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DUE

Londra, martedí 15 febbraio 2005



Brando si volta e getta un’ultima occhiata all’atrio: porco boia come l’hanno snaturata Auntie Beeb da quando nel sessantasette, dopo gli esami di laurea a Oxford, ne aveva varcato la porta per la prima volta. E è cambiata con un tocco di ponderata volgarità per giunta. Spiacevoli, ripugnanti questi controlli elettronici all’ingresso, questo gravoso, indigeribile clima d’ovvia sfiducia, questa grossolana atmosfera da obesa bisca clandestina di lusso. Due passi all’aria aperta lo metteranno di buon umore, e gli daranno anche la serenità per farsi mente locale.

Esce dalla Broadcasting House e pian piano s’incammina verso Oxford Street. Meno male che è una bella giornata. Di qui può andare a Bond Street, scendere giú fino alla stazione di Green Park e prendere la Piccadilly Line per la fermata di Gloucester Road. E cosí, camminando, valuterà se al dunque gli conviene o no accettare la proposta. D’altra parte il dubbio non nasce tanto dal contenuto del servizio, quanto dall’istintiva antipatia che gli suscitano i nuovi dirigenti. Sí, antipatia: nient’altro che secca antipatia. A che pro fare lo struzzo, nascondere la testa sotto la sabbia? La BBC–inutile negarlo–è finita nelle mani d’una banda di arrivisti grezzi e venali, che oltre al resto cianciano in un inglese di pretta marca brutone.

Invece, cosí com’è congegnato, il servizio potrebbe andare. Non che lui ne sappia poi molto della difesa o mancata difesa di Roma, ma se non altro per tutt’i resoconti che gli ha fornito mammà a piú riprese è pur sempre in grado di mettere nero su bianco. Senza dire che firmare una seria completa, un programma a episodi sulla cattura delle principali città europee da parte della Wehrmacht, con la prima puntata in onda proprio nel sessantesimo anniversario della resa della Germania nazista, potrebbe servire a rispolverare il suo nome, che sembra ormai incapace di scollarsi dalla soffitta dove l’hanno relegato. E c’è inoltre una coincidenza che, soprattutto per un temperamento cabalistico com’è il suo, riveste non scarsa importanza: la proposta gli è stata fatta oggi, che non per nulla è il suo sessantesimo compleanno.

Piuttosto, perché mai i capoccia di Radio 4 hanno pensato a lui? Può capire che nella loro beata genericità ritengano uno storico dell’Italia piú che adeguato a ricostruire la difesa di Roma ignorando tout court la differenza tra uno specialista della prima guerra mondiale com’è lui e un autentico specialista della seconda come i tanti che pullulano nel milieu accademico del Paese. Meno evidente, tuttavia, gli pare il motivo che li ha spinti a offrirgli anche la direzione dell’intero programma, coll’impegno di rivedere le ricostruzioni scritte dai docenti che dovranno descrivere la presa delle altre città occupate durante il conflitto. Alla BBC non potevano non sapere che il povero Brando Malaspina è inchiodato al semplice grado di senior lecturer da vent’anni e che da piú di dieci la London School of Economics gli rifiuta la promozione a professore perché in tutto questo tempo ha pubblicato ben poco.

Sta passando ora accanto a John Lewis. Un gruppetto di italiani sguaiatamente agghindati ma chiassosi e gesticolanti gli richiama alla memoria la Roma di cinquanta anni fa. Perché questa scombinata associazione di idee? Allora non pensava che a baloccarsi. Andava alla scuola elementare al Convitto nazionale in piazza Monte Grappa, e di pomeriggio riesumava il gioco del sergente Marras. Indossava l’elmetto di cartapesta che gli aveva comprato suo padre; s’infilava tra la cintura e i calzoni corti la pistola a ditalini; si metteva in tasca la scatoletta di Muratti Ariston vuota che doveva rappresentare la bomba a mano Balilla, e dava l’assalto alla colonna tedesca impersonata da quattro o cinque soldatini in sella a altrettante motociclettine di latta a carica manuale.

Come vola questo maledetto tempo. Gli sembra ieri. Ieri, sí. S’era imparato a pappagallo la motivazione della medaglia d’argento conferita al sergente Marras e la recitava prima di slanciarsi contro l’implacabile nemico di latta. Se ci provasse, riuscirebbe a recitarla anche adesso. Ma perché riaffiorano sempre quelle iellate domande cui non sa dare risposte convincenti? Mammà teneva la fotografia di Stefano Marras sulla sua scrivania: perché? E perché aveva incorniciato e appeso al muro come se fosse il ritratto d’un antenato la motivazione della medaglia? Chi era stato questo Stefano Marras, un cugino di suo padre oppure l’amico di mammà? Suo padre era un celebre penalista: come mai in una società classista come l’italiana aveva un cugino sergente? Sua madre era di sinistra, ma aveva la puzza al naso: se Stefano Marras era stato il suo amante, come mai aveva tradito papà con un troupier?

Il gruppo di italiani, sua madre, Stefano Marras–e poi il programma... Il perché dell’associazione di idee? ecco qui un plausibile filo conduttore della sua puntata sulla difesa di Roma. Stefano Marras al centro della vicenda, come simbolo del meglio che si potesse trovare nell’esercito. L’eroe oscuro, il sottufficiale; ovvero l’italiano in armi a metà strada tra il soldato contadino e l’ufficiale d’origine borghese o aristocratica, che da solo compie un beau geste contro il nemico possente e sopraffattore. Mammà: l’ambiente colto, di cui suo padre era un animatore. L’ambiente che si componeva della sinistra, del centro e della destra monarchica nella quale, con atteggiamenti piú o meno lapalissiani, confluivano molti ufficiali superiori dell’esercito. L’ambiente che pur comprendendolo non coincideva del tutto con l’ambiente dei partiti politici. Di quei partiti che s’illudevano di mobilitare la popolazione e che invece cozzavano contro la cruda apatia generale. Esatto: l’apatia generale che il gruppo di italiani raffigura. La massa, i romani, l’oggetto passivo della feroce sopraffazione nazifacista. Un popolo irreparabilmente abulico e smidollato. Incapace d’intervenire, d’insorgere, preoccupato solo di sé stesso, privo sia d’orgoglio, sia di senso dello Stato, sia di coesione non solo comunitaria ma sociale. Un popolo battagliero nell’alterco, nel litigio spicciolo per la tutela del tornaconto individuale, e tragicamente imbelle nella salvaguardia della propria libertà e del proprio destino.

Probabilmente questo schema si potrebbe pure dimostrare efficace: “si potrebbe” perché tutto dipende, sí, dalla reazione dei radioascoltatori ma ancora di piú da quella ipercritica dei suoi colleghi. Una volta tanto, però, lui dovrebbe comportarsi con noncuranza e spregiudicatezza, e subito dopo agire con furbizia e tempismo. Il che significa ignorare i loro commenti e pubblicare su una rivista specializzata un’elaborazione dotta della sua analisi. Qui entra in gioco sua madre e i diari o gli appunti che ha e che non gli ha mai voluto dare da leggere. Bisogna convincerla a ogni costo; bisogna farle capire senza spaventarla che rifiutandosi di cederli a suo figlio rischia di portarsi nell’aldilà un materiale d’interesse indiscutibile per la storiografia della resistenza.

È già arrivato a Old Bond Street. La vetrina di De Beers gli ricorda che in diciott’anni di convivenza non è mai stato in condizione di donare a Petra una gioia degna di questo nome. Il fatto è anche che Petra è anomala, dannatamente anomala. To be sure, she won’t even remember that today is his birthday. Non fa regali a nessuno e non vuole regali da nessuno–e in particolare non li vuole da lui. Magra consolazione. Ma ci sarà una piccola qualcosa che le piace? Forse un berretto di tweed per le gite in campagna. Sono appena le quattro e dieci. Basterebbe perdere una mezz’ora e fare una capatina da Lock in St Jame’s Street. Con un pizzico di fortuna, il berretto e la notizia del programma riaccenderanno il calumet della pace.

Improbabile, però. Su di lui pesa la stessa condanna che pesava su suo padre. Suo padre voleva bene a mammà, molto bene, come lui lo vuole a Petra, e come lui conta meno di zero per Petra cosí suo padre contava meno di zero virgola zero per mammà. Lui era troppo piccolo per spiegarsi perché papà e mammà litigavano di continuo; ma per quanto piccolo aveva buoni orecchi, e sentiva che dei due non era suo padre il primo a lamentarsi e a alzare la voce. Pover’uomo, papà. La sua memoria gli sarà sempre preziosa, anche se un giorno dovesse avere la prova d’essere, biologicamente, figlio d’un altro uomo...

Maledizione. Ancora. Gli pare il momento d’indugiare nel solito dubbio? Che gli ha ripetuto mammà l’altro giorno? Smettila, Brando, di permettere a un sospetto nevrotico di torturati. Giusto, lui è figlio d’Oscar Malaspina, avvocato e intellettuale della resistenza, non di Stefano Marras, sergente dei granatieri decorato al valore. Non ha tempo per soffermarsi sul passato: non dovrebbe guardare avanti? Ha ben altro cui pensare, lui. Al programma, che–sí–deve fare e farà, e anzitutto a Petra. Che a buon conto, dietro la facciata di cinismo, e nonostante la spiccata tendenza alla critica, il vizio inveterato di spaccare il capello in due, d’ingigantire ogni piccolo diverbio, prova qualcosa per lui.

§

Visto, non s’è degnata nemmeno di fargli gli auguri per i suoi sessant’anni. Cerca di capire a che cosa sta pensando ma lei sembra evitare di proposito le sue occhiate.

«Non ti piace, non sei contenta?»

«Sí che sono contenta.»

«Hai una faccia...»

«Ma quando la finirai di esaminarmi con questo sguardo indagatore? Lo sai che mi dà fastidio: perché continui?»

«Ma che dici.»

«Smettila.»

«Petra, chi ti esamina? Volevo solo sapere se ti piace, se ci ho azzeccato.»

«Mi piace, mi piace. Lo sai, però: non voglio che spendi per me, tanto meno per cose che non mi servono. In questo momento poi...»

«Ma è solo un berretto.»

«Sono soldi sprecati. Questo almeno lo capisci, no?»

«Cos’è che dovrei capire? Perché non capisci tu per prima che facendo il programma guadagnerò qualcosa in piú?»

«Siamo alle solite: spendi i soldi prima d’averli intascati.»

«Va bene, scusa allora. Basta che non litighiamo per una sciocchezza.»

«Dio che uomo esasperante che sei. Lasciami in pace, per favore.»

«Ah, ora sono pure esasperante...»

«Mi vuoi lasciare in pace?»

«Ma che t’ho fatto?»

«Brando, io prima o poi ti pianto.»

Lo pianta, lo pianta... E se fosse lui a piantare lei? Quel tanto di decisione che occorre per scovare una camera mobiliata decente, preparare la sua roba di giorno quando lei non c’è, buttare giú due righe d’addio e... sparire. Cosí, senza preavviso, senza scene, soprattutto senza rimpianti. Lasciando il foglio bene in vista sul tavolo. Ciao Petra, non ci vedremo piú. Tieniti la casa; tieniti i mobili: io manderò a prendere i miei libri al piú presto. Tu hai il tuo stipendio, io il mio. Tu non devi nulla a me, io non devo nulla a te.

Brando si versa mezzo bicchiere di vino e comincia a sbucciare la mela. Almeno la mela non è marcia. Non è come Petra. Petra ormai è marcia, Petra è diventata un’arpia. Non era cosí quando l’ha conosciuta, quando s’è innamorato di lei. Lui cercava di accontentarla in tutto, se lo ricorda molto bene, e lei sembrava felice. Non voleva tornare a vivere a Innsbruck e gli era grata d’averle permesso di vivere a Londra. Era interessata alla biologia molecolare delle piante, e lui l’ha aiutata per farle fare il dottorato al Royal Holloway. Voleva migliorare l’italiano, e non le pareva vero che lui le parlasse sempre e solo in italiano. Voleva diventare bilingue, e grazie a lui c’è diventata. Merito suo di tutto, per amor del Cielo, nessuno lo mette in dubbio. Non è facile raggiungere il bilinguismo, non è facile prendere il PhD in una disciplina scientifica, ma lui gliene ha offerto la possibilità. Che cosa l’ha resa tanto sgarbata, ostica, intrattabile?

Il guaio è che lui non può fare a meno di lei. Il guaio è anche che lei voleva un uomo diverso e che lui l’ha delusa. Non ha scritto nulla d’originale. Ha lavorato poco; non ha svolto ricerche; s’è gingillato; ha costantemente eluso ogni impegno; ha costantemente rinviato all’indomani i suoi programmi. E eccolo qui. Un routinier che vive l’insegnamento universitario come un maestruccolo di scuola svogliato vive l’insegnamento elementare. Una nullità che s’illude di riconquistare la propria donna con la prospettiva d’una trasmissione divulgativa. Una donna che non è una nullità come lui ma una botanica stimatissima nel suo campo per la genialità delle ipotesi evoluzionistiche.

«Petra, non t’ho detto tutto...»

«Oh Cielo, mica ricomincerai?»

«Aspetta, lasciami parlare. Non t’ho detto che non ho intenzione di limitarmi al programma per la BBC: voglio prenderne spunto per condurre un’analisi approfondita sul popolo di Roma durante la guerra. Un’analisi per una pubblicazione specializzata. Sono sicuro di poter dimostrare, dati alla mano, che l’apatia romana affonda le sue radici in un’epoca assai lontana. E che s’è sempre di piú consolidata nel tempo per via della dominazione clericale.»

«Ottimo. Prova.»

«Ma che te ne pare?»

«Mi sembra una buona idea.»

«Mi rispondi solo questo?»

«Brando, ne hai fatti tanti di progetti come questi.»

«Quindi hai perso la fiducia in me?»

«Ma no.»

«Non lo dici convinta.»

«Per favore, stacca la spina: non ne posso piú della tua petulanza.»

La sua petulanza: il ritornello è efficace, non c’è che dire. Ma perché non riesce mai a quagliare con lei? Brando beve un altro sorso di vino, e s’arrotola una sigaretta. E adesso deve perfino fare finta d’essere soddisfatto di fumarsene una sola al giorno dopo cena. Che burla se quei santoni che credono d’avere scoperto tutto sui danni del fumo alla fine scoprono d’essersi sbagliati. Ma tant’è. I santoni hanno prodotto una pletora di rinnegati e tra questi rinnegati c’è pure Petra. Petra... che non si ricorda d’essersi pippata una paglia dietro l’altra per anni e cosí lancia tuoni e fulmini contro i fumatori, quando correrebbe a pipparsele una dietro l’altra come prima se le vituperatissime paglie ritornassero di moda.

«Petra, forse te l’ho chiesto altre volte ma te lo chiedo nuovamente: credi nella moda tu?»

«Non desisti, eh? Vuoi parlare...»

«What d’you mean

«You know what I mean

«No, I don’t

«Non ti fermi, vero? Vuoi la mia attenzione, vero? Che bugiardo, che uomo in malafede.»

«Non sono un bugiardo, amoruccio mio. La mia domanda era sincera. Sono convinto che se il fumo ritornasse dal giorno alla notte di moda tu saresti la prima a accenderti la sigaretta. Ci scommetterei deci anni di vita.»

«E è questo ciò che tu chiami sincerità? Parli spesso come un imbecille ma oggi hai superato te stesso.»

«Non volevo offenderti.»

«Non ti rendi neanche conto che le tue parole sono una conferma delle mie.»

«Sii piú esplicita, scienziata delle mie ciabatte: sono un bugiardo o un imbecille? Non te l’ha detto mai nessuno che sei una mezzacalza?» Oh Madonna vergine, ora l’ha persa per sempre. «Perdonami, Petra. Io ti amo, non ce la faccio: non ce la faccio a convivere con la tua indifferenza. Non so quello che dico. Perdonami. Dammi una chance. L’ultima. Voglio scrivere, voglio riciclare. Lo voglio per te. Io ti amo, ti amo, ti amo. Lo capisci? Mi senti? Ti aaamo.»

Lei lo fissa, in silenzio. Brando la vede com’era quando s’erano appena messi insieme. Petra, la sua Petra ha venticinqu’anni, non quarantatré. La vede supina sul letto, nuda. Gli piace la pelle leggermente dorata, le gambe tornite, le cosce che poggiate sul materasso sembrano piú piene. Non può andare via, non può non vederla mai piú, non può farla andare via. Non può, non può... non vuole perderla. 

«Petra, Petra...»

«Che vuoi?»

«Ti amo.»

«Me l’hai già detto. Un milione di volte. Il tuo non è amore: è nevrosi.»

«Mettimi alla prova. Scriverò, amore mio... scriverò. E non t’offenderò, non t’insulterò mai piú. Mai piú, credimi... perdonami. Dimmi che non è tutto perduto.»

«Ti piaccio sempre io?»

« Solo tu mi sei piaciuta, amore mio. Solo tu mi piaci.»

«Su, dammi una sigaretta. E accenditene un’altra pure te. Guarda, l’hai spuntata. Fumo... e il fumo non è ritornato di moda. Ma per favore non parlare. Non dire piú niente, sta zitto. Zitto. Meno ti sento e meglio sto. Bastard



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