Ma perché non siete venute alla Reichskanzlei, perché non avete chiesto di me? dice Hitler sorridendo.
Unity tace ricambiandogli il sorriso. Pure Diana tace; pure lei sorride. E già, pensa, ci presentavamo al corpo di guardia e dicevamo: Siamo amiche del capo… Ma non si rende conto quest’uomo che ci avrebbero portato in manicomio?
Erano sedute, lei e Unity, a un tavolo dell’Osteria Bavaria, una alla destra e una alla sinistra del Führer. Ritornano su un argomento su cui si erano già dilungate con lui a Berlino: un episodio accaduto nella Wilhelmplatz, una mezza aggressione.
* * *
Proprio così: una mezza aggressione. Si era radunata nella piazza una frotta di naziste. Una di loro si accorse che Unity aveva appuntata sul petto la svastica senza le iniziali del partito nazionalsocialista e cominciò a incitare le altre contro di lei.
Non ha il diritto di portarla. È un’impostora.
Sono due impostore.
Come si permettono di stare davanti alla casa del Führer truccate come due baldracche? Vergogna!
Diana e Unity, inseguite dalle donne inferocite, riuscirono a svignarsela per miracolo, ma il giorno dopo fecero colazione con Hitler e Goebbels alla Reichskanzlei e raccontarono l’accaduto. Joseph Goebbels scherzava, faceva lo spiritoso, lanciava una boutade di scherno dopo l’altra a proposito delle scalmanate. Intervenne Hitler.
Dovevate venire qui da me, disse. Traversate la piazza ed eravate al sicuro.
Con il rossetto sulle labbra? gli fece Unity, che non andava mai in giro senza.
Hitler sbottò a ridere. E lei crede a tutto quello che dicono di me?
Sempre così, pensò Diana. Unity è tra le poche che non hanno soggezione di lui: lei, Magda Goebbels, Winifred Wagner… Le altre lo trattano come un Dio; si spaventano quando vedono Unity rivolgergli domande umoristiche. Come quando gli chiese se era scomunicato.
Giammai, fu la risposta di Hitler.
Dicono che i preti ce l’hanno con lei, incalzò Unity.
Ma per carità, disse Hitler: se li chiamo con un fischio la Wilhelmplatz si tinge di nero.
* * *
Adesso, all’Osteria Bavaria, c’è un momento di silenzio: Hitler ha tirato fuori due astucci. Che cos’è, un regalo per loro? Sì, due distintivi, due svastiche con la sua firma intagliata a rilievo. Lui abbozza di nuovo un sorriso. Pare divertito.
Ecco, se qualcuno se la prende ancora con voi, mostrategli questo. Ditegli: ce l’ha dato il Führer in segno di amicizia.
Figuriamoci, pensa Diana. Di male in peggio. Nessuno ci crederebbe. Penserebbero a un’imitazione, penserebbero che siamo due lestofanti in vena di beffeggiare il padre della patria.
* * *
Diana faceva la spola tra l’Inghilterra e la Germania. Come metteva piede a Berlino, scendeva all’albergo Kaiserhof e telefonava alla segreteria del Führer. La risposta non tardava.
Lady Mosley, le comunicava uno degli aiutanti, il Führer gradirebbe averla a cena alla Reichskanzlei.
A volte c’erano ospiti. A volte erano soli. A volte vedevano un film. A volte sedevano accanto al camino. A volte parlavano. Hitler le appariva quick, clever, well informed. Non di rado si circondava di una piccola corte che pendeva dalle sue labbra. Si capiva che poteva facilmente montare su tutte le furie. E si capiva quindi che tutti pensavano solo a non contrariarlo. Ma lui era cordiale, affabile, cercava di mettere gli ospiti a loro agio. Specie lei, Diana, con cui – quando si ritrovavano soli uno di fronte all’altra – lasciava che il discorso scivolasse sulla politica.
Che dice di me suo cugino Churchill?
Penso che sotto sotto continui ad ammirarla.
Però mi farebbe la guerra.
Quello che farebbe o non farebbe Winston ha scarsa importanza. Il Paese è per la pace.
L’Inghilterra è un’oligarchia. La volontà del Paese conta fino a un certo punto.
Winston ha le ali tarpate. Per i conservatori è un uomo superato. Chamberlain, Halifax, il Re, la maggioranza dei deputati ai Comuni, dei lord, dei militari, insomma tutti o quasi tutti non vogliono la guerra.
Lei dunque non ha dubbi…
Ricorda come definì Chamberlain la Cecoslovacchia? Un Paese di cui noi britannici non sappiamo nulla. No, Führer, Chamberlain non scenderà sul sentiero di guerra in difesa dell’integrità di territori che appartenevano agli imperi centrali.
Tra poco andrà in onda, cara. Farà concorrenza alla Bbc.
* * *
Avrebbe avuto la sua radio: il progetto era andato in porto. Ne discutevano dal ’36. Lei e il Führer e più spesso lei e Goebbels, e qualche volta anche lei e Goering, quando il reichsmarschall, bardato come un domatore da circo, la intratteneva a cena.
“M” si era tenuto in disparte, ma la radio sarebbe servita a finanziare la British Union of Fascists. In un primo tempo lei aveva proposto programmi musicali intramezzati dalla pubblicità di cosmetici. Poi, pian piano, il progetto era diventato più ambizioso fino a contemplare notiziari e commenti politici. Ora il tocco finale: la radio avrebbe trasmesso da un’isola del Mare del Nord.
* * *
Nel luglio del ’39 Diana è in Inghilterra. Poco più di un mese prima il governo britannico aveva garantito l’indipendenza della Polonia e Ciano e Ribbentrop avevano firmato il patto d’acciaio. Si accavallano le notizie in merito a un probabile colpo di mano tedesco su Danzica. Sembrava avverarsi la profezia di Lloyd George, che dopo il trattato di Versailles, indicando sulla carta geografica il corridoio polacco, aveva detto: Qui scoppierà la prossima guerra mondiale.
A Londra Oswald Mosley pronuncia un discorso di pace – una pace che significava concordia anglogermanica. L’immensa Exhibtion Hall di Earl’s Court è gremita. Si ripete il solito rituale: silenzio e quindi applausi prolungati. Il fratello di Diana, Tom, in divisa da ufficiale, fa il saluto fascista: il colonnello comandante, al quale era stato denunciato quel comportamento così poco regolamentare, lo giustifica.
* * *
Subito dopo Diana parte per Bayreuth: Hitler aveva invitato al festival mozartiano oltre a lei pure Unity, la cui assimilazione dei valori del regime era oramai totale. Ne accettava anche la logica viziosa dell’antisemitismo. Che impulso la spingeva a tanto? Era tragicamente innamorata di Hitler?
Diana se lo domandava. Unity aveva un flirt, un certo Erich, ma chiaramente vedeva nel capo del nazismo un idolo da adorare senza tuttavia cedere all’adulazione manifesta, un padre e amante platonico sul quale trasferire i propri ideali di grandezza ed eroismo. Amava il suo Paese, ma amava con lo stesso impeto la Germania, che ai suoi occhi esprimeva l’ordine nuovo promulgato dal genio dei popoli ariani.
Diana e Unity facevano colazione con il Führer nella dipendenza della Whanfried – la casa di Wagner, dove il dittatore alloggiava durante il Festspiele – e cenavano sempre con lui al ristorante del teatro negli intervalli delle rappresentazioni. L’ultima sera è in scena Il crepuscolo degli Dei. Diana ha il presentimento che lei e Hitler non si sarebbero più rivisti e glielo dice. Forse ce l’aveva pure lui, perché, sapendo che sarebbe ripartita per l’Inghilterra, la trattiene con sé, da sola, al termine dello spettacolo.
Noi marceremo, dice con aria solenne. Spero che l’Inghilterra non compia l’errore del quattordici.
Führer, in Inghilterra il desiderio di pace è univoco, risponde Diana. Chamberlain non metterà il dito in un ingranaggio incontrollabile: giungerà a un compromesso. Giungerà a un compromesso, pensa Diana non appena ha finito di parlare, perché il Paese è vulnerabile: sarebbe esposto agli attacchi tedeschi senza potere dare un significato concreto alla garanzia offerta alla Polonia.
Sicuro? insiste il Führer.
Chamberlain e Halifax sono uomini di buon senso: al dunque, in loro il buon senso prenderà il sopravvento. Questa, almeno, è l’opinione degli ambienti impregiudicati.
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