L’ho conosciuto: corri. Diana legge il messaggio della sorella e si mette in viaggio. Ormai era il 1935.
Che strano, pensa al primo lunch con il capo del Terzo Reich, i capelli non gli coprono mezza fronte: sono in ordine, ben pettinati. E fini fini, come diceva Unity. Anche lei, Diana, osserva le mani delicate, da artista, e il doppiopetto grigio di cui non le sfugge il taglio inelegante.
L’uomo non le dispiace. È cortese senza essere affettato. Ha un suo charme: colma gli ospiti di premure, si compiace di vederli mangiare ciò che vogliono, ma lui no, lui mangia poco, e quel poco che mangia si riduce a piatti vegetariani.
È più giovane del Duce – e più alto. Non di molto, però è più alto. E decisamente più slanciato. Un’italiana gli preferirebbe senz’altro l’esuberante Mussolini. Ma lei non è italiana, non è nemmeno una vera donna di città. È cresciuta nella campagna inglese, è abituata a un certo riserbo; per questo le piacciono gli sport solitari come le passeggiate a piedi o a cavallo, per questo apprezza quest’uomo con i baffetti dalla foggia implausibile, che gli danno l’allure del pittore di provincia.
Hitler la invita spesso a cena a casa sua. Cene semplici, con pochissimi intimi. C’è qualche leccornia, ma non per lui. Lui si nutre come un erbivoro, un erbivoro che non disdegna la pastasciutta e il riso. Un erbivoro che si inchina sempre davanti a una donna, che le bacia la mano, che non si siede mai prima di lei.
Non parla sempre lui; sì, sa anche ascoltare. Pone domande sull’Inghilterra. Sull’atteggiamento verso la Germania della casa reale, della classe dirigente, degli intellettuali, dei militari, degli operai, delle donne. È informato sulla relazione del principe di Galles con quella americana – ma sì, Wallis Simpson – e chiede se è vero che l’erede al trono faccia il tifo per la Germania nazista.
* * *
Diana e Unity vanno anche quest’anno al parteitag di Norimberga, ma adesso come ospiti personali del Führer. Su Unity la sontuosità dell’insieme esercita la medesima seduzione degli anni passati. Su Diana, che per il congresso aveva interrotto una vacanza a Ischia con “M”, alla seduzione si unisce l’interesse per l’entourage di Hitler. Magda Goebbels le pareva incantevole; la personalità del marito, avvincente.
Del ministro della propaganda nazista giudicava superlativi l’intuito per l’umore popolare, l’organizzazione della messinscena, la scala delle priorità. Solo possedendo un sapiente senso della rilevanza – pensava – si padroneggia la reazione della folla in questa maniera. Joseph Goebbels ha capito che cosa sfruttare: la radio più del quotidiano, il cinegiornale più della rivista, il cinema più del teatro. Sì, rifletteva Diana tra sé e sé, lei escogiterà presto una proposta da girare a Goebbels, magari allo stesso Führer: a buon conto elaborerà un programma di trasmissioni radio in inglese per promuovere l’affiatamento, la corrispondenza di intenti, tra tedeschi e britannici. Ogni cosa a suo tempo...
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Riapprodò in Inghilterra mentre si avvertivano ancora gli strascichi della questione etiopica.
Si sussurrava che il defunto Re, Giorgio V, fosse stato favorevole all’intervento italiano, come lo erano stati palesemente sia il capo del Foreign Office, Samuel Hoare, sia l’old bulldog Winston Churchill. Ma l’opinione del monarca, per quello che valeva, era rimasta confinata agli ambienti di corte. E Churchill, che ora invitava Diana a colazione per prestare orecchio alla sua valutazione di Hitler premettendo di considerarlo un “grand’uomo” ed echeggiando quindi il parere di tanti altri tra cui perfino Lloyd George, godeva in quel periodo di scarsissimo seguito nel partito conservatore. Così, una volta fallito il famoso patto Hoare-Laval che avrebbe regalato all’Italia fascista mezza Etiopia senza colpo ferire, prevalse nel governo Baldwin eletto a schiacciante maggioranza l’anno prima la linea anti-italiana di Anthony Eden, che aveva sostituito Hoare agli Esteri.
La British Union of Fascists si trovò spiazzata. L’establishment sembrava oscillare tra due posizioni riconducibili – per semplificare – una a Eden, contrario all’Italia ma disponibile verso la Germania, una al sottosegretario permanente al Foreign Office, Robert Vansittart, che propugnava se non l’appoggio all’Italia almeno l’acquiescenza incondizionata alle pretese del Duce. Con il risultato che i fascisti di Oswald Mosley, se strizzavano l’occhio a un gruppo, scontentavano sicuramente l’altro.
Senza il tacito sostegno delle autorità, che lo avevano tollerato ed entro alcuni limiti usato nella speranza di dividere la classe operaia, Mosley si trovò a dovere affrontare sulle piazze in cui marciava la violenza delle forze sindacali e dei movimenti antirazzisti. Una manifestazione, nel 1936, culminò tragicamente in una dura sconfitta per lui e le sue squadre in camicia nera a opera del proletariato ebreo. L’esecutivo corse ai ripari assicurandosi l’abolizione con legge dello Stato delle manifestazioni in uniforme.
Di pari passo erano entrati in azione i servizi segreti. A Giorgio V era succeduto, con il nome di Edoardo VIII, il primogenito, che era germanofilo, ammiratore acritico di Hitler e tristemente soggiogato dalla turbinosa passione per l’americana signora Simpson. I servizi segreti avevano già raccolto notizie sugli ambigui intrighi amorosi di lei in Cina, quand’era sposata a un ufficiale di marina dedito all’alcol. Adesso completarono il dossier aggiungendovi i suoi oscuri legami con il nuovo ambasciatore tedesco, Joachim von Ribbentrop, e condendoli con rilievi sullo stato di soggezione in cui era caduto il sovrano. In discussione, dunque, era addirittura la fiducia dell’apparato di sicurezza nel Re.
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Diana decise di cavalcare la tigre lanciando al Führer la sua proposta per la radio in inglese finanziata dai tedeschi. Hitler aveva conosciuto Mosley. L’aveva ricevuto con tutti gli onori scegliendo come commensali Unity; la duchessa di Brunswick, unica figlia del Kaiser e nipote della Regina Vittoria; e Winifred Wagner, la nuora inglese del grande musicista. Ora bisognava consolidare l’amicizia dandogli un tocco ancora più personale.
L’occasione gliela fornirono le olimpiadi di Berlino, alle quali Hitler l’aveva invitata. Diana ritornò in Germania. Assisté alla gare, e ebbe la conferma dell’estro propagandistico di Goebbels. Tutti i manifesti e gli striscioni anti-ebraici che infestavano la Germania erano miracolosamente spariti. Lo stadio conteneva centomila spettatori e la magnificenza dello scenario fu offuscata soltanto (per i razzisti) dalla vittoria dell’afroamericano Jesse Owens sull’ariano Lutz Lang e (per gli essere umani) dalla perfidia del dittatore, che si rifiutò di consegnare al campione nero le medaglie d’oro che si era aggiudicate. Ma questo, per Diana, rappresentava un fatto di secondaria importanza. A cuore le stava l’escamotage cui aveva pensato di ricorrere per stringere da un lato il rapporto con il Führer e risolvere dall’altro un suo spinoso problema.
Che era questo. Diana e Mosley avevano deciso di sposarsi in segreto. Contavano in tal modo di risparmiare la furia antifascista almeno a lei, che trascorreva lunghe ore sola nella Wootton Lodge, la casa nello Staffordshire in cui si erano installati da poco tempo. Neanche un matrimonio all’estero li garantiva però dall’invadente curiosità della stampa, dato che le pubblicazioni sarebbero state affisse o nella bacheca del consolato (nel caso di nozze davanti al console) o in quella del municipio (nel caso di nozze davanti all’ufficiale di stato civile). Non rimaneva quindi che la Germania, dove l’onnipotente Führer avrebbe potuto dispensarli dalle odiose pubblicazioni.
Diana si confidò con lui, che fu ben felice di assecondarla. La cornice si prestava alle concessioni. Hitler aveva voluto lei e Unity con sé al festival wagneriano di Bayreuth. L’esecuzione della tetralogia “L’anello di Sibelungo” superò ogni aspettativa, e così il canto. Negli intervalli cenavano tutt’insieme con Winifred Wagner nel ristorante adiacente al Festspielhaus. E a tavola, la sera della rappresentazione del Parsifal, al dittatore estasiato Diana confessò con semplicità che delle opere del compositore quella era l’unica che non la facesse vibrare.
Mia cara, le rispose paternamente il Führer, perché è giovane...
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