A Mio Padre
un compagno con cui ho giocato così poco
e che ho amato così tanto
Gli ricordano il vitello che aveva visto trascinare al mattatoio dai partigiani lassù in montagna. Il ricalcitrare violento, lo scarto indietro della testa, lo sguardo smarrito, terrificato, e il silenzio di chi sa che nessuno lo salverà dalla morte. L’inglese li conta tra sé e sé. He can’t even whisper. L’accento straniero lo tradirebbe. Se capissero chi è, fucilerebbero pure lui con quei quindici ostaggi. Un industriale, quattro professionisti, cinque impiegati e cinque operai. La società milanese in scala ridotta trasportata qui da San Vittore.
Tre miserabili cominciano a bendarli. Solo un miserabile si presta a un tal compito. Solo una banda di miserabili si offre per il plotone d’esecuzione. L’inglese tenta di inspirare a pieni polmoni. Inutile. Di colpo il respiro è diventato corto e sofferto. L’aria calda e umidiccia lo fa sudare. Eppure sente freddo. Gli scappa la pipì e non può entrare in un caffè e chiedere dov’è il gabinetto. Fra poco se la farà addosso. Nonostante l’affanno, gli andrebbe una sigaretta, ma non può accendersela. Non qui davanti agli ostaggi, non un’americana sotto gli occhi dei nazisti e dei militi della Muti.
Un tenente delle SS alto e robusto come er Carlun, il sottufficiale tedesco ammazzato dai partigiani l’altro ieri, lo scruta. L’inglese si gira verso il plotone d’esecuzione. Gli tremano le gambe. Perché è venuto a piazzale Loreto? Per vedere se i fascisti si sarebbero davvero piegati alla volontà dei tedeschi? Si diceva che i repubblichini fossero contrari alla rappresaglia, che, soprattutto, non volessero ricoprire il ruolo del boia. Il prefetto di Milano aveva minacciato di dimettersi. Secondo il federale, Mussolini aveva pure deciso di sollevare la questione con Hitler. Ma a che pro? Neanche Mussolini può evitare il massacro.
L’inglese avverte ancora lo sguardo del tenente delle SS su di sé. Si fa forza. Lo squadra pure lui da capo a piedi. Il tenente gli sorride a bocca aperta, mettendo in mostra il labbro leporino e i denti da cavallo. L’inglese risponde con il saluto fascista. Come se lui e quell’avvoltoio fossero camerati, come se lui fosse un fascista della Repubblica sociale e non un ufficiale del SOE.
Inaspettatamente, senza sapere perché, cerca di immaginarsi quel tenente alle prese con una donna. Chissà se le italiane se l’intendono con i tedeschi come se l’intendono con gli alleati. Lassù, in montagna, nella zona controllata dai partigiani, sembravano tutte infatuate dei suoi uomini. E le milanesi? Ci stanno con i tedeschi, le ragazze di Milano? Andrebbero a letto pure con quell’avvoltoio con il labbro leporino o voltano le spalle ai tedeschi come le voltano ai fascisti. Qual erano le parole che canticchiavano i repubblichini? ‘Le donne non ci vogliono più bene perché portiamo la camicia nera…’
Un urlo di terrore interrompe la divagazione. L’inglese osserva di nuovo gli ostaggi. Ieri sera, al Comando generale dei volontari della libertà, gliene hanno mostrate le fotografie. Alcuni volti gli sono familiari. Come quello del farmacista che piange, o quello dell’avvocato con la bocca contratta in un ghigno di scherno.
Hanno allineato gli ostaggi sotto la tettoia del distributore di benzina. Il comandante del plotone d’esecuzione schiera i trenta militi della Muti. Manca solo la folla in cui avevano sperato i nazisti, per impartire una lezione a quei ‘traditori’ degli italiani. La gente è poca, e la poca che c’è pare ostile. Che si aspettavano i tedeschi, che i milanesi applaudissero alla macabra messa in scena degli italiani che uccidono altri italiani?
L’inglese ha adocchiato un vecchio alto e curvo con le narici dilatate e le labbra serrate. Dopo qualche secondo il vecchio agita il pugno chiuso. Alcune donne sbraitano. Una contadina di mezz’età sputa per terra; una giovane, forse la figlia, insulta il plotone d’esecuzione. Un ufficiale della Muti si ferma a due metri da lui e, scuotendo il capo, le invita a non peggiorare le cose. L’inglese si rende conto di essere l’unico uomo in borghese al di sopra dei sedici anni e al di sotto dei sessanta. Che cosa impapocchia se l’ufficiale gli rivolge la parola? Ha la bocca secca. His Italian has all been forgotten. Sta per infilare le mani in tasca, per celarne il tremore, ma pensa agli ostaggi e prova vergogna di sé.
Gli hanno detto che nel plotone d’esecuzione nessuno ha il fucile caricato a salve. Perciò ciascun tiratore sa di sparare per uccidere. L’inglese si sofferma su uno dei tiratori, un milite con il naso rincagnato e il colorito rossiccio. A chi mirerà quel ratto delle chiaviche? L’inglese si gira verso gli ostaggi. Lo colpisce un giovane tarchiato con i capelli lisci pettinati alla mascagni. Sarà quel ragazzo il bersaglio del milite con il naso rincagnato?
Tutt’a un tratto l’inglese vede il giovane aprire la bocca e ode le parole di Bandiera rossa cantate a tutta voce. Ode anche il comando dell’ufficiale, e il grido viva l’Italia, e gli spari che soffocano il grido e la canzone. Il giovane tarchiato è vivo. Riverso su una macchia d’olio, con le braccia incrociate sul petto, geme sommessamente contorcendosi per il dolore. Imperterrito, il comandante del plotone d’esecuzione gli si avvicina a passo cadenzato. Gli scarica due colpi in testa. Di getto, dal cranio fracassato del giovane, esce sostanza grigia e sangue. Una donna anziana grida: assassini. La gente mormora. Un mormorio di condanna, presto domato da poche voci che intonano il ritornello ‘All’armi! All’armi! All’armi siam fascisti terror dei comunisti…’
Il comandante del plotone d’esecuzione, accompagnato da un ufficiale tedesco che scatta fotografie e da un prete che prega, sta accertandosi che gli ostaggi siano tutti morti. L’inglese decide di squagliarsela. Imbocca viale Abruzzi, lentamente, per non dare l’impressione che scappa. Cammina muro muro per cinque minuti, poi si ferma a pisciare a ridosso di un cancello aperto.
Everything has gone wrong because he got to the partisans’ hideout in Monza too late two days ago, on Tuesday the eighth…
§
He got to the partisans’ hideout in Monza too late. I partigiani si erano già messi in moto. Conosceva però il luogo dell’attentato, e prevedeva che la rappresaglia tedesca sarebbe stata bestiale. Li avrebbe fermati.
Inforcò la bicicletta. Erano le cinque. Se non avesse fatto brutti incontri, se non fosse incappato in un posto di blocco fascista o tedesco, avrebbe raggiunto piazzale Loreto prima delle sei e mezzo, prima che il commando partigiano deponesse la bomba. Per fortuna, sarebbe entrato in città dalla parte giusta. Era pratico della zona. Nel ’32 aveva soggiornato a Milano in una pensioncina dietro la stazione centrale. Ricordava che viale Monza sbocca in piazzale Loreto.
Ripensò all’attentato. Una o più bombe a orologeria all’angolo di viale Abruzzi e piazzale Loreto, dove ogni mattina la Wehrmacht distribuiva frutta, verdura e patate alla popolazione di Milano. Una o più bombe che avrebbero fatto saltare in aria due autocarri tedeschi circondati da una frotta di gente affamata. Colpo di mano, sabotaggio urbano? No, terrorismo. Come li chiamano i commando? Gap, gappisti? Macché gap e gappisti, macché gruppi di azione patriottica. Gruppi antipatriottici, ecco cosa sono.
Non dormiva da più di ventiquattr’ore. Il caldo afoso della notte l’aveva stremato e la giornata non prometteva nulla di meglio, ma ce l’avrebbe fatta. Non avrebbe permesso a cinque gappisti, a cinque velleitari, di mettere a repentaglio la vita dei milanesi. Ferragosto cadeva fra sette giorni. La festa dell’Assunzione non si sarebbe trasformata in una giornata di lutto.
Francesca, era lei la chiave. Francesca Beltrami faceva parte del commando. Lui l’avrebbe convinta, e lei avrebbe convinto gli altri. Lei era una intellettuale. Lei aveva un predilezione per lui. Avevano tutt’e due combattuto insieme in montagna. Francesca avrebbe capito. Gli attentati nelle città non danneggiano la macchina militare di Kesselring. Seminano solo morti e lutti tra i civili.
Adesso la strada era leggermente in salita. La bicicletta non rispondeva: il manubrio tirava a destra. Scese: una gomma bucata. Niente che fare. Depose la bicicletta sul ciglio della strada e si avviò verso Milano a piedi.
Camminava da circa dieci minuti quando un carretto trainato da un cavallo grigio si arrestò accanto a lui. Il carrettiere, un contadino sulla cinquantina con un fazzoletto di cotone annodato attorno al collo e una bustina militare senza fregio in testa, gli gridò: che fa a quest’ora? Dove va? A Milano, mi darebbe un passaggio? Le do trecento lire. Il carrettiere scosse la testa. Lei non è italiano. Di dov’è? Scommetto che è inglese. Sì, sono inglese. Gliene do cinquecento. Il carrettiere gli fece cenno di salire sul dietro.
Si nascose sotto una tela cerata, accanto a ceste di frutta, gabbie di polli e sacchi di letame che diffondevano un lezzo pungente e disgustoso. It was a good job that he could rest for a while. Thanks to the carter. Burbero e accigliato, sì, ma coraggioso. È prevista la pena di morte per chi presta aiuto e assistenza agli agenti alleati.
Il viaggio sul carretto si concluse alla periferia di Milano. Il carrettiere gli disse di scendere. Lui gli porse le cinquecento lire: le sono molto grato. Dovrebbe vergognarsi. Vuole di più? Perché ci bombardate, voi inglesi? Noi vi aiutiamo, combattiamo contro i nazisti, e i vostri aerei ci distruggono il Paese. Chi credete di ammazzare, i tedeschi? Nossignore, voi ammazzate le nostre donne e i nostri figli.
Non appena posò il piede sull’asfalto di piazzale Loreto riconobbe nel gigante che dispensava le patate il sottufficiale tedesco soprannominato er Carlun. La distribuzione dei viveri organizzata dal Servizio propaganda nazista era dunque cominciata. Come ogni mattina, i milanesi facevano la fila per portare a casa gli avanzi delle mense militari. Guardò l’ora. Le lancette del cronometro da polso segnavano le sette e mezzo spaccate.
All’istante, udì un boato biblico, possente turbinoso lacerante. Si rannicchiò per terra, istintivamente, con le mani sul capo, e mentre la deflagrazione sbriciolava gli autocarri sparpagliandone i frammenti con l’impeto di un tifone udì un secondo boato, e un terzo in sequenza sincronica, e udì le grida e i lamenti, e voci italiane e tedesche che invocavano aiuto.
Percepì la presenza di un corpo inerte al suo fianco. Si sollevò. Sull’asfalto giaceva un uomo senza testa. Con i muscoli contratti, obbedendo all’impulso angoscioso e inspiegabile di trovare quella testa, lui si guardò intorno. La vide accanto a una carriola della mondezza, e comprese che l’esplosione aveva fatto frullare quell’uomo, e che la stanga metallica su cui era stramazzato dopo la spinta in alto gli aveva segato il collo in due.
Si accucciò, vinto dai rigurgiti di bile. Poi si ricompose, a fatica. Si guardò ancora intorno. A circa dieci metri da lui un soldato tedesco abbandonava, strisciando, l’ammasso di ceneri e detriti in cui si era trasformato l’autocarro con er Carlun a bordo. Un po’ più in fondo, vicino al relitto dell’altro autocarro, un graduato del Servizio propaganda sparava in aria con furia.
Nel volgere d’un attimo, sbucarono da corso Buenos Aires quattro camionette cariche di SS. Una volta balzate al suolo, le SS scaricarono le Schmeisser sopra la testa dei presenti. Le grida della gente quasi coprirono il rumore delle raffiche. Lui calcolò rapidamente il numero dei feriti. L’esplosione aveva storpiato almeno trenta persone.
Le SS continuavano a sparare, calpestando le vittime italiane con deliberata noncuranza. Consapevole del rischio, attraversò sotto il fuoco delle pistole mitragliatrici il tratto che lo separava dal distributore di benzina. Un fanciullo era disteso sulla banchina con gli occhi rivolti verso il cielo. Dimostrava sì e no sette anni. Aveva le mani e la bocca imbrattate di frutta. A prima vista appariva illeso, ma era morto.
He kneeled down, his choking sobs tearing at the smoky air.
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