sì, cha morti invidia porta. 141 È capitata in questi pochi giorni che non nudisti, in man di più di venti; sì che, qualora anco in man tua ritorni, ve se sperar di corre il fior convienti. - Ah vecchia maladetta, come adorni la tua menzogna! e tu sai pur se menti. Se ben in man de venti ellera stata, non lavea alcun però mai violata. 142 Dove lavea veduta domandolle Zerbino, e quando, ma nulla ninvola; che la vecchia ostinata più non volle a quel cha detto aggiungere parola. Prima Zerbin le fece un parlar molle, poi minacciolle di tagliar la gola: ma tutto è invan ciò che minaccia e prega; che non può far parlar la brutta strega. 143 Lasciò la lingua allultimo in riposo Zerbin, poi che l parlar gli giovò poco; per quel chudito avea, tanto geloso, che non trovava il cor nel petto loco; dIssabella trovar sì disioso, che saria per vederla ito nel fuoco: ma non poteva andar più che volesse colei, poi cha Marfisa lo promesse. 144 E quindi per solingo e strano calle, dove a lei piacque, fu Zerbin condotto; né per o poggiar monte o scender valle, mai si guardaro in faccia o si fer motto. Ma poi chal mezzodì volse le spalle il vago sol, fu il lor silenzio rotto da un cavallier che nel cammin scontraro. Quel che seguì, ne laltro canto è chiaro. |
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