I believe it is peace for our time… peace with honour. No, non avete salvato l’onore, e avrete la guerra, rispose Winston Churchill a quella celebre dichiarazione del primo ministro britannico dopo l’accordo di Monaco del 30 settembre 1938.
Lo sfavillio delle battute rispecchiava due certezze contrapposte. Durante quegli anni – gli anni dell’appeasement, della pace a qualsiasi prezzo – prevalse, nel gruppo al potere, quella di Neville Chamberlain, il quale nel maggio del ’37 era subentrato a Stanley Baldwin nella direzione del governo .
Dopo l’alzata di scudi causata dall’invasione dell’Etiopia, e nonostante i pronunciamenti contro l’intervento fascista in Spagna, l’Inghilterra aveva mirato al recupero della convivenza politica con l’Italia. Giocando però su due scacchiere, così come su due scacchiere giocavano Mussolini e ancora più di lui Galeazzo Ciano. Ciano si prefiggeva di sfruttare l’asse Roma Berlino come contrappeso nei negoziati con Londra, convinta a sua volta che i contrastanti interessi dei due dittatori nei riguardi dell’Austria e dei Balcani avrebbero presto favorito il ritorno all’ovile anglofrancese dell’Italia fascista. C’era pertanto una chiara disponibilità da parte degli inglesi a scendere a patti con Mussolini, non però al punto da escludere – di qui la duplicità – un’intesa diretta con Hitler che avrebbe bloccato definitivamente le pretese dell’Italia riducendola di nuovo a grande potenza di cortesia.
Chamberlain operava con prudenza. Se nutriva risentimenti verso il fascismo, li mascherava da attore consumato. D’altronde, ne aveva sentito e ne sentiva parlare con ammirazione in famiglia: sua cognata ostentava all’occhiello del soprabito la “cimice” degli iscritti al partito nazionale fascista e il marito di lei, suo fratello Austen, ministro degli esteri dal ’24 al ’28, si vantava di aver concluso il patto di Locarno grazie alla solidarietà di Mussolini. Senza dire che parteggiavano per il Duce egregi esponenti del conservatorismo come lord Phillimore e Leo Amery (che sarà segretario di Stato per l’India e Burma nel gabinetto Churchill).
Per Neville Chamberlain, tuttavia, prudenza significava equidistanza, e l’equidistanza si poteva mantenere soltanto con il compromesso. In un’occasione, quando nel febbraio del ’38 il suo foreign secretary Anthony Eden, incline all’accordo con la Germania ma non con l’Italia, osteggiava il riconoscimento dell’impero fascista, Chamberlain non aveva esitato a sacrificarlo e a nominare al suo posto lord Halifax, che concluderà a tempo di record il patto di Pasqua. Nelle occasioni successive, invece, abbandonò l’idea che si potesse giocare su due scacchiere in contemporanea e si concentrò sulla dura partita con la Germania usando il canale italiano per ammorbidire l’avidità predatoria di Hitler.
Nacque così, dopo l’Anschluss se non prima, la cosiddetta politica di Monaco, che portò poi alla passività di fronte all’annessione tedesca della Boemia e della Moravia (e, in limpida sintonia con l’appeasement, all’annessione italiana del Regno d’Albania ). Nacque però anche perché, tutto sommato, la classe dirigente era germanofila. Esaminiamo fino a che grado.
* * *
Il filonazista Edoardo VIII aveva abdicato nel dicembre del ’36, per sposare la divorziata signora Simpson. L’establishment e la nobiltà, salvo quei pochi che componevano la café society, gli avevano voltato le spalle. Non così il popolo. Il popolo se lo ricordava giovane ufficiale nella Grande Guerra, principe di Galles sempre pronto a stringere la mano a un operaio e capo di Stato insolitamente sensibile alle sofferenze dei poveri. Il popolo era rimasto colpito dall’esortazione che il sovrano, rendendosi conto delle miserrime condizioni in cui versavano gli abitanti del Galles meridionale, aveva indirizzato ai suoi ministri negli ultimi giorni del suo regno: Something must be done.
Ora, in esilio con il titolo di duca di Windsor, David (come lo chiamavano in famiglia) o Ted (come lo chiamavano gli operai) si era recato in Germania per incontrarsi con il Führer e studiare le misure assistenziali previste dal regime. Per gli agenti dei servizi segreti questo era un cattivo segno. A parer loro, incombeva il pericolo che, in caso di guerra e vittoria tedesca, Hitler lo ricollocasse sul trono di un Regno Unito asservito al nazismo. Incombeva anche il pericolo che, in una tale eventualità, i membri marcatamente germanofili dell’establishment e dell’aristocrazia gli si stringessero intorno, dato che se ne erano allontanati non per il suo filonazismo ma per il motivo della rinuncia allo scettro regale. E incombeva infine – di nuovo secondo gli spooks – il serio pericolo che il popolo lo accogliesse calorosamente, visto che durante una sua breve visita in Inghilterra i portuali lo avevano circondato applaudendolo e gridandogli: Ted, we want you back.
Queste preoccupazioni, che non si sa quanto il primo ministro condividesse, erano indubbiamente esagerate e alquanto ingenerose. La germanofilia in Gran Bretagna non si spinse mai oltre una preferenza per i tedeschi condizionata al loro (presunto) fair play come interlocutori bilaterali. Non fu mai sinonimo di tradimento, e lo dimostrerà lo slancio con cui gli inglesi di tutti i ceti sociali e di tutte le persuasioni politiche combattettero contro il nazismo. Allora, però, la determinazione a non cedere di un palmo (nella migliore delle ipotesi per difetto d’intuito) non appariva così evidente.
E non appariva evidente perché, tanto per cominciare, non era germanofilo solo il duca di Windsor: era germanofila tutta la casa reale. L’incolto Giorgio VI, diventato re per l’abdicazione del fratello, era un patriota, ma un patriota che stimava i tedeschi, reputava poca cosa sia i francesi che gli italiani e detestava visceralmente i sovietici. La moglie – e lui se avesse potuto le avrebbe dato retta – quando nel ’40 si trattò di cambiare il governo suggeriva di dare l’incarico a lord Halifax piuttosto che a Winston Churchill, perché Halifax, per mezzo di Mussolini, avrebbe firmato la pace con la Germania nazista. Il più giovane dei fratelli, il bisessuale e cocainomane duca di Kent, che morirà nel ’42 in un incidente aereo sulle cui cause è stato steso un velo, era intimo amico del delfino di Hitler, Rudolf Hess. Il padre, l’inflessibile e ottuso Giorgio V, morto nel gennaio del ’36, difendeva a spada tratta qualsiasi dittatura di destra, e vide nel Führer (così come aveva visto nel Duce) il vessillifero della crociata contro il comunismo, che a lui rammentava l’uccisione di suo cugino lo Zar con l’intera famiglia.
Nessuno voleva la guerra. Anche uscendo dai palazzi reali si incrociavano ugualmente molti germanofili ma si scopriva che in tutti, germanofili o no, il desiderio di pace era preponderante. Lo era per ragioni scontate in partenza negli invasati dell’organizzazione Anglo-German Fellowship come per spirito umanitario e coerenza etica negli intellettuali sia di destra che di sinistra. E lo era nei conservatori con 429 seggi ai Comuni come nei laboristi e nei liberali, che di seggi ne annoverano rispettivamente 154 e ventuno. Churchill e i suoi pochi seguaci sembravano recitare a turno la parte di una moderna Cassandra piena di tristi presentimenti.
Campeggiava l’idea (giustissima nel merito) che un’altra guerra sarebbe stata più devastante della precedente. Troppo pungente era il ricordo degli attacchi frontali a vuoto, della due battaglie della Somme, della carneficina, dei traumi del dopoguerra, dei capovolgimenti sociali. E finanche nel popolo ignorante delle realtà estere e disinteressato ai grandi temi della politica, quel popolo di cui Carlo Marx aveva criticato l’apatia al cospetto delle urgenze storiche, primeggiava il convincimento che il trattato di Versailles avesse punito la Germania di là dal lecito e che fosse in fondo suo diritto ristabilire l’equilibrio riprendendosi i territori tedeschi dei quali era stata ingiustamente privata.
Va da sé che in molti – pressoché tutti se si accantonano le frange filonaziste – destava preoccupazione il trattamento degli ebrei tedeschi, ma a parole. In pratica i sindacati professionali temevano l’afflusso di ebrei qualificati. Non battevano ciglio se si stabiliva Londra uno scienziato della tempra di Freud. Si infiammavano, e la stampa suonava la grancassa in loro favore, quando l’immigrazione riguardava il professionista medio. Su questo aspetto, sulla minaccia al lavoro degli inglesi, faceva leva nei suoi discorsi Oswald Mosley mandando in visibilio gli esagitati della British Union of Fascists e perfino sua moglie Diana. Alle cui vicende è ora di tornare.
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