|
1 Tutti gli altri animai che sono in terra, o che vivon quieti e stanno in pace, o se vengono a rissa e si fan guerra, alla femina il maschio non la face: lorsa con lorso al bosco sicura erra, la leonessa appresso il leon giace; col lupo vive la lupa sicura, né la iuvenca ha del torel paura. 2 Chabominevol peste, che Megera è venuta a turbar gli umani petti? che si sente il marito e la mogliera sempre garrir dingiuriosi detti, stracciar la faccia e far livida e nera, bagnar di pianto i geniali letti; e non di pianto sol, ma alcuna volta di sangue gli ha bagnati lira stolta. 3 Parmi non sol gran mal, ma che luom faccia contra natura e sia di Dio ribello, che sinduce a percuotere la faccia di bella donna, o romperle un capello: ma chi le dà veneno, o chi le caccia lalma del corpo con laccio o coltello, chuomo sia quel non crederò in eterno, ma in vista umana uno spirto de linferno. 4 Cotali esser doveano i duo ladroni che Rinaldo cacciò da la donzella, da lor condotta in quei scuri valloni perché non se nudisse più novella. Io lasciai chella render le cagioni sapparechiava di sua sorte fella al paladin, che le fu buono amico: or, seguendo listoria, così dico. 5 La donna incominciò: - Tu intenderai la maggior crudeltade e la più espressa, chin Tebe e in Argo o chin Micene mai, o in loco più crudel fosse commessa. E se rotando il sole i chiari rai, qui men challaltre region sappressa, credo cha noi malvolentieri arrivi, perché veder sì crudel gente schivi. 6 Chagli nemici gli uomini sien crudi, in ogni età se nè veduto esempio; ma dar la morte a chi procuri e studi il tuo ben sempre, è troppo ingiusto ed empio. E acciò che meglio il vero io ti denudi, perché costor volessero far scempio degli anni verdi miei contra ragione, ti dirò da principio ogni cagione. 7 Voglio che sappi, signor mio, chessendo tenera ancora, alli servigi venni de la figlia del re, con cui crescendo, buon luogo in corte ed onorato tenni. Crudele Amore, al mio stato invidendo, fe che seguace, ahi lassa! gli divenni: fe dogni cavallier, dogni donzello parermi il duca dAlbania più bello. 8 Perché egli mostrò amarmi più che molto, io ad amar lui con tutto il cor mi mossi. Ben sode il ragionar, si vede il volto, ma dentro il petto mal giudicar possi. Credendo, amando, non cessai che tolto lebbi nel letto, e non guardai chio fossi di tutte le real camere in quella che più secreta avea Ginevra bella; 9 dove tenea le sue cose più care, e dove le più volte ella dormia. Si può di quella in sun verrone entrare, che fuor del muro al discoperto uscìa. Io facea il mio amator quivi montare; e la scala di corde onde salia io stessa dal verron giù gli mandai qual volta meco aver lo desiai: 10 che tante volte ve lo fei venire, quante Ginevra me ne diede lagio, che solea mutar letto, or per fuggire il tempo ardente, or il brumal malvagio. Non fu veduto dalcun mai salire; però che quella parte del palagio risponde verso alcune case rotte, dove nessun mai passa o giorno o notte. 11 Continuò per molti giorni e mesi tra noi secreto lamoroso gioco: sempre crebbe lamore; e sì maccesi, che tutta dentro io mi sentia di foco: e cieca ne fui sì, chio non compresi chegli fingeva molto, e amava poco; ancor che li suo inganni discoperti esser doveanmi a mille segni certi. 12 Dopo alcun dì si mostrò nuovo amante de la bella Ginevra. Io non so appunto sallora cominciasse, o pur inante de lamor mio, navesse il cor già punto. Vedi sin me venuto era arrogante, simperio nel mio cor saveva assunto; che mi scoperse, e non ebbe rossore chiedermi aiuto in questo nuovo amore. 13 Ben mi dicea chuguale al mio non era, né vero amor quel chegli avea a costei; ma simulando esserne acceso, spera celebrarne i legitimi imenei. Dal re ottenerla fia cosa leggiera, qualor vi sia la volontà di lei; che di sangue e di stato in tutto il regno non era, dopo il re, di lu il più degno. 14 Mi persuade, se per opra mia potesse al suo signor genero farsi (che veder posso che se nalzeria a quanto presso al re possa uomo alzarsi), che me navria buon merto, e non saria mai tanto beneficio per scordarsi; e challa moglie e chad ogni altro inante mi porrebbe egli in sempre essermi amante. 15 Io, chera tutta a satisfargli intenta, né seppi o volsi contradirgli mai, e sol quei giorni io mi vidi contenta, chaverlo compiaciuto mi trovai; piglio loccasion che sappresenta di parlar desso e di lodarlo assai; ed ogni industria adopro, ogni fatica, per far del mio amator Ginevra amica. 16 Feci col core e con leffetto tutto quel che far si poteva, e sallo Idio; né con Ginevra mai potei far frutto, chio le ponessi in grazia il duca mio: e questo, che ad amar ella avea indutto tutto il pensiero e tutto il suo disio un gentil cavallier, bello e cortese, venuto in Scozia di lontan paese; 17 che con un suo fratel ben giovinetto venne dItalia a stare in questa corte; si fe ne larme poi tanto perfetto, che la Bretagna non avea il più forte. Il re lamava, e ne mostrò leffetto; che gli donò di non picciola sorte castella e ville e iurisdizioni, e lo fe grande al par dei gran baroni. 18 Grato era al re, più grato era alla figlia quel cavallier chiamato Ariodante, per esser valoroso a maraviglia; ma più, chella sapea che lera amante. Né Vesuvio, né il monte di Siciglia, né Troia avampò mai di fiamme tante, quanto ella conoscea che per suo amore Ariodante ardea per tutto il core. 19 Lamar che dunque ella facea colui con cor sincero e con perfetta fede, fe che pel duca male udita fui; né mai risposta da sperar mi diede: anzi quanto io pregava più per lui e gli studiava dimpetrar mercede, ella, biasmandol sempre e dispregiando, se gli venìa più sempre inimicando. 20 Io confortai lamator mio sovente, che volesse lasciar la vana impresa; né si sperasse mai volger la mente di costei, troppo ad altro amore intesa: e gli feci conoscer chiaramente, come era sì dAriodante accesa, che quanta acqua è nel mar, piccola dramma non spegneria de la sua immensa fiamma. 21 Questo da me più volte Polinesso (che così nome ha il duca) avendo udito, e ben compreso e visto per se stesso che molto male era il suo amor gradito; non pur di tanto amor si fu rimesso, ma di vedersi un altro preferito, come superbo, così mal sofferse, che tutto in ira e in odio si converse. 22 E tra Ginevra e lamator suo pensa tanta discordia e tanta lite porre, e farvi inimicizia così intensa, che mai più non si possino comporre; e por Ginevra in ignominia immensa, donde non sabbia o viva o morta a torre: né de liniquo suo disegno meco volse o con altri ragionar, che seco. 23 Fatto il pensier: - Dalinda mia, - mi dice (che così son nomata) - saper dèi, che come suol tornar da la radice arbor che tronchi e quattro volte e sei; così la pertinacia mia infelice, ben che sia tronca dai successi rei, di germogliar non resta; che venire pur vorria a fin di questo suo desire. 24 E non lo bramo tanto per diletto, quanto perché vorrei vincer la pruova; e non possendo farlo con effetto, sio lo fo imaginando, anco mi giuova. Voglio, qual volta tu mi dài ricetto, quando allora Ginevra si ritruova nuda nel letto, che pigli ogni vesta chella posta abbia, e tutta te ne vesta. 25 Come ella sorna e come il crin dispone studia imitarla, e cerca il più che sai di parer dessa, e poi sopra il verrone a mandar giù la scala ne verrai. Io verrò a te con imaginazione che quella sii, di cui tu i panni avrai: e così spero, me stesso ingannando, venir in breve il mio desir sciemando. - 26 Così disse egli. Io che divisa e sevra e lungi era da me, non posi mente che questo in che pregando egli persevra, era una fraude pur troppo evidente; e dal verron, coi panni di Ginevra, mandai la scala onde salì sovente; e non maccorsi prima de linganno, che nera già tutto accaduto il danno. 27 Fatto in quel tempo con Ariodante il duca avea queste parole o tali (che grandi amici erano stati inante che per Ginevra si fesson rivali): - Mi maraviglio (incominciò il mio amante) chavendoti io fra tutti li mie uguali sempre avuto in rispetto e sempre amato, chio sia da te sì mal rimunerato. 28 Io son ben certo che comprendi e sai di Ginevra e di me lantiquo amore; e per sposa legittima oggimai per impetrarla son dal mio signore. Perché mi turbi tu? perché pur vai senza frutto in costei ponendo il core? Io ben a te rispetto avrei, per Dio, sio nel tuo grado fossi, e tu nel mio. - 29 - Ed io (rispose Ariodante a lui) di te mi maraviglio maggiormente; che di lei prima inamorato fui, che tu lavessi vista solamente: e so che sai quanto è lamor tra nui, chesser non può di quel che sia, più ardente; e sol dessermi moglie intende e brama: e so che certo sai chella non tama. 30 Perché non hai tu dunque a me il rispetto per lamicizia nostra, che domande cha te aver debba, e chio tavre in effetto, se tu fossi con lei di me più grande? Né men di te per moglie averla aspetto, se ben tu sei più ricco in queste bande: io non son meno al re, che tu sia, grato, ma più di te da la sua figlia amato. - 31 - Oh (disse il duca a lui), grande è cotesto errore a che tha il folle amor condutto! Tu credi esser più amato; io credo questo medesmo: ma si può veder al frutto. Tu fammi ciò chhai seco, manifesto, ed io il secreto mio taprirò tutto; e quel di noi che manco aver si veggia, ceda a chi vince, e daltro si provveggia. 32 E sarò pronto, se tu vuoi chio giuri di non dir cosa mai che mi riveli: così voglio chancor tu massicuri che quel chio ti dirò, sempre mi celi. - Venner dunque daccordo alli scongiuri, e poser le man sugli Evangeli: e poi che di tacer fede si diero, Ariodante incominciò primiero. 33 E disse per lo giusto e per lo dritto come tra sé e Ginevra era la cosa; chella gli avea giurato e a bocca e in scritto, che mai non saria ad altri, cha lui, sposa; e se dal re le venìa contraditto, gli promettea di sempre esser ritrosa da tutti gli altri maritaggi poi, e viver sola in tutti i giorni suoi: 34 e chesso era in speranza pel valore chavea mostrato in arme a più dun segno, ed era per mostrare a laude, a onore, a beneficio del re e del suo regno, di crescer tanto in grazia al suo signore, che sarebbe da lui stimato degno che la figliuola sua per moglie avesse, poi che piacer a lei così intendesse. 35 Poi disse: - A questo termine son io, né credo già chalcun mi venga appresso: né cerco più di questo, né desio de lamor dessa aver segno più espresso; né più vorrei, se non quanto da Dio per connubio legitimo è concesso: e saria invano il domandar più inanzi; che di bontà so come ognaltra avanzi. - 36 Poi chebbe il vero Ariodante esposto de la mercé chaspetta a sua fatica, Polinesso, che già savea proposto di far Ginevra al suo amator nemica, cominciò: - Sei da me molto discosto, e vo che di tua bocca anco tu l dica; e del mio ben veduta la radice, che confessi me solo esser felice. 37 Finge ella teco, né tama né prezza; che ti pasce di speme e di parole: oltra questo, il tuo amor sempre a sciochezza, quando meco ragiona, imputar suole. Io ben desserle caro altra certezza veduta nho, che di promesse e fole; e tel dirò sotto la fé in secreto, ben che farei più il debito a star cheto. 38 Non passa mese, che tre, quattro e sei e talor diece notti io non mi truovi nudo abbracciato in quel piacer con lei, challamoroso ardor par che sì giovi: sì che tu puoi veder sa piacer miei son daguagliar le ciance che tu pruovi. Cedimi dunque e daltro ti provedi, poi che sì inferior di me ti vedi. - 39 - Non ti vo creder questo (gli rispose Ariodante), e certo so che menti; e composto fra te thai queste cose, acciò che da limpresa io mi spaventi: ma perché a lei son troppo ingiuriose, questo chai detto sostener convienti; che non bugiardo sol, ma voglio ancora che tu sei traditor mostrarti or ora. - 40 Soggiunse il duca: - Non sarebbe onesto che noi volessen la battaglia torre di quel che tofferisco manifesto, quando ti piaccia, inanzi agli occhi porre. - Resta smarrito Ariodante a questo, e per lossa un tremor freddo gli scorre; e se creduto ben gli avesse a pieno, venìa sua vita allora allora meno. 41 Con cor trafitto e con pallida faccia, e con voce tremante e bocca amara rispose: - Quando sia che tu mi faccia veder questaventura tua sì rara, prometto di costei lasciar la traccia, a te sì liberale, a me sì avara: ma chio tel voglia creder non far stima, sio non lo veggio con questi occhi prima. - 42 - Quando ne sarà il tempo, avisarotti, - soggiunse Polinesso, e dipartisse. Non credo che passar più di due notti, chordine fu che l duca a me venisse. Per scoccar dunque i lacci che condotti avea sì cheti, andò al rivale, e disse che sascondesse la notte seguente tra quelle case ove non sta mai gente: 43 e dimostrogli un luogo a dirimpetto di quel verrone ove solea salire. Ariodante avea preso sospetto che lo cercasse far quivi venire, come in un luogo dove avesse eletto di por gli aguati, e farvelo morire, sotto questa finzion, che vuol mostrargli quel di Ginevra, chimpossibil pargli. 44 Di volervi venir prese partito, ma in guisa che di lui non sia men forte; perché accadendo che fosse assalito, si truovi sì, che non tema di morte. Un suo fratello avea saggio ed ardito, iI più famoso in arme de la corte, detto Lurcanio; e avea più cor con esso, che se dieci altri avesse avuto appresso. 45 Seco chiamollo, e volse che prendesse larme; e la notte lo menò con lui: non che l secreto suo già gli dicesse; né lavria detto ad esso, né ad altrui. Da sé lontano un trar di pietra il messe: - Se mi senti chiamar, vien (disse) a nui; ma se non senti, prima chio ti chiami, non ti partir di qui, frate, se mami. - 46 - Va pur, non dubitar, - disse il fratello: e così venne Ariodanle cheto, e si celò nel solitario ostello chera dincontro al mio verron secreto. Vien daltra parte il fraudolente e fello, che dinfamar Ginevra era sì lieto; e fa il segno, tra noi solito inante, a me che de linganno era ignorante. 47 Ed io con veste candida, e fregiata per mezzo a liste doro e dognintorno, e con rete pur dor, tutta adombrata di bei fiocchi vermigli al capo intorno (foggia che sol fu da Ginevra usata, non dalcunaltra), udito il segno, torno sopra il verron, chin modo era locato, che mi scopria dinanzi e dogni lato. 48 Lurcanio in questo mezzo dubitando che l fratello a pericolo non vada, o come è pur commun disio, cercando di spiar sempre ciò che ad altri accada; lera pian pian venuto seguitando, tenendo lombre e la più oscura strada: e a men di dieci passi a lui discosto, nel medesimo ostel sera riposto. 49 Non sappiendo io di questo cosa alcuna, venni al verron ne labito cho detto, sì come già venuta era più duna e più di due fiate a buono effetto. Le veste si vedean chiare alla luna; né dissimile essendo anchio daspetto né di persona da Ginevra molto, fece parere un per un altro il volto: 50 e tanto più, chera gran spazio in mezzo fra dove io venni a quelle inculte case ai dui fratelli, che stavano al rezzo, il duca agevolmente persuase quel chera falso. Or pensa in che ribrezzo Ariodante, in che dolor rimase. Vien Polinesso, e alla scala sappoggia che giù mandagli, e monta in su la loggia. 51 A prima giunta io gli getto le braccia al collo, chio non penso esser veduta; lo bacio in bocca e per tutta la faccia, come far soglio ad ogni sua venuta. Egli più de lusato si procaccia daccarezzarmi, e la sua fraude aiuta. Quellaltro al rio spettacolo condutto, misero sta lontano, e vede il tutto. 52 Cade in tanto dolor, che si dispone allora allora di voler morire: e il pome de la spada in terra pone, che su la punta si volea ferire. Lurcanio che con grande ammirazione avea veduto il duca a me salire, ma non già conosciuto chi si fosse, scorgendo latto del fratel, si mosse; 53 e gli vietò che con la propria mano non si passasse in quel furore il petto. Sera più tardo o poco più lontano, non giugnea a tempo, e non faceva effetto. - Ah misero fratel, fratello insano (gridò), perchai perduto lintelletto, chuna femina a morte trar ti debbia? chir possan tutte come al vento nebbia! 54 Cerca far morir lei, che morir merta, e serva a più tuo onor tu la tua morte. Fu damar lei, quando non tera aperta la fraude sua: or è da odiar ben forte, poi che con gli occhi tuoi tu vedi certa, quanto sia meretrice, e di che sorte. Serbi questarme che volti in te stesso, a far dinanzi al re tal fallo espresso. - 55 Quando si vede Ariodante giunto sopra il fratel, la dura impresa lascia; ma la sua intenzion da quel chassunto avea già di morir, poco saccascia. Quindi si leva, e porta non che punto, ma trapassato il cor destrema ambascia; pur finge col fratel, che quel furore non abbia più, che dianzi avea nel core. 56 Il seguente matin, senza far motto al suo fratello o ad altri, in via si messe da la mortal disperazion condotto; né di lui per più dì fu chi sapesse. Fuor che l duca e il fratello, ognaltro indotto era chi mosso al dipartir lavesse. Ne la casa del re di lui diversi ragionamenti e in tutta Scozia fersi. 57 In capo dotto o di più giorni in corte venne inanzi a Ginevra un viandante, e novelle arrecò di mala sorte: che sera in mar summerso Ariodante di volontaria sua libera morte, non per colpa di borea o di levante. Dun sasso che sul mar sporgea moltalto avea col capo in giù preso un gran salto. 58 Colui dicea: - Pria che venisse a questo, a me che a caso riscontrò per via, disse: - Vien meco, acciò che manifesto per te a Ginevra il mio successo sia; e dille poi, che la cagion del resto che tu vedrai di me, chor ora fia, è stato sol percho troppo veduto: felice, se senza occhi io fussi suto! - 59 Eramo a caso sopra Capobasso, che verso Irlanda alquanto sporge in mare. Così dicendo, di cima dun sasso lo vidi a capo in giù sottacqua andare. Io lo lasciai nel mare, ed a gran passo ti son venuto la nuova a portare. - Ginevra, sbigottita e in viso smorta, rimase a quello annunzio mezza morta. 60 Oh Dio, che disse e fece, poi che sola si ritrovò nel suo fidato letto! percosse il seno, e si stracciò la stola, e fece allaureo crin danno e dispetto; ripetendo sovente la parola chAriodante avea in estremo detto: che la cagion del suo caso empio e tristo tutta venìa per aver troppo visto. 61 Il rumor scorse di costui per tutto, che per dolor savea dato la morte. Di questo il re non tenne il viso asciutto, né cavallier né donna de la corte. Di tutti il suo fratel mostrò più lutto; e si sommerse nel dolor sì forte, chad esempio di lui, contra se stesso voltò quasi la man per irgli appresso. 62 E molte volte ripetendo seco, che fu Ginevra che l fratel gli estinse, e che non fu se non quellatto bieco che di lei vide, cha morir lo spinse; di voler vendicarsene sì cieco venne, e sì lira e sì il dolor lo vinse, che di perder la grazia vilipese, ed aver lodio del re e del paese. 63 E inanzi al re, quando era più di gente la sala piena, se ne venne, e disse: - Sappi, signor, che di levar la mente al mio fratel, sì cha morir ne gisse, stata è la figlia tua sola nocente; cha lui tanto dolor lalma trafisse daver veduta lei poco pudica, che più che vita ebbe la morte amica. 64 Erane amante, e perché le sue voglie disoneste non fur, nol vo coprire: per virtù meritarla aver per moglie da te sperava e per fedel servire; ma mentre il lasso ad odorar le foglie stava lontano, altrui vide salire, salir su larbor riserbato, e tutto essergli tolto il disiato frutto. - 65 E seguitò, come egli avea veduto venir Ginevra sul verrone, e come mandò la scala, onde era a lei venuto un drudo suo, di chi egli non sa il nome, che savea, per non esser conosciuto, cambiati i panni e nascose le chiome. Soggiunse che con larme egli volea provar tutto esser ver ciò che dicea. 66 Tu puoi pensar se l padre addolorato riman, quando accusar sente la figlia; sì perché ode di lei quel che pensato mai non avrebbe, e nha gran maraviglia; sì perché sa che fia necessitato (se la difesa alcun guerrier non piglia, il qual Lurcanio possa far mentire) di condannarla e di farla morire. 67 Io non credo, signor, che ti sia nuova la legge nostra che condanna a morte ogni donna e donzella, che si pruova di sé far copia altrui chal suo consorte. Morta ne vien, sin un mese non truova in sua difesa un cavallier sì forte, che contra il falso accusator sostegna che sia innocente e di morire indegna. 68 Ha fatto il re bandir, per liberarla (che pur gli par cha torto sia accusata), che vuol per moglie e con gran dote darla a chi torrà linfamia che lè data. Chi per lei comparisca non si parla guerriero ancora, anzi lun laltro guata; che quel Lurcanio in arme è così fiero, che par che di lui tema ogni guerriero. 69 Atteso ha lempia sorte, che Zerbino, fratel di lei, nel regno non si truove; che va già molti mesi peregrino, mostrando di sé in arme inclite pruove: che quando si trovasse più vicino quel cavallier gagliardo, o in luogo dove potesse avere a tempo la novella, non mancheria daiuto alla sorella. 70 Il re, chintanto cerca di sapere per altra pruova, che per arme, ancora, se sono queste accuse o false o vere, se dritto o torto è che sua figlia mora; ha fatto prender certe cameriere che lo dovrian saper, se vero fôra: ondio previdi, che se presa era io, troppo periglio era del duca e mio. 71 E la notte medesima mi trassi fuor de la corte, e al duca mi condussi; e gli feci veder quanto importassi al capo damendua, se presa io fussi. Lodommi, e disse chio non dubitassi: a suoi conforti poi venir mindussi ad una sua fortezza chè qui presso, in compagnia di dui che mi diede esso. 72 Hai sentito, signor, con quanti effetti de lamor mio fei Polinesso certo; e sera debitor per tai rispetti davermi cara o no, tu l vedi aperto. Or senti il guidardon che io ricevetti, vedi la gran mercé del mio gran merto; vedi se deve, per amare assai, donna sperar dessere amata mai: 73 che questo ingrato, perfido e crudele, de la mia fede ha preso dubbio al fine: venuto è in sospizion chio non rivele a lungo andar le fraudi sue volpine. Ha finto, acciò che mallontane e cele fin che lira e il furor del re decline, voler mandarmi ad un suo luogo forte; e mi volea mandar dritto alla morte: 74 che di secreto ha commesso alla guida, che come mabbia in queste selve tratta, per degno premio di mia fé muccida. Così lintenzion gli venìa fatta, se tu non eri appresso alle mia grida. Ve come Amor ben chi lui segue, tratta! - Così narrò Dalinda al paladino seguendo tuttavolta il lor camino. 75 A cui fu sopra ognaventura, grata questa, daver trovata la donzella che gli avea tutta listoria narrata de linnocenza di Ginevra bella. E se sperato avea, quando accusata ancor fosse a ragion, daiutar quella, via con maggior baldanza or viene in prova, poi che evidente la calunnia truova. 76 E verso la città di Santo Andrea, dove era il re con tutta la famiglia, e la battaglia singular dovea esser de la querela de la figlia, andò Rinaldo quanto andar potea, fin che vicino giunse a poche miglia; alla città vicino giunse, dove trovò un scudier chavea più fresche nuove: 77 chun cavallier istrano era venuto, cha difender Ginevra savea tolto, con non usate insegne, e sconosciuto, però che sempre ascoso andava molto; e che dopo che vera, ancor veduto non gli avea alcuno al discoperto il volto; e che l proprio scudier che gli servia, dicea giurando: - Io non so dir chi sia. - 78 Non cavalcaro molto, challe mura si trovar de la terra e in su la porta. Dalinda andar più inanzi avea paura; pur va, poi che Rinaldo la conforta. La porta è chiusa, ed a chi navea cura Rinaldo domandò: - Questo chimporta? E fugli detto: perché l popol tutto a veder la battaglia era ridutto, 79 che tra Lurcanio e un cavallier istrano si fa ne laltro capo de la terra, ove era un prato spazioso e piano; e che già cominciata hanno la guerra. Aperto fu al signor di Montealbano, e tosto il portinar dietro gli serra. Per la vota città Rinaldo passa; ma la donzella al primo albergo lassa: 80 e dice che sicura ivi si stia fin che ritorni a lei, che sarà tosto; e verso il campo poi ratto sinvia, dove li dui guerrier dato e risposto molto saveano, e davan tuttavia. Stava Lurcanio di mal cor disposto contra Ginevra; e laltro in sua difesa ben sostenea la favorita impresa. 81 Sei cavallier con lor ne lo steccato erano a piedi, armati di corazza, col duca dAlbania, chera montato sun possente corsier di buona razza. Come a gran contestabile, a lui dato la guardia fu del campo e de la piazza: e di veder Ginevra in gran periglio avea il cor lieto, ed orgoglioso il ciglio. 82 Rinaldo se ne va tra gente e gente; fassi far largo il buon destrier Baiardo: chi la tempesta del suo venir sente, a dargli via non par zoppo né tardo. Rinaldo vi compar sopra eminente, e ben rassembra il fior dogni gagliardo; poi si ferma allincontro ove il re siede: ognun saccosta per udir che chiede. 83 Rinaldo disse al re: - Magno signore, non lasciar la battaglia più seguire; perché di questi dua qualunche more, sappi cha torto tu l lasci morire. Lun crede aver ragione, ed è in errore, e dice il falso, e non sa di mentire; ma quel medesmo error che l suo germano a morir trasse, a lui pon larme in mano. 84 Laltro non sa se sabbia dritto o torto; ma sol per gentilezza e per bontade in pericol si è posto desser morto, per non lasciar morir tanta beltade. Io la salute allinnocenza porto; porto il contrario a chi usa falsitade. Ma, per Dio, questa pugna prima parti, poi mi dà audienza a quel chio vo narrarti. - 85 Fu da lautorità dun uom sì degno, come Rinaldo gli parea al sembiante, sì mosso il re, che disse e fece segno che non andasse più la pugna inante; al quale insieme ed ai baron del regno e ai cavallieri e allaltre turbe tante Rinaldo fe linganno tutto espresso, chavea ordito a Ginevra Polinesso. 86 Indi sofferse di voler provare collarme, chera ver quel chavea detto. Chiamasi Polinesso; ed ei compare, ma tutto conturbato ne laspetto: pur con audacia cominciò a negare. Disse Rinaldo: - Or noi vedrem leffetto. - Luno e laltro era armato, il campo fatto, sì che senza indugiar vengono al fatto. 87 Oh quanto ha il re, quanto ha il suo popul caro che Ginevra a provar sabbi innocente! tutti han speranza che Dio mostri chiaro chimpudica era detta ingiustamente. Crudel superbo e riputato avaro fu Polinesso, iniquo e fraudolente; sì che ad alcun miracolo non fia che linganno da lui tramato sia. 88 Sta Polinesso con la faccia mesta, col cor tremante e con pallida guancia; e al terzo suon mette la lancia in resta. Così Rinaldo inverso lui si lancia, che disioso di finir la festa, mira a passargli il petto con la lancia: né discorde al disir seguì leffetto; ché mezza lasta gli cacciò nel petto. 89 Fisso nel tronco lo trasporta in terra, lontan dal suo destrier più di sei braccia. Rinaldo smonta subito, e gli afferra lelmo, pria che si levi, e gli lo slaccia: ma quel, che non può far più troppa guerra, gli domanda mercé con umil faccia, e gli confessa, udendo il re e la corte, la fraude sua che lha condutto a morte. 90 Non finì il tutto, e in mezzo la parola e la voce e la vita labandona. Il re, che liberata la figliuola vede da morte e da fama non buona, più sallegra, gioisce e raconsola, che, savendo perduta la corona, ripor se la vedesse allora allora; sì che Rinaldo unicamente onora. 91 E poi chal trar dellelmo conosciuto lebbe, perchaltre volte lavea visto, levò le mani a Dio, che dun aiuto come era quel, gli avea sì ben provisto. Quellaltro cavallier che, sconosciuto, soccorso avea Ginevra al caso tristo, ed armato per lei sera condutto, stato da parte era a vedere il tutto. 92 Dal re pregato fu di dire il nome, o di lasciarsi almen veder scoperto, acciò da lui fosse premiato, come di sua buona intenzion chiedeva il merto. Quel, dopo lunghi preghi, da le chiome si levò lelmo, e fe palese e certo quel che ne laltro canto ho da seguire, se grata vi sarà listoria udire. |
![]() | ![]() | ![]() |