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1 Alcun non può saper da chi sia amato, quando felice in su la ruota siede: però cha i veri e i finti amici a lato, che mostran tutti una medesma fede. Se poi si cangia in tristo il lieto stato, volta la turba adulatrice il piede; e quel che di cor ama riman forte, ed ama il suo signor dopo la morte. 2 Se, come il viso, si mostrasse il core, tal ne la corte è grande e gli altri preme, e tal è in poca grazia al suo signore, che la lor sorte muteriano insieme. Questo umil diverria tosto il maggiore: staria quel grande infra le turbe estreme. Ma torniamo a Medor fedele e grato, che n vita e in morte ha il suo signore amato. 3 Cercando già nel più intricato calle il giovine infelice di salvarsi; ma il grave peso chavea su le spalle, gli facea uscir tutti i partiti scarsi. Non conosce il paese, e la via falle, e torna fra le spine a invilupparsi. Lungi da lui tratto al sicuro sera laltro, chavea la spalla più leggiera. 4 Cloridan sè ridutto ove non sente di chi segue lo strepito e il rumore: ma quando da Medor si vede assente, gli pare aver lasciato a dietro il core. - Deh, come fui (dicea) sì negligente, deh, come fui sì di me stesso fuore, che senza te, Medor, qui mi ritrassi, né sappia quando o dove io ti lasciassi! - 5 Così dicendo, ne la torta via de lintricata selva si ricaccia; ed onde era venuto si ravvia, e torna di sua morte in su la traccia. Ode i cavalli e i gridi tuttavia, e la nimica voce che minaccia: all ultimo ode il suo Medoro, e vede che tra molti a cavallo è solo a piede. 6 Cento a cavallo, e gli son tutti intorno: Zerbin commanda e grida che sia preso. Linfelice saggira comun torno, e quanto può si tien da lor difeso, or dietro quercia, or olmo, or faggio, or orno, né si discosta mai dal caro peso. Lha riposato al fin su lerba, quando regger nol puote, e gli va intorno errando: 7 come orsa, che lalpestre cacciatore ne la pietrosa tana assalita abbia, sta sopra i figli con incerto core, e freme in suono di pietà e di rabbia: ira la nvita e natural furore a spiegar lugne e a insanguinar le labbia; amor la ntenerisce, e la ritira a riguardare ai figli in mezzo lira. 8 Cloridan, che non sa come laiuti, e chesser vuole a morir seco ancora, ma non chin morte prima il viver muti, che via non truovi ove più dun ne mora; mette su larco un de suoi strali acuti, e nascoso con quel sì ben lavora, che fora ad uno Scotto le cervella, e senza vita il fa cader di sella. 9 Volgonsi tutti gli altri a quella banda ondera uscito il calamo omicida. Intanto un altro il Saracin ne manda, perché l secondo a lato al primo uccida; che mentre in fretta a questo e a quel domanda chi tirato abbia larco, e forte grida, lo strale arriva e gli passa la gola, e gli taglia pel mezzo la parola. 10 Or Zerbin, chera il capitano loro, non poté a questo aver più pazienza. Con ira e con furor venne a Medoro, dicendo: - Ne farai tu penitenza. - Stese la mano in quella chioma doro, e strascinollo a sé con violenza: ma come gli occhi a quel bel volto mise, gli ne venne pietade, e non luccise. 11 Il giovinetto si rivolse a prieghi, e disse: - Cavallier, per lo tuo Dio, non esser sì crudel, che tu mi nieghi chio sepelisca il corpo del re mio. Non vo chaltra pietà per me ti pieghi, né pensi che di vita abbi disio: ho tanta di mia vita, e non più, cura, quanta chal mio signor dia sepultura. 12 E se pur pascer vòi fiere ed augelli, che n te il furor sia del teban Creonte, fa lor convito di miei membri, e quelli sepelir lascia del figliuol dAlmonte. - Così dicea Medor con modi belli, e con parole atte a voltare un monte; e sì commosso già Zerbino avea, che damor tutto e di pietade ardea. 13 In questo mezzo un cavallier villano, avendo al suo signor poco rispetto, ferì con una lancia sopra mano al supplicante il delicato petto. Spiacque a Zerbin latto crudele e strano; tanto più, che del colpo il giovinetto vide cader sì sbigottito e smorto, che n tutto giudicò che fosse morto. 14 E se ne sdegnò in guisa e se ne dolse, che disse: - Invendicato già non fia! - e pien di mal talento si rivolse al cavallier che fe limpresa ria: ma quel prese vantaggio, e se gli tolse dinanzi in un momento, e fuggì via. Cloridan, che Medor vede per terra, salta del bosco a discoperta guerra. 15 E getta larco, e tutto pien di rabbia tra gli nimici il ferro intorno gira, più per morir, che per pensier chegli abbia di far vendetta che pareggi lira. Del proprio sangue rosseggiar la sabbia fra tante spade, e al fin venir si mira; e tolto che si sente ogni potere, si lascia a canto al suo Medor cadere. 16 Seguon gli Scotti ove la guida loro per lalta selva alto disdegno mena, poi che lasciato ha luno e laltro Moro, lun morto in tutto, e laltro vivo a pena. Giacque gran pezzo il giovine Medoro, spicciando il sangue da sì larga vena, che di sua vita al fin saria venuto, se non sopravenia chi gli diè aiuto. 17 Gli sopravenne a caso una donzella, avolta in pastorale ed umil veste, ma di real presenza e in viso bella, dalte maniere e accortamente oneste. Tanto è chio non ne dissi più novella, cha pena riconoscer la dovreste: questa, se non sapete, Angelica era, del gran Can del Catai la figlia altiera. 18 Poi che l suo annello Angelica riebbe, di che Brunel lavea tenuta priva, in tanto fasto, in tanto orgoglio crebbe, chesser parea di tutto l mondo schiva. Se ne va sola, e non si degnerebbe compagno aver qual più famoso viva: si sdegna a rimembrar che già suo amante abbia Orlando nomato, o Sacripante. 19 E sopra ognaltro error via più pentita era del ben che già a Rinaldo volse, troppo parendole essersi avilita, cha riguardar sì basso gli occhi volse. Tantarroganza avendo Amor sentita, più lungamente comportar non volse: dove giacea Medor, si pose al varco, e laspettò, posto lo strale allarco. 20 Quando Angelica vide il giovinetto languir ferito, assai vicino a morte, che del suo re che giacea senza tetto, più che del proprio mal si dolea forte; insolita pietade in mezzo al petto si sentì entrar per disusate porte, che le fe il duro cor tenero e molle, e più, quando il suo caso egli narrolle. 21 E rivocando alla memoria larte chin India imparò già di chirugia (che par che questo studio in quella parte nobile e degno e di gran laude sia; e senza molto rivoltar di carte, che l patre ai figli ereditario il dia), si dispose operar con succo derbe, cha più matura vita lo riserbe. 22 E ricordossi che passando avea veduta unerba in una piaggia amena; fosse dittamo, o fosse panacea, o non so qual, di tal effetto piena, che stagna il sangue, e de la piaga rea leva ogni spasmo e perigliosa pena. La trovò non lontana, e quella colta, dove lasciato avea Medor, diè volta. 23 Nel ritornar sincontra in un pastore cha cavallo pel bosco ne veniva, cercando una iuvenca, che già fuore duo dì di mandra e senza guardia giva. Seco lo trasse ove perdea il vigore Medor col sangue che del petto usciva; e già navea di tanto il terren tinto, chera omai presso a rimanere estinto. 24 Del palafreno Angelica giù scese, e scendere il pastor seco fece anche. Pestò con sassi lerba, indi la prese, e succo ne cavò fra le man bianche; ne la piaga ninfuse, e ne distese e pel petto e pel ventre e fin a lanche: e fu di tal virtù questo liquore, che stagnò il sangue, e gli tornò il vigore; 25 e gli diè forza, che poté salire sopra il cavallo che l pastor condusse. Non però volse indi Medor partire prima chin terra il suo signor non fusse. E Cloridan col re fe sepelire; e poi dove a lei piacque si ridusse. Ed ella per pietà ne lumil case del cortese pastor seco rimase. 26 Né fin che nol tornasse in sanitade, volea partir: così di lui fe stima, tanto se intenerì de la pietade che nebbe, come in terra il vide prima. Poi vistone i costumi e la beltade, roder si sentì il cor dascosa lima; roder si sentì il core, e a poco a poco tutto infiammato damoroso fuoco. 27 Stava il pastore in assai buona e bella stanza, nel bosco infra duo monti piatta, con la moglie e coi figli; ed avea quella tutta di nuovo e poco inanzi fatta. Quivi a Medoro fu per la donzella la piaga in breve a sanità ritratta: ma in minor tempo si sentì maggiore piaga di questa avere ella nel core. 28 Assai più larga piaga e più profonda nel cor sentì da non veduto strale, che da begli occhi e da la testa bionda di Medoro aventò lArcier cha lale. Arder si sente, e sempre il fuoco abonda; e più cura laltrui che l proprio male: di sé non cura, e non è ad altro intenta, cha risanar chi lei fere e tormenta. 29 La sua piaga più sapre e più incrudisce, quanto più laltra si ristringe e salda. Il giovine si sana: ella languisce di nuova febbre, or agghiacciata, or calda. Di giorno in giorno in lui beltà fiorisce: la misera si strugge, come falda strugger di nieve intempestiva suole, chin loco aprico abbia scoperta il sole. 30 Se di disio non vuol morir, bisogna che senza indugio ella se stessa aiti: e ben le par che di quel chessa agogna, non sia tempo aspettar chaltri la nviti. Dunque, rotto ogni freno di vergogna, la lingua ebbe non men che gli occhi arditi: e di quel colpo domandò mercede, che, forse non sapendo, esso le diede. 31 O conte Orlando, o re di Circassia, vostra inclita virtù, dite, che giova? Vostro alto onor dite in che prezzo sia, o che mercé vostro servir ritruova. Mostratemi una sola cortesia che mai costei vusasse, o vecchia o nuova, per ricompensa e guidardone e merto di quanto avete già per lei sofferto. 32 Oh se potessi ritornar mai vivo, quanto ti parria duro, o re Agricane! che già mostrò costei sì averti a schivo con repulse crudeli ed inumane. O Ferraù, o mille altri chio non scrivo, chavete fatto mille pruove vane per questa ingrata, quanto aspro vi fôra, sa costu in braccio voi la vedesse ora! 33 Angelica a Medor la prima rosa coglier lasciò, non ancor tocca inante: né persona fu mai sì aventurosa, chin quel giardin potesse por le piante. Per adombrar, per onestar la cosa, si celebrò con cerimonie sante il matrimonio, chauspice ebbe Amore, e pronuba la moglie del pastore. 34 Fersi le nozze sotto allumil tetto le più solenni che vi potean farsi; e più dun mese poi stero a diletto i duo tranquilli amanti a ricrearsi. Più lunge non vedea del giovinetto la donna, né di lui potea saziarsi; né, per mai sempre pendergli dal collo, il suo disir sentia di lui satollo. 35 Se stava allombra o se del tetto usciva, avea dì e notte il bel giovine a lato: matino e sera or questa or quella riva cercando andava, o qualche verde prato: nel mezzo giorno un antro li copriva, forse non men di quel commodo e grato, chebber, fuggendo lacque, Enea e Dido, de lor secreti testimonio fido. 36 Fra piacer tanti, ovunque un arbor dritto vedesse ombrare o fonte o rivo puro, vavea spillo o coltel subito fitto; così, se vera alcun sasso men duro: ed era fuori in mille luoghi scritto, e così in casa in altritanti il muro, Angelica e Medoro, in vari modi legati insieme di diversi nodi. 37 Poi che le parve aver fatto soggiorno quivi più cha bastanza, fe disegno di fare in India del Catai ritorno, e Medor coronar del suo bel regno. Portava al braccio un cerchio doro, adorno di ricche gemme, in testimonio e segno del ben che l conte Orlando le volea; e portato gran tempo ve lavea. 38 Quel donò già Morgana a Ziliante, nel tempo che nel lago ascoso il tenne; ed esso, poi chal padre Monodante, per opra e per virtù dOrlando venne, lo diede a Orlando: Orlando chera amante, di porsi al braccio il cerchio dor sostenne, avendo disegnato di donarlo alla regina sua di chio vi parlo. 39 Non per amor del paladino, quanto perchera ricco e dartificio egregio, caro avuto lavea la donna tanto, che più non si può aver cosa di pregio. Se lo serbò ne lIsola del pianto, non so già dirvi con che privilegio, là dove esposta al marin mostro nuda fu da la gente inospitale e cruda. 40 Quivi non si trovando altra mercede chal buon pastor ed alla moglie dessi, che serviti gli avea con sì gran fede dal dì che nel suo albergo si fur messi, levò dal braccio il cerchio e gli lo diede, e volse per suo amor che lo tenessi. Indi saliron verso la montagna che divide la Francia da la Spagna. 41 Dentro a Valenza o dentro a Barcellona per qualche giorno avea pensato porsi, fin che accadesse alcuna nave buona che per Levante apparecchiasse a sciorsi. Videro il mar scoprir sotto a Girona ne lo smontar giù dei montani dorsi; e costeggiando a man sinistra il lito, a Barcellona andar pel camin trito. 42 Ma non vi giunser prima, chun uom pazzo giacer trovato in su lestreme arene, che, come porco, di loto e di guazzo tutto era brutto e volto e petto e schene. Costui si scagliò lor come cagnazzo chassalir forestier subito viene; e diè lor noia, e fu per far lor scorno. Ma di Marfisa a ricontarvi torno. 43 Di Marfisa, dAstolfo, d Aquilante, di Grifone e degli altri io vi vuo dire, che travagliati, e con la morte inante, mal si poteano incontra il mar schermire: che sempre più superba e più arrogante crescea fortuna le minacce e lire; e già durato era tre dì lo sdegno, né di placarsi ancor mostrava segno. 44 Castello e ballador spezza e fracassa londa nimica e l vento ognor più fiero: se parte ritta il verno pur ne lassa, la taglia e dona al mar tutta il nocchiero. Chi sta col capo chino in una cassa su la carta appuntando il suo sentiero a lume di lanterna piccolina, e chi col torchio giù ne la sentina. 45 Un sotto poppe, un altro sotto prora si tiene inanzi loriuol da polve: e torna a rivedere ogni mezzora quanto è già corso, ed a che via si volve: indi ciascun con la sua carta fuora a mezza nave il suo parer risolve, là dove a un tempo i marinari tutti sono a consiglio dal padron ridutti. 46 Chi dice: - Sopra Linmissò venuti siamo, per quel chio trovo, alle seccagne; - chi: - Di Tripoli appresso i sassi acuti, dove il mar le più volte i legni fragne; - chi dice: - Siamo in Satalia perduti, per cui più dun nocchier sospira e piagne. - Ciascun secondo il parer suo argomenta, ma tutti ugual timor preme e sgomenta. 47 Il terzo giorno con maggior dispetto gli assale il vento, e il mar più irato freme; e lun ne spezza e portane il trinchetto, e l timon laltro, e chi lo volge insieme. Ben è di forte e di marmoreo petto e più duro chacciar, chora non teme. Marfisa, che già fu tanto sicura, non negò che quel giorno ebbe paura. 48 Al monte Sinaì fu peregrino, a Gallizia promesso, a Cipro, a Roma, al Sepolcro, alla Vergine dEttino, e se celebre luogo altro si noma. Sul mare intanto, e spesso al ciel vicino lafflitto e conquassato legno toma, di cui per men travaglio avea il padrone fatto larbor tagliar de lartimone. 49 E colli e casse e ciò che vè di grave gitta da prora e da poppe e da sponde; e fa tutte sgombrar camere e giave, e dar le ricche merci allavide onde. Altri attende alle trombe, e a tor di nave lacque importune, e il mar nel mar rifonde; soccorre altri in sentina, ovunque appare legno da legno aver sdrucito il mare. 50 Stero in questo travaglio, in questa pena ben quattro giorni, e non avean più schermo; e navria avuto il mar vittoria piena, poco più che l furor tenesse fermo: ma diede speme lor daria serena la disiata luce di santo Ermo, chin prua suna cocchina a por si venne; che più non verano arbori né antenne. 51 Veduto fiammeggiar la bella face, singinocchiaro tutti i naviganti, e domandaro il mar tranquillo e pace con umidi occhi e con voci tremanti. La tempesta crudel, che pertinace fu sin allora, non andò più inanti: Maestro e Traversia più non molesta, e sol del mar tiràn Libecchio resta. 52 Questo resta sul mar tanto possente, e da la negra bocca in modo esala, ed è con lui sì il rapido corrente de lagitato mar chin fretta cala, che porta il legno più velocemente, che pelegrin falcon mai facesse ala, con timor del nocchier chal fin del mondo non lo trasporti, o rompa, o cacci al fondo. 53 Rimedio a questo il buon nocchier ritruova, che commanda gittar per poppa spere, e caluma la gomona, e fa pruova di duo terzi del corso ritenere. Questo consiglio, e più laugurio giova di chi avea acceso in proda le lumiere: questo il legno salvò che peria forse, e fe chin alto mar sicuro corse. 54 Nel golfo di Laiazzo invêr Soria sopra una gran città si trovò sorto, e sì vicino al lito, che scopria luno e laltro castel che serra il porto. Come il padron saccorse de la via che fatto avea, ritornò in viso smorto; che né porto pigliar quivi volea, né stare in alto, né fuggir potea. 55 Né potea stare in alto, né fuggire, che gli arbori e lantenne avea perdute: eran tavole e travi pel ferire del mar, sdrucite, macere e sbattute. E l pigliar porto era un voler morire, o perpetuo legarsi in servitute; che riman serva ogni persona, o morta, che quivi errore o ria fortuna porta. 56 E l stare in dubbio era con gran periglio che non salisser genti de la terra con legni armati, e al suo desson di piglio, mal atto a star sul mar, non cha far guerra. Mentre il padron non sa pigliar consiglio, fu domandato da quel dInghilterra, chi gli tenea sì lanimo suspeso, e perché già non avea il porto preso. 57 Il padron narrò lui che quella riva tutta tenean le femine omicide, di quai lantiqua legge ognun charriva in perpetuo tien servo, o che luccide; e questa sorte solamente schiva chi nel campo dieci uomini conquide, e poi la notte può assaggiar nel letto diece donzelle con carnal diletto. 58 E se la prima pruova gli vien fatta, e non fornisca la seconda poi, egli vien morto, e chi è con lui si tratta da zappatore o da guardian di buoi. Se di far luno e laltro è persona atta, impetra libertade a tutti i suoi; a sé non già, cha da restar marito di diece donne, elette a suo appetito. 59 Non poté udire Astolfo senza risa de la vicina terra il rito strano. Sopravien Sansonetto, e poi Marfisa, indi Aquilante, e seco il suo germano. Il padron parimente lor divisa la causa che dal porto il tien lontano: - Voglio (dicea) che inanzi il mar maffoghi, chio senta mai di servitude i gioghi. - 60 Del parer del padrone i marinari e tutti gli altri naviganti furo; ma Marfisa e compagni eran contrari, che, più che lacque, il lito avean sicuro. Via più il vedersi intorno irati i mari, che centomila spade, era lor duro. Parea lor questo e ciascun altro loco dovarme usar potean, da temer poco. 61 Bramavano i guerrier venire a proda, ma con maggior baldanza il duca inglese; che sa, come del corno il rumor soda, sgombrar dintorno si farà il paese. Pigliare il porto luna parte loda, e laltra il biasma, e sono alle contese; ma la più forte in guisa il padron stringe, chal porto, suo malgrado, il legno spinge. 62 Già, quando prima serano alla vista de la città crudel sul mar scoperti, veduto aveano una galea provista di molta ciurma e di nochieri esperti venire al dritto a ritrovar la trista nave, confusa di consigli incerti; che, lalta prora alle sua poppe basse legando, fuor de lempio mar la trasse. 63 Entrar nel porto remorchiando, e a forza di remi più che per favor di vele; però che lalternar di poggia e dorza avea levato il vento lor crudele. Intanto ripigliar la dura scorza i cavallieri e il brando lor fedele; ed al padrone ed a ciascun che teme non cessan dar con lor conforti speme. 64 Fatto è l porto a sembianza duna luna, e gira più di quattro miglia intorno: seicento passi è in bocca, ed in ciascuna parte una rocca ha nel finir del corno. Non teme alcuno assalto di fortuna, se non quando gli vien dal mezzogiorno. A guisa di teatro se gli stende la città a cerco, e verso il poggio ascende. 65 Non fu quivi sì tosto il legno sorto (già laviso era per tutta la terra), che fur seimila femine sul porto, con gli archi in mano, in abito di guerra; e per tor de la fuga ogni conforto, tra luna rocca e laltra il mar si serra: da navi e da catene fu rinchiuso, che tenean sempre istrutte a cotal uso. 66 Una che danni alla Cumea dApollo poté uguagliarsi e alla madre dEttorre, fe chiamare il padrone, e domandollo se si volean lasciar la vita torre, o se voleano pur al giogo il collo, secondo la costuma, sottoporre. Degli dua luno aveano a torre: o quivi tutti morire, o rimaner captivi. 67 - Gli è ver (dicea) che suom si ritrovasse tra voi così animoso e così forte, che contra dieci nostri uomini osasse prender battaglia, e desse lor la morte, e far con diece femine bastasse per una notte ufficio di consorte; egli si rimarria principe nostro, e gir voi ne potreste al camin vostro. 68 E sarà in vostro arbitrio il restar anco, vogliate o tutti o parte; ma con patto, che chi vorrà restare, e restar franco, marito sia per diece femine atto. Ma quando il guerrier vostro possa manco dei dieci che gli fian nimici a un tratto, o la seconda pruova non fornisca, vogliàn voi siate schiavi, egli perisca. - 69 Dove la vecchia ritrovar timore credea nei cavallier, trovò baldanza; che ciascun si tenea tal feritore, che fornir luno e laltro avea speranza: ed a Marfisa non mancava il core, ben che mal atta alla seconda danza; ma dove non laitasse la natura, con la spada supplir stava sicura. 70 Al padron fu commessa la risposta, prima conchiusa per commun consiglio: chavean chi lor potria di sé a lor posta ne la piazza e nel letto far periglio. Levan loffese, ed il nocchier saccosta, getta la fune e le fa dar di piglio; e fa acconciare il ponte, onde i guerrieri escono armati, e tranno i lor destrieri. 71 E quindi van per mezzo la cittade, e vi ritruovan le donzelle altiere, succinte cavalcar per le contrade, ed in piazza armeggiar come guerriere. Né calciar quivi spron, né cinger spade, né cosa darme puoi gli uomini avere, se non dieci alla volta, per rispetto de lantiqua costuma chio vho detto. 72 Tutti gli altri alla spola, allaco, al fuso, al pettine ed allaspo sono intenti, con vesti feminil che vanno giuso insin al piè, che gli fa molli e lenti. Si tengono in catena alcuni ad uso darar la terra o di guardar gli armenti. Son pochi i maschi, e non son ben, per mille femine, cento, fra cittadi e ville. 73 Volendo tôrre i cavallieri a sorte chi di lor debba, per commune scampo luna decina in piazza porre a morte, e poi laltra ferir ne laltro campo; non disegnavan di Marfisa forte, stimando che trovar dovesse inciampo ne la seconda giostra de la sera, chad averne vittoria abil non era. 74 Ma con gli altri esser volse ella sortita: or sopra lei la sorte in somma cade. Ella dicea: - Prima vho a por la vita, che vabbiate a por voi la libertade; ma questa spada (e lor la spada addita, che cinta avea) vi do per securtade chio vi sciorrò tutti glintrichi al modo che fe Alessandro il gordiano nodo. 75 Non vuo mai più che forestier si lagni di questa terra, fin che l mondo dura. - Così disse; e non potero i compagni torle quel che le dava sua aventura. Dunque, o chin tutto perda, o lor guadagni la libertà, le lasciano la cura. Ella di piastre già guernita e maglia, sappresentò nel campo alla battaglia. 76 Gira una piazza al sommo de la terra, di gradi a seder atti intorno chiusa; che solamente a giostre, a simil guerra, a cacce, a lotte, e non ad altro susa: quattro porte ha di bronzo, onde si serra. Quivi la moltitudine confusa de larmigere femine si trasse; e poi fu detto a Marfisa chentrasse. 77 Entrò Marfisa sun destrier leardo, tutto sparso di macchie e di rotelle, di piccol capo e danimoso sguardo, dandar superbo e di fattezze belle. Pel maggiore e più vago e più gagliardo, di mille che navea con briglie e selle, scelse in Damasco, e realmente ornollo, ed a Marfisa Norandin donollo. 78 Da mezzogiorno e da la porta daustro entrò Marfisa; e non vi stette guari, chappropinquare e risonar pel claustro udì di trombe acuti suoni e chiari: e vide poi di verso il freddo plaustro entrar nel campo i dieci suoi contrari. Il primo cavallier chapparve inante, di valer tutto il resto avea sembiante. 79 Quel venne in piazza sopra un gran destriero, che, fuor chin fronte e nel piè dietro manco, era, più che mai corbo, oscuro e nero: nel piè e nel capo avea alcun pelo bianco. Del color del cavallo il cavalliero vestito, volea dir che, come manco del chiaro era loscuro, era altretanto il riso in lui verso loscuro pianto. 80 Dato che fu de la battaglia il segno, nove guerrier laste chinaro a un tratto: ma quel dal nero ebbe il vantaggio a sdegno; si ritirò, né di giostrar fece atto. Vuol challe leggi inanzi di quel regno, challa sua cortesia, sia contrafatto. Si tra da parte e sta a veder le pruove chuna sola asta farà contra a nove. 81 Il destrier, chavea andar trito e soave, portò allincontro la donzella in fretta, che nel corso arrestò lancia sì grave, che quattro uomini avriano a pena retta. Lavea pur dianzi al dismontar di nave per la più salda in molte antenne eletta. Il fier sembiante con chella si mosse, mille facce imbiancò, mille cor scosse. 82 Aperse al primo che trovò sì il petto, che fôra assai che fosse stato nudo: gli passò la corazza e il soprapetto, ma prima un ben ferrato e grosso scudo. Dietro le spalle un braccio il ferro netto si vide uscir: tanto fu il colpo crudo. Quel fitto ne la lancia a dietro lassa, e sopra gli altri a tutta briglia passa. 83 E diede durto a chi venìa secondo, ed a chi terzo sì terribil botta, che rotto ne la schiena uscir del mondo fe luno e laltro, e de la sella a unotta; sì duro fu lincontro e di tal pondo, sì stretta insieme ne venìa la frotta. Ho veduto bombarde a quella guisa le squadre aprir, che fe lo stuol Marfisa. 84 Sopra di lei più lance rotte furo; ma tanto a quelli colpi ella si mosse, quanto nel giuoco de le cacce un muro si muova a colpi de le palle grosse. Lusbergo suo di tempra era sì duro, che non gli potean contra le percosse; e per incanto al fuoco de lInferno cotto, e temprato allacque fu dAverno. 85 Al fin del campo il destrier tenne e volse, e fermò alquanto: e in fretta poi lo spinse incontra gli altri, e sbarragliolli e sciolse, e di lor sangue insin allelsa tinse. Alluno il capo, allaltro il braccio tolse; e un altro in guisa con la spada cinse, che l petto in terra andò col capo ed ambe le braccia, e in sella il ventre era e le gambe. 86 Lo partì, dico, per dritta misura, de le coste e de lanche alle confine, e lo fe rimaner mezza figura, qual dinanzi allimagini divine, poste dargento, e più di cera pura son da genti lontane e da vicine, cha ringraziarle e sciorre il voto vanno de le domande pie chottenute hanno. 87 Ad uno che fuggia, dietro si mise, né fu a mezzo la piazza, che lo giunse; e l capo e l collo in modo gli divise, che medico mai più non lo raggiunse. In somma tutti un dopo laltro uccise, o ferì sì chogni vigor nemunse; e fu sicura che levar di terra mai più non si potrian per farle guerra. 88 Stato era il cavallier sempre in un canto, che la decina in piazza avea condutta; però che contra un solo andar con tanto vantaggio opra gli parve iniqua e brutta. Or che per una man torsi da canto vide sì tosto la compagna tutta, per dimostrar che la tardanza fosse cortesia stata e non timor, si mosse. 89 Con man fe cenno di volere, inanti che facesse altro, alcuna cosa dire; e non pensando in sì viril sembianti che savesse una vergine a coprire, le disse; - Cavalliero, omai di tanti esser déi stanco, chai fatto morire; e sio volessi, più di quel che sei, stancarti ancor, discortesia farei. 90 Che ti risposi in sino al giorno nuovo, e doman torni in campo, ti concedo. Non mi fia onor se teco oggi mi pruovo, che travagliato e lasso esser ti credo. - - Il travagliare in arme non mè nuovo, né per sì poco alla fatica cedo (disse Marfisa); e spero cha tuo costo io ti farò di questo aveder tosto. 91 De la cortese offerta ti ringrazio, ma riposare ancor non mi bisogna; e ci avanza del giorno tanto spazio, cha porlo tutto in ozio è pur vergogna. - Rispose il cavallier: - Fussio sì sazio dognaltra cosa che l mio core agogna, come tho in questo da saziar; ma vedi che non ti manchi il dì più che non credi. - 92 Così disse egli, e fe portare in fretta due grosse lance, anzi due gravi antenne; ed a Marfisa dar ne fe leletta: tolse laltra per sé, chindietro venne. Già sono in punto, ed altro non saspetta chun alto suon che lor la giostra accenne. Ecco la terra e laria e il mar rimbomba nel mover loro al primo suon di tromba. 93 Trar fiato, bocca aprir, o battere occhi non si vedea de riguardanti alcuno: tanto a mirare a chi la palma tocchi dei duo campioni, intento era ciascuno. Marfisa, acciò che de larcion trabocchi, sì che mai non si levi, il guerrier bruno, drizza la lancia; e il guerrier bruno forte studia non men di por Marfisa a morte. 94 Le lance ambe di secco e suttil salce, non di cerro sembrar grosso ed acerbo, così nandaro in tronchi fin al calce; e lincontro ai destrier fu sì superbo, che parimente parve da una falce de le gambe esser lor tronco ogni nerbo. Cadero ambi ugualmente; ma i campioni fur presti a disbrigarsi dagli arcioni. 95 A mille cavallieri alla sua vita al primo incontro avea la sella tolta Marfisa, ed ella mai non nera uscita; e nuscì, come udite, a questa volta. Del caso strano non pur sbigottita, ma quasi fu per rimanerne stolta. Parve anco strano al cavallier dal nero, che non solea cader già di leggiero. 96 Tocca avean nel cader la terra a pena, che furo in piedi e rinovar lassalto. Tagli e punte a furor quivi si mena, quivi ripara or scudo, or lama, or salto. Vada la botta vota o vada piena, laria ne stride e ne risuona in alto. Quelli elmi, quelli usberghi, quelli scudi mostrar cherano saldi più chincudi. 97 Se de laspra donzella il braccio è grave, né quel del cavallier nimico è lieve. Ben la misura ugual lun da laltro have: quanto a punto lun dà, tanto riceve. Chi vol due fiere audaci anime brave, cercar più là di queste due non deve, né cercar più destrezza né più possa; che nhan tra lor quanto più aver si possa. 98 Le donne, che gran pezzo mirato hanno continuar tante percosse orrende, e che nei cavallier segno daffanno e di stanchezza ancor non si comprende; dei duo miglior guerrier lode lor danno, che sien tra quanto il mar sua braccia estende. Par lor che, se non fosser più che forti, esser dovrian sol del travaglio morti. 99 Ragionando tra sé, dicea Marfisa: - Buon fu per me, che costui non si mosse; chandava a risco di restarne uccisa, se dianzi stato coi compagni fosse, quando io mi truovo a pena a questa guisa di potergli star contra alle percosse. - Così dice Marfisa; e tuttavolta non resta di menar la spada in volta. 100 - Buon fu per me (dicea quellaltro ancora), che riposar costui non ho lasciato. Difender me ne posso a fatica ora che de la prima pugna è travagliato. Se fin al nuovo dì facea dimora a ripigliar vigor, che saria stato? Ventura ebbi io, quanto più possa aversi, che non volesse tor quel chio gli offersi. - 101 La battaglia durò fin alla sera, né chi avesse anco il meglio era palese; né lun né laltro più senza lumiera saputo avria come schivar loffese. Giunta la notte, allinclita guerriera fu primo a dir il cavallier cortese: - Che faren, poi che con ugual fortuna nha sopragiunti la notte importuna? 102 Meglio mi par che l viver tuo prolunghi almeno insino a tanto che saggiorni. Io non posso concederti che aggiunghi fuor chuna notte picciola ai tua giorni. E di ciò che non gli abbi aver più lunghi, la colpa sopra me non vuo che torni: torni pur sopra alla spietata legge del sesso feminil che l loco regge. 103 Se di te duolmi e di questaltri tuoi, lo sa colui che nulla cosa ha oscura. Con tuoi compagni star meco tu puoi: con altri non avrai stanza sicura; perché la turba, a cu i mariti suoi oggi uccisi hai, già contra te congiura. Ciascun di questi a cui dato hai la morte, era di diece femine consorte. 104 Del danno chan da te ricevutoggi, disian novanta femine vendetta: sì che se meco ad albergar non poggi, questa notte assalito esser taspetta. - Disse Marfisa: - Accetto che malloggi, con sicurtà che non sia men perfetta in te la fede e la bontà del core, che sia lardire e il corporal valore. 105 Ma che tincresca che mabbi ad uccidere, ben ti può increscere anco del contrario. Fin qui non credo che labbi da ridere, perchio sia men di te duro avversario. O la pugna seguir vogli o dividere, o farla alluno o allaltro luminario, ad ogni cenno pronta tu mavrai, e come ed ogni volta che vorrai. - 106 Così fu differita la tenzone fin che di Gange uscisse il nuovo albore, e si restò senza conclusione chi dessi duo guerrier fosse il migliore. Ad Aquilante venne ed a Grifone e così agli altri il liberal signore, e li pregò che fin al nuovo giorno piacesse lor di far seco soggiorno. 107 Tenner lo nvito senza alcun sospetto: indi, a splendor de bianchi torchi ardenti, tutti saliro overa un real tetto, distinto in molti adorni alloggiamenti. Stupefatti al levarsi de lelmetto, mirandosi, restaro i combattenti; che l cavallier, per quanto apparea fuora, non eccedeva i diciotto anni ancora. 108 Si maraviglia la donzella, come in arme tanto un giovinetto vaglia; si maraviglia laltro, challe chiome savede con chi avea fatto battaglia: e si domandan lun con laltro il nome, e tal debito tosto si ragguaglia. Ma come si nomasse il giovinetto, ne laltro canto ad ascoltar vaspetto. |
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