Neville Chamberlain dichiarò guerra alla Germania il 3 settembre del 1939, alle 11 di mattina. Era domenica. Le ostilità sarebbero cominciate alle diciassette.
Oswald Mosley annunciò che avrebbe messo la British Union of Fascists al servizio del governo. Era però ormai considerato, come del resto tutte le sue camicie nere, un potenziale collaboratore dei tedeschi in caso di invasione. Il governo rifiutò quindi l’offerta, e nel 1940 – quando Churchill era già al timone del Paese – ordinò alla polizia di tradurlo nel penitenziario di Brixton avvalendosi dei nuovi poteri d’emergenza.
Poco dopo, sempre per ordine del governo di suo cugino Winston Churchill, venne arrestata anche Diana. Stava allattando il secondo figlio avuto da Mosley (il primo era nato nel ’38). Fu costretta a lasciarlo alla governante e condotta alla Holloway Prison, il carcere femminile. L’avevano denunciata, tra gli altri, sua sorella Nancy, dipingendola come una donna furbissima e pericolosissima, e il suo ex suocero, lord Guinness, che a suo tempo era stato uno dei sostenitori di Oswald Mosley.
Il governo aveva sospeso l’habeas corpus previsto dalla Magna Carta. A nessuno dei due furono contestati reati specifici e a entrambi venne ripetutamente negato il diritto alla difesa. Churchill aveva raccomandato che a Diana fosse concesso il bagno quotidiano. La raccomandazione rimase lettera morta.
Le condizioni di vita nel carcere si rivelarono di inenarrabile squallore e alla fine Churchill, sollecitato dalla madre di lei, dispose che la coppia fosse detenuta insieme in un piccolo appartamento con giardino della Holloway Prison. Da quel momento i Mosley cominciarono a godere di alcune comodità e finanche del servizio di una domestica, incombenza svolta a turno da condannate per delitti contro la moralità e il buon costume.
Vennero rimessi in libertà (una libertà semivigilata) nel 1943, quando il pericolo di un invasione era del tutto sfumato. Diana Mosley, la donna più bella d’Inghilterra, era da tre anni pure la donna più odiata dal popolo, ancora più maldisposto verso di lei per il trattamento di favore riservatole alla Holloway Prison in virtù delle sua classe sociale.
Dopo la guerra i Mosley si stabilirono permanentemente o quasi in Francia, continuando la loro intensa attività mondana e frequentando le spiagge della Costa Azzurra e del Lido di Venezia. L’ultima loro abitazione, La Temple de la Glorie, a Parigi, si trovava a pochi passi da quella dei duchi di Windsor. Le due coppie consolidarono la loro amicizia, grazie anche all’identità di vedute.
Diana diresse per sei anni la rivista di estrema destra The European e scrisse diversi libri. Mosley tentò il recupero creando un nuovo partito, l’Union Movement: si presentò alle elezioni del 1959 sbandierando un programma contro la non-white immigration. Venne respinto dall’elettorato.
Né Diana né il marito, politicamente, arretrarono di un passo. Nemmeno sull’antisemitismo. Che – sosterrà lei fino all’ultimo – non sarebbe sfociato nella tragedia dell’olocausto se, una volta raggiunto l’accordo tra l’Inghilterra e la Germania, gli ebrei fossero stati spediti in un luogo dal bel clima come l’Uganda.
Oswald Mosley morì a ottantasei anni nel 1980; Diana a novantatré nel 2003.
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