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1 Il giusto Dio, quando i peccati nostri hanno di remission passato il segno, acciò che la giustizia sua dimostri uguale alla pietà, spesso dà regno a tiranni atrocissimi ed a mostri, e dà lor forza e di mal fare ingegno. Per questo Mario e Silla pose al mondo, e duo Neroni e Caio furibondo, 2 Domiziano e lultimo Antonino; e tolse da la immonda e bassa plebe, ed esaltò allimperio Massimino; e nascer prima fe Creonte a Tebe; e dié Mezenzio al populo Agilino, che fe di sangue uman grasse le glebe; e diede Italia a tempi men remoti in preda agli Unni, ai Longobardi, ai Goti. 3 Che dAtila dirò? che de liniquo Ezzellin da Roman? che daItri cento? che dopo un lungo andar sempre in obliquo, ne manda Dio per pena e per tormento. Di questo abbiàn non pur al tempo antiquo, ma ancora al nostro, chiaro esperimento, quando a noi, greggi inutili e malnati, ha dato per guardian lupi arrabbiati: 4 a cui non par chabbi a bastar lor fame, chabbi il lor ventre a capir tanta carne; e chiaman lupi di più ingorde brame da boschi oltramontani a divorarne. Di Trasimeno linsepulto ossame e di Canne e di Trebia poco parne verso quel che le ripe e i campi ingrassa, dovAda e Mella e Ronco e Tarro passa. 5 Or Dio consente che noi siàn puniti da populi di noi forse peggiori, per li multiplicati ed infiniti nostri nefandi, obbrobriosi errori. Tempo verrà cha depredar lor liti andremo noi, se mai saren migliori, e che i peccati lor giungano al segno, che leterna Bontà muovano a sdegno. 6 Doveano allora aver gli eccessi loro di Dio turbata la serena fronte, che scórse ogni lor luogo il Turco e l Moro con stupri, uccision, rapine ed onte: ma più di tutti gli altri danni, foro gravati dal furor di Rodomonte. Dissi chebbe di lui la nuova Carlo, e che n piazza venia per ritrovarlo. 7 Vede tra via la gente sua troncata, arsi i palazzi, e ruinati i templi, gran parte de la terra desolata; mai non si vider sì crudeli esempli. - Dove fuggite, turba spaventata? Non è tra voi chi l danno suo contempli? Che città, che refugio più vi resta, quando si perda sì vilmente questa? 8 Dunque un uom solo in vostra terra preso, cinto di mura onde non può fuggire, si partirà che non lavrete offeso, quando tutti vavrà fatto morire? - Così Carlo dicea, che dira acceso tanta vergogna non potea patire. E giunse dove inanti alla gran corte vide il pagan por la sua gente a morte. 9 Quivi gran parte era del populazzo, sperandovi trovare aiuto, ascesa; perché forte di mura era il palazzo, con munizion da far lunga difesa. Rodomonte, dorgoglio e dira pazzo, solo savea tutta la piazza presa: e luna man, che prezza il mondo poco, ruota la spada, e laltra getta il fuoco. 10 E de la regal casa, alta e sublime, percuote e risuonar fa le gran porte. Gettan le turbe da le eccelse cime e merli e torri, e si metton per morte. Guastare i tetti non è alcun che stime; e legne e pietre vanno ad una sorte, lastre e colonne, e le dorate travi che furo in prezzo agli lor padri e agli avi. 11 Sta su la porta il re dAlgier, lucente di chiaro acciar che l capo gli arma e l busto, come uscito di tenebre serpente, poi cha lasciato ogni squalor vetusto, del nuovo scoglio altiero, e che si sente ringiovenito e più che mai robusto: tre lingue vibra, ed ha negli occhi foco; dovunque passa, ognanimal dà loco. 12 Non sasso, merlo, trave, arco o balestra, né ciò che sopra il Saracin percuote, ponno allentar la sanguinosa destra che la gran porta taglia, spezza e scuote: e dentro fatto vha tanta finestra, che ben vedere e veduto esser puote dai visi impressi di color di morte, che tutta piena quivi hanno la corte. 13 Suonar per gli alti e spaziosi tetti sodono gridi e feminil lamenti: lafflitte donne, percotendo i petti, corron per casa pallide e dolenti; e abbraccian gli usci e i geniali letti che tosto hanno a lasciare a strane genti. Tratta la cosa era in periglio tanto, quando l re giunse, e suoi baroni accanto. 14 Carlo si volse a quelle man robuste chebbe altre volte a gran bisogni pronte. - Non sète quelli voi, che meco fuste contra Agolante (disse) in Aspramonte? Sono le forze vostre ora sì fruste, che, succideste lui, Troiano e Almonte con centomila, or ne temete un solo pur di quel sangue e pur di quello stuolo? 15 Perché debbo vedere in voi fortezza ora minor chio la vedessi allora? Mostrate a questo can vostra prodezza, a questo can che gli uomini devora. Un magnanimo cor morte non prezza, presta o tarda che sia, pur che ben muora. Ma dubitar non posso ove voi sète, che fatto sempre vincitor mavete. - 16 Al fin de le parole urta il destriero, con lasta bassa, al Saracino adosso. Mossesi a un tratto il paladino Ugiero, a un tempo Namo ed Ulivier si è mosso, Avino, Avolio, Otone e Berlingiero, chun senza laltro mai veder non posso: e ferir tutti sopra a Rodomonte e nel petto e nei fianchi e ne la fronte. 17 Ma lasciamo, per Dio, Signore, ormai di parlar dira e di cantar di morte; e sia per questa volta detto assai del Saracin non men crudel che forte: che tempo è ritornar dovio lasciai Grifon, giunto a Damasco in su le porte con Orrigille perfida, e con quello chadulter era, e non di lei fratello. 18 De le più ricche terre di Levante, de le più populose e meglio ornate si dice esser Damasco, che distante siede a Ierusalem sette giornate, in un piano fruttifero e abondante, non men giocondo il verno, che lestate. A questa terra il primo raggio tolle de la nascente aurora un vicin colle. 19 Per la città duo fiumi cristallini vanno inaffiando per diversi rivi un numero infinito di giardini, non mai di fior, non mai di fronde privi. Dicesi ancor, che macinar molini potrian far lacque lanfe che son quivi; e chi va per le vie vi sente, fuore di tutte quelle case, uscire odore. 20 Tutta coperta è la strada maestra di panni di diversi color lieti; e dodorifera erba, e di silvestra fronda la terra e tutte le pareti. Adorna era ogni porta, ogni finestra di finissimi drappi e di tapeti, ma più di belle e ben ornate donne di ricche gemme e di superbe gonne. 21 Vedeasi celebrar dentralle porte, in molti lochi, solazzevol balli; il popul, per le vie, di miglior sorte maneggiar ben guarniti e bei cavalli: facea più bel veder la ricca corte de signor, de baroni e de vasalli, con ciò che dIndia e deritree maremme di perle aver si può, doro e di gemme. 22 Venia Grifone e la sua compagnia mirando e quinci e quindi il tutto ad agio, quando fermolli un cavalliero in via, e gli fece smontare a un suo palagio; e per lusanza e per sua cortesia di nulla lasciò lor patir disagio. Li fe nel bagno entrar, poi con serena fronte gli accolse a sontuosa cena. 23 E narrò lor come il re Norandino, re di Damasco e di tutta Soria, fatto avea il paesano e l peregrino chordine avesse di cavalleria, alla giostra invitar, chal matutino del dì sequente in piazza si faria; e che savean valor pari al sembiante, potrian mostrarlo senza andar più inante. 24 Ancor che quivi non venne Grifone a questo effetto, pur lo nvito tenne; che qual volta se nabbia occasione, mostrar virtude mai non disconvenne. Interrogollo poi de la cagione di quella festa, e sella era solenne usata ognanno, o pure impresa nuova del re chi suoi veder volesse in pruova. 25 Rispose il cavallier: - La bella festa sha da far sempre ad ogni quarta luna: de laltre che verran, la prima è questa: ancora non se nè fatta più alcuna. Sarà in memoria che salvò la testa il re in tal giorno da una gran fortuna, dopo che quattro mesi in doglie e n pianti sempre era stato, e con la morte inanti. 26 Ma per dirvi la cosa pienamente, il nostro re, che Norandin sappella, molti e moltanni ha avuto il core ardente de la leggiadra e sopra ognaltra bella figlia del re di Cipro: e finalmente avutala per moglie, iva con quella, con cavallieri e donne in compagnia; e dritto avea il camin verso Soria. 27 Ma poi che fummo tratti a piene vele lungi dal porto nel Carpazio iniquo, la tempesta saltò tanto crudele, che sbigottì sin al padrone antiquo. Tre dì e tre notti andammo errando ne le minacciose onde per camino obliquo. Uscimo al fin nel lito stanchi e molli, tra freschi rivi, ombrosi e verdi colli. 28 Piantare i padiglioni, e le cortine fra gli arbori tirar facemo lieti. Sapparechiano i fuochi e le cucine; le mense daltra parte in su tapeti. Intanto il re cercando alle vicine valli era andato e a boschi più secreti, se ritrovasse capre o daini o cervi; e larco gli portar dietro duo servi. 29 Mentre aspettamo, in gran piacer sedendo, che da cacciar ritorni il signor nostro, vedemo lOrco a noi venir correndo lungo il lito del mar, terribil mostro. Dio vi guardi, signor, che l viso orrendo de lOrco agli occhi mai vi sia dimostro: meglio è per fama aver notizia desso, chandargli, si che lo veggiate, appresso. 30 Non gli può comparir quanto sia lungo, sì smisuratamente è tutto grosso. In luogo docchi, di color di fungo sotto la fronte ha duo coccole dosso. Verso noi vien (come vi dico) lungo il lito, e par chun monticel sia mosso. Mostra le zanne fuor, come fa il porco; ha lungo il naso, il sen bavoso e sporco. 31 Correndo viene, e l muso a guisa porta che l bracco suol, quando entra in su la traccia. Tutti che lo veggiam, con faccia smorta in fuga andamo ove il timor ne caccia. Poco il veder lui cieco ne conforta, quando, fiutando sol, par che più faccia, chaltri non fa, chabbia odorato e lume: e bisogno al fuggire eran le piume. 32 Corron chi qua chi là; ma poco lece da lui fuggir, veloce più che l Noto. Di quaranta persone, a pena diece sopra il navilio si salvaro a nuoto. Sotto il braccio un fastel dalcuni fece, né il grembio si lasciò né il seno voto; un suo capace zaino empissene anco, che gli pendea, come a pastor, dal fianco. 33 Portòci alla sua tana il mostro cieco, cavata in lito al mar dentruno scoglio. Di marmo così bianco è quello speco, come esser soglia ancor non scritto foglio. Quivi abitava una matrona seco, di dolor piena in vista e di cordoglio; ed avea in compagnia donne e donzelle dogni età, dogni sorte, e brutte e belle. 34 Era presso alla grotta in chegli stava, quasi alla cima del giogo superno, unaltra non minor di quella cava, dove del gregge suo facea governo. Tanto navea, che non si numerava; e nera egli il pastor lestate e l verno. Ai tempi suoi gli apriva e tenea chiuso, per spasso che navea, più che per uso. 35 Lumana carne meglio gli sapeva: e prima il fa veder challantro arrivi; che tre de nostri giovini chaveva, tutti li mangia, anzi trangugia vivi. Viene alla stalla, e un gran sasso ne leva: ne caccia il gregge, e noi riserra quivi. Con quel sen va dove il suol far satollo, sonando una zampogna chavea in collo. 36 Il signor nostro intanto ritornato alla marina, il suo danno comprende; che truova gran silenzio in ogni lato, voti frascati, padiglioni e tende. Né sa pensar chi sì labbia rubato; e pien di gran timore al lito scende, onde i nocchieri suoi vede in disparte sarpar lor ferri e in opra por le sarte. 37 Tosto chessi lui veggiono sul lito, il palischermo mandano a levarlo: ma non sì tosto ha Norandino udito de l Orco che venuto era a rubarlo, che, senza più pensar, piglia partito, dovunque andato sia, di seguitarlo. Vedersi tor Lucina sì gli duole, cho racquistarla, o non più viver vuole. 38 Dove vede apparir lungo la sabbia la fresca orma, ne va con quella fretta con che lo spinge lamorosa rabbia, fin che giunge alla tana chio vho detta; ove con tema la maggior che sabbia a patir mai, lOrco da noi saspetta: ad ogni suono di sentirlo parci, chaffamato ritorni a divorarci. 39 Quivi Fortuna il re da tempo guida, che senza lOrco in casa era la moglie. Come ella l vede: - Fuggine! (gli grida) misero te, se lOrco ti ci coglie! - - Coglia (disse) o non coglia, o salvi o uccida, che miserrimo i sia non mi si toglie. Disir mi mena, e non error di via, cho di morir presso alla moglie mia. - 40 Poi seguì, dimandandole novella di quei che prese lOrco in su la riva; prima degli altri, di Lucina bella, se lavea morta, o la tenea captiva. La donna umanamente gli favella, e lo conforta, che Lucina è viva, e che non è alcun dubbio chella muora; che mai femina lOrco non divora. 41 - Esser di ciò argumento ti possio, e tutte queste donne che son meco: né a me né a lor mai lOrco è stato rio, pur che non ci scostian da questo speco. A chi cerca fuggir, pon grave fio; né pace mai puon ritrovar più seco: o le sotterra vive, o lincatena, o fa star nude al sol sopra larena. 42 Quando oggi egli portò qui la tua gente, le femine dai maschi non divise; ma, sì come gli avea, confusamente dentro a quella spelonca tutti mise. Sentirà a naso il sesso differente. Le donne non temer che sieno uccise: gli uomini, siene certo; ed empieranne di quattro, il giorno, o sei, lavide canne. 43 Di levar lei di qui non ho consiglio che dar ti possa; e contentar ti puoi che ne la vita sua non è periglio: starà qui al ben e al mal chavremo noi. Ma vattene, per Dio, vattene, figlio, che lOrco non ti senta e non tingoi. Tosto che giunge, dognintorno annasa, e sente sin a un topo che sia in casa. - 44 Rispose il re, non si voler partire, se non vedea la sua Lucina prima; e che più tosto appresso a lei morire, che viverne lontan, faceva stima. Quando vede ella non potergli dire cosa che l muova da la voglia prima, per aiutarlo fa nuovo disegno, e ponvi ogni sua industria, ogni suo ingegno. 45 Morte avea in casa, e dogni tempo appese, con lor mariti, assai capre ed agnelle, onde a sé ed alle sue facea le spese; e dal tetto pendea più duna pelle. La donna fe che l re del grasso prese, chavea un gran becco intorno alle budelle, e che se nunse dal capo alle piante, fin che lodor cacciò chegli ebbe inante. 46 E poi che l tristo puzzo aver le parve, di che il fetido becco ognora sape, piglia lirsuta pelle, e tutto entrarve lo fe; chella è sì grande che lo cape. Coperto sotto a così strane larve, facendol gir carpon, seco lo rape là dove chiuso era dun sasso grave de la sua donna il bel viso soave. 47 Norandino ubidisce; ed alla buca de la spelonca ad aspettar si mette, acciò col gregge dentro si conduca; e fin a sera disiando stette. Ode la sera il suon de la sambuca, con che nvita a lassar lumide erbette, e ritornar le pecore allalbergo il fier pastor che lor venìa da tergo. 48 Pensate voi se gli tremava il core, quando lOrco sentì che ritornava, e che l viso crudel pieno dorrore vide appressare alluscio de la cava; ma poté la pietà più che l timore: sardea, vedete, o se fingendo amava. Vien lOrco inanzi, e leva il sasso, ed apre: Norandino entra fra pecore e capre. 49 Entrato il gregge, lOrco a noi descende; ma prima sopra sé luscio si chiude. Tutti ne va fiutando: al fin duo prende; che vuol cenar de le lor carni crude. Al rimembrar di quelle zanne orrende, non posso far chancor non trieme e sude. Partito lOrco, il re getta la gonna chavea di becco, e abbraccia la sua donna. 50 Dove averne piacer deve e conforto, vedendol quivi, ella nha affanno e noia: lo vede giunto ovha da restar morto; e non può far però chessa non muoia. - Con tutto l mal (diceagli) chio supporto, signor, sentia non mediocre gioia, che ritrovato non teri con nui quando da lOrco oggi qui tratta fui. 51 Che se ben il trovarmi ora in procinto duscir di vita mera acerbo e forte; pur mi sarei, come è commune istinto, dogliuta sol de la mia trista sorte: ma ora, o prima o poi che tu sia estinto, più mi dorrà la tua che la mia morte. - E seguitò, mostrando assai più affanno di quel di Norandin, che del suo danno. 52 - La speme (disse il re) mi fa venire, cho di salvarti, e tutti questi teco: e sio nol posso far, meglio è morire, che senza te, mio sol, viver poi cieco. Come io ci venni, mi potrò partire; e voi tuttaltri ne verrete meco, se non avrete, come io non ho avuto, schivo a pigliare odor danimal bruto. - 53 La fraude insegnò a noi, che contra il naso de lOrco insegnò a lui la moglie desso; di vestirci le pelli, in ogni caso chegli ne palpi ne luscir del fesso. Poi che di questo ognun fu persuaso; quanti de lun, quanti de laltro sesso ci ritroviamo, uccidian tanti becchi, quelli che più fetean, cheran più vecchi. 54 Ci ungemo i corpi di quel grasso opimo che ritroviamo allintestina intorno, e de lorride pelli ci vestimo. Intanto uscì da laureo albergo il giorno. Alla spelonca, come apparve il primo raggio del sol, fece il pastor ritorno; e dando spirto alle sonore canne, chiamò il suo gregge fuor de le capanne. 55 Tenea la mano al buco de la tana, acciò col gregge non uscissin noi: ci prendea al varco; e quando pelo o lana sentia sul dosso, ne lasciava poi. Uomini e donne uscimmo per sì strana strada, coperti daglirsuti cuoi: e lOrco alcun di noi mai non ritenne, fin che con gran timor Lucina venne. 56 Lucina, o fosse perchella non volle ungersi come noi, che schivo nebbe; o chavesse landar più lento e molle, che limitata bestia non avrebbe; o quando lOrco la groppa toccolle, gridasse per la tema che le accrebbe; o che se le sciogliessero le chiome; sentita fu, né ben so dirvi come. 57 Tutti eravam sì intenti al caso nostro, che non avemmo gli occhi agli altrui fatti. Io mi rivolsi al grido; e vidi il mostro che già glirsuti spogli le avea tratti, e fattola tornar nel cavo chiostro. Noi altri dentro a nostre gonne piatti col gregge andamo ove l pastor ci mena, tra verdi colli in una piaggia amena. 58 Quivi attendiamo infin che steso allombra dun bosco opaco il nasuto Orco dorma. Chi lungo il mar, chi verso l monte sgombra: sol Norandin non vuol seguir nostrorma. Lamor de la sua donna sì lo ngombra, challa grotta tornar vuol fra la torma, né partirsene mai sin alla morte, se non racquista la fedel consorte: 59 che quando dianzi avea alluscir del chiuso vedutala restar captiva sola, fu per gittarsi, dal dolor confuso, spontaneamente al vorace Orco in gola; e si mosse, e gli corse infino al muso, né fu lontano a gir sotto la mola: ma pur lo tenne in mandra la speranza chavea di trarla ancor di quella stanza. 60 La sera, quando alla spelonca mena il gregge lOrco, e noi fuggiti sente, e cha da rimaner privo di cena, chiama Lucina dogni mal nocente, e la condanna a star sempre in catena allo scoperto in sul sasso eminente. Vedela il re per sua cagion patire, e si distrugge, e sol non può morire. 61 Matina e sera linfelice amante la può veder come saffliga e piagna; che le va misto fra le capre avante, torni alla stalla o torni alla campagna. Ella con viso mesto e supplicante gli accenna che per Dio non vi rimagna, perché vi sta a gran rischio de la vita, né però a lei può dare alcuna aita. 62 Così la moglie ancor de lOrco priega il re che se ne vada, ma non giova; che dandar mai senza Lucina niega, e sempre più costante si ritruova. In questa servitude, in che lo lega Pietate e Amor, stette con lunga pruova tanto, cha capitar venne a quel sasso il figlio dAgricane e l re Gradasso. 63 Dove con loro audacia tanto fenno, che liberaron la bella Lucina; ben che vi fu aventura più che senno: e la portar correndo alla marina; e al padre suo, che quivi era, la denno: e questo fu ne lora matutina, che Norandin con laltro gregge stava a ruminar ne la montana cava. 64 Ma poi che l giorno aperta fu la sbarra, e seppe il re la donna esser partita (che la moglie de lOrco gli lo narra), e come a punto era la cosa gita; grazie a Dio rende, e con voto ninarra, chessendo fuor di tal miseria uscita, faccia che giunga onde per arme possa, per prieghi o per tesoro, esser riscossa. 65 Pien di letizia va con laltra schiera del simo gregge, e viene ai verdi paschi; e quivi aspetta fin challombra nera il mostro per dormir ne lerba caschi. Poi ne vien tutto il giorno e tutta sera; e al fin sicur che lOrco non lo ntaschi, sopra un navilio monta in Satalia; e son tre mesi charrivò in Soria. 66 In Rodi, in Cipro, e per città e castella e dAfrica e dEgitto e di Turchia, il re cercar fe di Lucina bella; né fin laltrieri aver ne poté spia. Laltrier nebbe dal suocero novella, che seco lavea salva in Nicosia, dopo che molti dì vento crudele era stato contrario alle sue vele. 67 Per allegrezza de la buona nuova prepara il nostro re la ricca festa; e vuol chad ogni quarta luna nuova, una se nabbia a far simile a questa: che la memoria rifrescar gli giova dei quattro mesi che n irsuta vesta fu tra il gregge de lOrco; e un giorno, quale sarà dimane, uscì di tanto male. 68 Questo chio vho narrato, in parte vidi, in parte udi da chi trovossi al tutto; dal re, vi dico, che calende ed idi vi stette, fin che volse in riso il lutto: e se nudite mai far altri gridi, direte a chi gli fa, che mal nè istrutto. - Il gentiluomo in tal modo a Grifone de la festa narrò lalta cagione. 69 Un gran pezzo di notte si dispensa dai cavallieri in tal ragionamento; e conchiudon chamore e pietà immensa mostrò quel re con grande esperimento. Andaron, poi che si levar da mensa, ove ebbon grato e buono alloggiamento. Nel seguente matin sereno e chiaro, al suon de lallegrezze si destaro. 70 Vanno scorrendo timpani e trombette, e ragunando in piazza la cittade. Or, poi che de cavalli e de carrette e ribombar de gridi odon le strade, Grifon le lucide arme si rimette, che son di quelle che si trovan rade; che lavea impenetrabili e incantate la Fata bianca di sua man temprate. 71 Quel dAntiochia, più dognaltro vile, armossi seco, e compagnia gli tenne. Preparate avea lor loste gentile nerbose lance, e salde e grosse antenne, e del suo parentado non umìle compagnia tolta; e seco in piazza venne; e scudieri a cavallo, e alcuni a piede, a tal servigi attissimi, lor diede. 72 Giunsero in piazza, e trassonsi in disparte, né pel campo curar far di sé mostra, per veder meglio il bel popul di Marte, chad uno, o a dua, o a tre, veniano in giostra. Chi con colori accompagnati ad arte letizia o doglia alla sua donna mostra; chi nel cimier, chi nel dipinto scudo disegna Amor, se lha benigno o crudo. 73 Soriani in quel tempo aveano usanza darmarsi a questa guisa di Ponente. Forse ve gli inducea la vicinanza che de Franceschi avean continuamente, che quivi allor reggean la sacra stanza dove in carne abitò Dio onnipotente; chora i superbi e miseri cristiani, con biasmi lor, lasciano in man de cani. 74 Dove abbassar dovrebbono la lancia in augumento de la santa fede, tra lor si dan nel petto e ne la pancia a destruzion del poco che si crede. Voi, gente ispana, e voi, gente di Francia, volgete altrove, e voi, Svizzeri, il piede, e voi, Tedeschi, a far più degno acquisto; che quanto qui cercate è già di Cristo. 75 Se Cristianissimi esser voi volete, e voi altri Catolici nomati, perché di Cristo gli uomini uccidete? perché de beni lor son dispogliati? Perché Ierusalem non riavete, che tolto è stato a voi da rinegati? Perché Costantinopoli e del mondo la miglior parte occupa il Turco immondo? 76 Non hai tu, Spagna, lAfrica vicina, che tha via più di questa Italia offesa? E pur, per dar travaglio alla meschina, lasci la prima tua sì bella impresa. O dogni vizio fetida sentina, dormi, Italia imbriaca, e non ti pesa chora di questa gente, ora di quella che già serva ti fu, sei fatta ancella? 77 Se l dubbio di morir ne le tue tane, Svizzer, di fame, in Lombardia ti guida, e tra noi cerchi o chi ti dia del pane, o, per uscir dinopia, chi tuccida; le richezze del Turco hai non lontane: caccial dEuropa, o almen di Grecia snida; così potrai o del digiuno trarti, o cader con più merto in quelle parti. 78 Quel cha te dico, io dico al tuo vicino tedesco ancor; là le richezze sono, che vi portò da Roma Costantino: portonne il meglio, e fe del resto dono. Pattolo ed Ermo onde si tra lor fino, Migdonia e Lidia, e quel paese buono per tante laudi in tante istorie noto, non è, sandar vi vuoi, troppo remoto. 79 Tu, gran Leone, a cui premon le terga de le chiavi del ciel le gravi some, non lasciar che nel sonno si sommerga Italia, se la man lhai ne le chiome. Tu sei Pastore; e Dio tha quella verga data a portare, e scelto il fiero nome, perché tu ruggi, e che le braccia stenda, sì che dai lupi il grege tuo difenda. 80 Ma dun parlar ne laltro, ove sono ito si lungi, dal camin chio faceva ora? Non lo credo però sì aver smarrito, chio non lo sappia ritrovare ancora. Io dicea chin Soria si tenea il rito darmarsi, che i Franceschi aveano allora: sì che bella in Damasco era la piazza di gente armata delmo e di corazza. 81 Le vaghe donne gettano dai palchi sopra i giostranti fior vermigli e gialli, mentre essi fanno a suon degli oricalchi levare a salti ed aggirar cavalli. Ciascuno, o bene o mal chegli cavalchi, vuol far quivi vedersi, e sprona e dàlli: di chaltri ne riporta pregio e lode; mentre altri a riso, e gridar dietro sode. 82 De la giostra era il prezzo unarmatura che fu donata al re pochi dì inante, che su la strada ritrovò a ventura, ritornando dArmenia, un mercatante. Il re di nobilissima testura le sopraveste allarme aggiunse, e tante perle vi pose intorno e gemme ed oro, che la fece valer molto tesoro. 83 Se conosciute il re quellarme avesse, care avute lavria sopra ogni arnese; né in premio de la giostra lavria messe, come che liberal fosse e cortese. Lungo saria chi raccontar volesse chi lavea sì sprezzate e vilipese, che n mezzo de la strada le lasciasse, preda chiunque o inanzi o indietro andasse. 84 Di questo ho da contarvi più di sotto: or dirò di Grifon, challa sua giuuta un paio e più di lance trovò rotto, menato più dun taglio e duna punta. Dei più cari e più fidi al re fur otto che quivi insieme avean lega congiunta; gioveni; in arme pratichi ed industri, tutti o signori o di famiglie illustri. 85 Quei rispondean ne la sbarrata piazza per un dì, ad uno ad uno, a tutto l mondo, prima con lancia, e poi con spada o mazza, fin chal re di guardarli era giocondo; e si foravan spesso la corazza: per giuoco in somma qui facean, secondo fan gli nimici capitali, eccetto che potea il re partirli a suo diletto. 86 Quel dAntiochia, un uom senza ragione, che Martano il codardo nominosse, come se de la forza di Grifone, poi chera seco, participe fosse, audace entrò nel marziale agone; e poi da canto ad aspettar fermosse, sin che finisce una battaglia fiera che tra duo cavallier cominciata era. 87 Il signor di Seleucia, di quelluno, cha sostener limpresa aveano tolto, combattendo in quel tempo con Ombruno, lo ferì duna punta in mezzo l volto, sì che luccise: e pietà nebbe ognuno, perché buon cavallier lo tenean molto; ed oltra la bontade, il più cortese non era stato in tutto quel paese. 88 Veduto ciò, Martano ebbe paura che parimente a sé non avvenisse; e ritornando ne la sua natura, a pensar cominciò come fugisse. Grifon, che gli era appresso e navea cura, lo spinse pur, poi chassai fece e disse, contra un gentil guerrier che sera mosso, come si spinge il cane al lupo adosso; 89 che dieci passi gli va dietro o venti, e poi si ferma, ed abbaiando guarda come digrigni i minacciosi denti, come negli occhi orribil fuoco gli arda. Quivi overano e principi presenti e tanta gente nobile e gagliarda, fuggì lo ncontro il timido Martano, e torse l freno e l capo a destra mano. 90 Pur la colpa potea dar al cavallo, chi di scusarlo avesse tolto il peso; ma con la spada poi fe sì gran fallo, che non lavria Demostene difeso. Di carta armato par, non di metallo; sì teme da ogni colpo essere offeso. Fuggesi al fine, e gli ordini disturba, ridendo intorno a lui tutta la turba. 91 Il batter de le mani, il grido intorno se gli levò del populazzo tutto. Come lupo cacciato, fe ritorno Martano in molta fretta al suo ridutto. Resta Grifone; e gli par de lo scorno del suo compagno esser macchiato e brutto: esser vorrebbe stato in mezzo il foco, più tosto che trovarsi in questo loco. 92 Arde nel core, e fuor nel viso avampa, come sia tutta sua quella vergogna; perché lopere sue di quella stampa vedere aspetta il populo ed agogna: sì che rifulga chiara più che lampa sua virtù, questa volta gli bisogna; chunoncia, un dito sol derror che faccia, per la mala impression parrà sei braccia. 93 Già la lancia avea tolta su la coscia Grifon, cherrare in arme era poco uso: spinse il cavallo a tutta briglia, e poscia chalquanto andato fu, la messe suso, e portò nel ferire estrema angoscia al baron di Sidonia, chandò guiso. Ognun maravigliando in pié si leva; che l contrario di ciò tutto attendeva. 94 Tornò Grifon con la medesma antenna, che ntiera e ferma ricovrata avea, ed in tre pezzi la roppe alla penna de lo scudo al signor di Lodicea. Quel per cader tre volte e quattro accenna, che tutto steso alla groppa giacea: pur rilevato al fin la spada strinse, voltò il cavallo, e vêr Grifon si spinse. 95 Grifon, che l vede in sella, e che non basta sì fiero incontro perché a terra vada, dice fra sé: - Quel che non poté lasta, in cinque colpi o n sei farà la spada. - E su la tempia subito lattasta dun dritto tal, che par che dal ciel cada; e un altro gli accompagna e un altro appresso, tanto che lha stordito e in terra messo. 96 Quivi erano dApamia duo germani, soliti in giostra rimaner di sopra, Tirse e Corimbo; ed ambo per le mani del figlio dUliver cader sozzopra. Luno gli arcion lascia allo scontro vani; con laltro messa fu la spada in opra. Già per commun giudicio si tien certo che di costui fia de la giostra il merto. 97 Ne la lizza era entrato Salinterno, gran diodarro e maliscalco regio, e che di tutto l regno avea il governo, e di sua mano era guerriero egregio. Costui, sdegnoso chun guerriero esterno debba portar di quella giostra il pregio, piglia una lancia, e verso Grifon grida, e molto minacciandolo lo sfida. 98 Ma quel con un lancion gli fa risposta, chavea per lo miglior fra dieci eletto, e per non far error, lo scudo apposta, e via lo passa e la corazza e l petto: passa il ferro crudel tra costa e costa, e fuor pel tergo un palmo esce di netto. Il colpo, eccetto al re, fu a tutti caro; chognuno odiava Salinterno avaro. 99 Grifone, appresso a questi, in terra getta duo di Damasco, Ermofilo e Carmondo. La milizia del re dal primo è retta; del mar grande almiraglio è quel secondo. Lascia allo scontro lun la sella in fretta: adosso allaltro si riversa il pondo del rio destrier, che sostener non puote lalto valor con che Grifon percuote. 100 Il signor di Seleucia ancor restava, miglior guerrier di tutti gli altri sette; e ben la sua possanza accompagnava con destrier buono e con arme perfette. Dove de lelmo la vista si chiava, lasta allo scontro luno e laltro mette; pur Grifon maggior colpo al pagan diede, che lo fe staffeggiar dal manco piede. 101 Gittaro i tronchi, e si tornaro adosso pieni di molto ardir coi brandi nudi. Fu il pagan prima da Grifon percosso dun colpo che spezzato avria glincudi. Con quel fender si vide e ferro ed osso dun cheletto savea tra mille scudi; e se non era doppio e fin larnese, ferìa la coscia ove cadendo scese. 102 Ferì quel di Seleucia alla visera Grifone a un tempo; e fu quel colpo tanto, che lavria aperta e rotta, se non era fatta, come laltrarme, per incanto. Gli è un perder tempo che l pagan più fera: così son larme dure in ogni canto: e n più parti Grifon già fessa e rotta ha larmatura a lui, né perde botta. 103 Ognun potea veder quanto di sotto il signor di Seleucia era a Grifone; e se partir non li fa il re di botto, quel che sta peggio, la vita vi pone. Fe Norandino alla sua guardia motto chentrasse a distaccar laspra tenzone. Quindi fu luno, e quindi laltro tratto; e fu lodato il re di sì buon atto. 104 Gli otto che dianzi avean col mondo impresa, e non potuto durar poi contra uno, avendo mal la parte lor difesa, usciti eran dal campo ad uno ad uno. Gli altri cheran venuti a lor contesa, quivi restar senza contrasto alcuno, avendo lor Grifon, solo, interrotto quel che tutti essi avean da far contra otto. 105 E durò quella festa così poco, chin men dunora il tutto fatto sera: ma Norandin, per far più lungo il giuoco e per continuarlo infino a sera, dal palco scese, e fe sgombrare il loco; e poi divise in due la grossa schiera, indi, secondo il sangue e la lor prova, gli andò accoppiando, e fe una giostra nova. 106 Grifone intanto avea fatto ritorno alla sua stanza pien dira e di rabbia e più gli preme di Martan lo scorno che non giova lonor chesso vinto abbia. Quivi, per tor lobbrobrio chavea intorno, Martano adopra le mendaci labbia: e lastuta e bugiarda meretrice, come meglio sapea, gli era adiutrice. 107 O sì o no che l giovin gli credesse, pur la scusa accettò, come discreto: e pel suo meglio allora allora elesse quindi levarsi tacito e secreto, per tema che, se l populo vedesse Martano comparir, non stesse cheto. Così per una via nascosa e corta usciro al camin lor fuor de la porta. 108 Grifone, o chegli o che l cavallo fosse stanco, o gravasse il sonno pur le ciglia, al primo albergo che trovar, fermosse, che non erano andati oltre a dua miglia. Si trasse lelmo, e tutto disarmosse, e trar fece a cavalli e sella e briglia; e poi serrossi in camera soletto, e nudo per dormire entrò nel letto. 109 Non ebbe così tosto il capo basso, che chiuse gli occhi, e fu dal sonno oppresso così profundamente, che mai tasso né ghiro mai saddormentò quanto esso. Martano in tanto ed Orrigille a spasso entraro in un giardin chera lì appresso; ed un inganno ordir, che fu il più strano che mai cadesse in sentimento umano. 110 Martano disegnò torre il destriero, i panni e larme che Grifon sha tratte; e andare inanzi al re pel cavalliero che tante pruove avea giostrando fatte. Leffetto ne seguì, fatto il pensiero: tolle il destrier più candido che latte, scudo e cimiero ed arme e sopraveste, e tutte di Grifon linsegne veste. 111 Con gli scudieri e con la donna, dove era il popolo ancora, in piazza venne; e giunse a tempo che finian le pruove di girar spade e darrestare antenne. Commanda il re che l cavallier si truove, che per cimier avea le bianche penne, bianche le vesti e bianco il corridore; che l nome non sapea del vincitore. 112 Colui chindosso il non suo cuoio aveva, come lasino già quel del leone, chiamato, se nandò, come attendeva, a Norandino, in loco di Grifone. Quel re cortese incontro se gli leva, labbraccia e bacia, e allato se lo pone: né gli basta onorarlo e dargli loda, che vuol che l suo valor per tutto soda. 113 E fa gridarlo al suon degli oricalchi vincitor de la giostra di quel giorno. Lalta voce ne va per tutti i palchi, che l nome indegno udir fa dognintorno. Seco il re vuol cha par a par cavalchi, quando al palazzo suo poi fa ritorno; e di sua grazia tanto gli comparte, che basteria, se fosse Ercole o Marte. 114 Bello ed ornato alloggiamento dielli in corte, ed onorar fece con lui Orrigille anco; e nobili donzelli mandò con essa, e cavallieri sui. Ma tempo è chanco di Grifon favelli, il qual né dal compagno né daltrui temendo inganno, addormentato sera, né mai si risvegliò fin alla sera. 115 Poi che fu desto, e che de lora tarda saccorse, uscì di camera con fretta, dove il falso cognato e la bugiarda Orrigille lasciò con laltra setta; e quando non gli truova, e che riguarda non vesser larme né i panni, sospetta; ma il veder poi più sospettoso il fece linsegne del compagno in quella vece. 116 Sopravien loste, e di colui linforma che già gran pezzo, di biancharme adorno, con la donna e col resto de la torma avea ne la città fatto ritorno. Truova Grifone a poco a poco lorma chascosa gli avea Amor fin a quel giorno; e con suo gran dolor vede esser quello adulter dOrrigille, e non fratello. 117 Di sua sciocchezza indarno ora si duole, chavendo il ver dal peregrino udito, lasciato mutar sabbia alle parole di chi lavea più volte già tradito. Vendicar si potea, né seppe; or vuole linimico punir, che gli è fuggito; ed è costretto con troppo gran fallo a tor di quel vil uom larme e l cavallo. 118 Eragli meglio andar senzarme e nudo, che porsi indosso la corazza indegna, o chimbracciar labominato scudo, o por su lelmo la beffata insegna; ma per seguir la meretrice e l drudo, ragione in lui pari al disio non regna. A tempo venne alla città, chancora il giorno avea quasi di vivo unora. 119 Presso alla porta ove Grifon venìa, siede a sinistra un splendido castello, che, più che forte e cha guerre atto sia, di ricche stanze è accommodato e bello. I re, i signori, i primi di Soria con alte donne in un gentil drappello celebravano quivi in loggia amena la real sontuosa e lieta cena. 120 La bella loggia sopra l muro usciva con lalta rocca fuor de la cittade; e lungo tratto di lontan scopriva i larghi campi e le diverse strade. Or che Grifon verso la porta arriva con quellarme dobbrobrio e di viltade, fu con non troppa aventurosa sorte dal re veduto e da tutta la corte: 121 e riputato quel di chavea insegna, mosse le donne e i cavallieri a riso. Il vil Martano, come quel che regna in gran favor, dopo l re è l primo assiso, e presso a lui la donna di sé degna; dai quali Norandin con lieto viso volse saper chi fosse quel codardo che così avea al suo onor poco riguardo; 122 che dopo una sì trista e brutta pruova, con tanta fronte or gli tornava inante. Dicea: - Questa mi par cosa assai nuova, chessendo voi guerrier degno e prestante, costui compagno abbiate, che non truova, di viltà, pari in terra di Levante. Il fate forse per mostrar maggiore, per tal contrario, il vostro alto valore. 123 Ma ben vi giuro per gli eterni dei, che se non fosse chio riguardo a vui, la publica ignominia gli farei, chio soglio fare agli altri pari a lui. Perpetua ricordanza gli darei, come ognor di viltà nimico fui. Ma sappia, simpunito se ne parte, grado a voi che l menaste in questa parte. - 124 Colui che fu de tutti i vizi il vaso, rispose: - Alto signor, dir non sapria chi sia costui; chio lho trovato a caso, venendo dAntiochia, in su la via. ll suo smnbiante mavea persuaso che fosse degno di mia compagnia; chintesa non navea pruova né vista, se non quella che fece oggi assai trista. 125 La qual mi spiacque sì, che restò poco, che per punir lestrema sua viltade, non gli facessi allora allora un gioco, che non toccasse più lance né spade: ma ebbi, più cha lui, rispetto al loco, e riverenza a vostra maestade. Né per me voglio che gli sia guadagno lessermi stato un giorno o dua compagno: 126 di che contaminato anco esser parme; e sopra il cor mi sarà eterno peso, se, con vergogna del mestier de larme, io lo vedrò da noi partire illeso: e meglio che lasciarlo, satisfarme potrete, se sarà dun merlo impeso; e fia lodevol opra e signorile, perchel sia esempio e specchio ad ogni vile. - 127 Al detto suo Martano Orrigille have, senza accennar, confermatrice presta. - Non son (rispose il re) lopre sì prave, chal mio parer vabbia dandar la testa. Voglio per pena del peccato grave, che sol rinuovi al populo la festa. - E tosto a un suo baron, che fe venire, impose quanto avesse ad esequire. 128 Quel baron molti armati seco tolse, ed alla porta de la terra scese; e quivi con silenzio li raccolse, e la venuta di Grifone attese: e ne lentrar sì dimproviso il colse, che fra i duo ponti a salvamento il prese; e lo ritenne con beffe e con scorno in una oscura stanza insin al giorno. 129 Il Sole a pena avea il dorato crine tolto di grembio alla nutrice antica, e cominciava da le piagge alpine a cacciar lombre e far la cima aprica; quando temendo il vil Martan chal fine Grifone ardito la sua causa dica, e ritorni la colpa ondera uscita, tolse licenza, e fece indi partita, 130 trovando idonia scusa al priego regio, che non stia allo spettacolo ordinato. Altri doni gli avea fatto, col pregio de la non sua vittoria, il signor grato; e sopra tutto un amplo privilegio, dovera daltri onori al sommo ornato. Lasciànlo andar; chio vi prometto certo, che la mercede avrà secondo il merto. 131 Fu Grifon tratto a gran vergogna in piazza, quando più si trovò piena di gente. Gli avean levato lelmo e la corazza, e lasciato in farsetto assai vilmente; e come il conducessero alla mazza, posto lavean sopra un carro eminente, che lento lento tiravan due vacche da lunga fame attenuate e fiacche. 132 Venian dintorno alla ignobil quadriga vecchie sfacciate e disoneste putte, di che nera una ed or unaltra auriga, e con gran biasmo lo mordeano tutte. Lo poneano i fanciulli in maggior briga, che, oltre le parole infami e brutte, lavrian coi sassi insino a morte offeso, se dai più saggi non era difeso. 133 Larme che del suo male erano state cagion, che di lui fer non vero indicio, da la coda del carro strascinate patian nel fango debito supplicio. Le ruote inanzi a un tribunal fermate gli fero udir de laltrui maleficio la sua ignominia, che n sugli occhi detta gli fu, gridando un publico trombetta. 134 Lo levar quindi, e lo mostrar per tutto dinanzi a templi, ad officine e a case, dove alcun nome scelerato e brutto, che non gli fosse detto, non rimase. Fuor de la terra allultimo cundutto fu da la turba, che si persuase bandirlo e cacciare indi a suon di busse, non conoscendo ben chegli si fusse. 135 Si tosto a pena gli sferraro i piedi e liberargli luna e laltra mano, che tor lo scudo ed impugnar gli vedi la spada, che rigò gran pezzo il piano. Non ebbe contra sé lance né spiedi; che senzarme venìa il populo insano. Ne laltro canto diferisco il resto; che tempo è omai, Signor, di finir questo. |
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