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NEL MIRINO DELL’INTELLIGENCE



Diana andò a Monaco per il parteitag del 1937. Questa volta lei e Unity non erano sole. Con loro c’era il fratello, Tom, e l’ungherese Janos von Almasy, il quale, essendo nato in una provincia assegnata all’Austria dai trattati di pace, agognava l’Anschluss più di qualsiasi altra cosa sulla terra.

A confronto della Germania l’Inghilterra sembrò decadente e stagnante a tutto il quartetto, compreso il giovane ungherese che se la conosceva la conosceva per sommi capi. Ciascuno a modo suo faceva paragoni tra la flemma dei britannici e la solerzia dei tedeschi. Tutt’e quattro si deliziavano nel constatare come il regime avesse creato un funicolo ombelicale tra dirigenti del partito e il Popolo informandolo con appropriate omelie sui progressi conseguiti dal Paese.

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L’anno dopo Diana non tornò a Monaco. Era incinta; quindi quello del ’37 fu per lei l’ultimo parteitag, dato che nel settembre del 1939 scoppierà la guerra. Ma se rimase a casa – e ci rimase solo nel ’38, perché poi si recherà regolarmente dal Führer e da Goebbels fino al luglio del ’39 – a casa non rimasero i genitori. I quali erano già stati in Germania, dove Unity li aveva presentati a Hitler, e ci ritornarono quell’anno per offrirgli di persona un’aquila giapponese scolpita in bronzo, una fedelissima riproduzione in grandezza naturale.

In Germania, a Bayreuth, Unity si prese la polmonite, e il Führer la fece curare dal suo medico personale proprio quando in Inghilterra divampava la polemica sull’incremento delle armi, sollevata da due voci autonome di cui una in chiave nettamente antitedesca. Winston Churchill voleva un’armata potente in previsione della guerra al nazismo; un evento che secondo molti, tra cui Lloyd George, l’old bulldog desiderava intuendo che, in mezzo all’odore della polvere da sparo, avrebbe dato il meglio di sé. Oswald Mosley, invece, batteva sul tasto dell’arsenale militare dato che, a suo dire, ancorava la pace europea al numero di cannoni, navi e aeroplani posseduti dall’Impero britannico, unica entità (sempre nella formula che forniva al pubblico) capace di esercitare di concerto con la Germania una pressione equilibrante sulla società internazionale.

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L’interpretazione che Diana dava degli eventi era unisona alla sua e per questo – e a causa dei suoi continui contatti con Hitler – i servizi segreti puntarono l’obiettivo su di lei.

Tranne che nelle università, nelle cui sale delle conferenze il rifiuto del fascismo non conosceva riserve, i discorsi di pace tenuti da Mosley (al coperto, essendogli precluso l’uso della piazza) venivano accolti con un silenzio arricchito da gesti di assenso e seguito da lunghi applausi. Gravava però sulla coppia l’indizio di tradimento, e questo convinse gli agenti a setacciarne la vita con rinnovato dinamismo e zelante, sconfinata intraprendenza. Fu così che fra i tanti canali di cui si servì allora il controspionaggio – parenti, amici e politici, emarginati e spie di tutte le nazionalità sia in patria che all’estero, ricchi sfondati e morti di fame – si rivelò di importanza fondamentale la governante dei bambini di Diana. Dai suoi minuziosi resoconti alle autorità e ad alcuni giornalisti, resi possibili dalla loquacità dei Mosley dentro le mura domestiche, emerse il contenuto dei colloqui che dal ’37 al ’39 la più bella donna d’Inghilterra aveva con il capobranco del Terzo Reich.



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