L’anno è il 1933: Diana è a Monaco di Baviera. C’è andata perché il suo “M” ha avuto un’avventura con un’altra donna e c’è andata con sua sorella Unity. Le aveva promesso: Vedrai che incontreremo Hitler; vedrai che ci bacerà la mano. Sì, anche a te. I tedeschi baciano sempre la mano alle signorine.
Non era un pio desiderio, un proposito peregrino: Diana sapeva a chi rivolgersi. Poco prima, a Londra, una Guinness, durante un tè a casa sua, le aveva presentato un tedesco tronfio e loquace dicendole: Lo sai, questo signore è amico di Hitler.
Davvero? domandò lei mentre Putzi Hanfstaengl le baciava la mano.
Amico intimo, rispose lui. Al putsch di Monaco, quando vennero massacrati sedici nazionalsocialisti, il Führer si rifugiò da me; si era lussato una spalla e io lo feci curare prima che lo arrestassero.
Parlarono del nazismo, parlarono della disoccupazione, problema che secondo il tedesco il Führer stava affrontando con coraggio da leone, e parlarono pure degli ebrei.
Hanfstaengl si agitò, alzò la voce. Gli ebrei… gli ebrei… Voi inglesi non pensate ad altro. Perché non pensate al novantanove per cento di tedeschi? Gli ebrei hanno mezzi, rapporti finanziari in tutto il mondo. Se ne vadano se la Germania non gli piace. La lascino a noi tedeschi.
* * *
A Monaco Unity è stanca di girare per le chiese e le gallerie d’arte. Vuole conoscere Hitler, di persona. Insiste: Diana, come on, telefona al quel tizio.
Quel tizio non è così accessibile come aveva creduto ma alla fine Diana, pungolata dalla sorella, lo snida. È vero, Putzi Hanfstaengl ha un compito abbastanza importante: capo dell’ufficio stampa estera. Sembra contento della visita, si prodiga in effusioni.
Diana e Unity vogliono andare a Norimberga, per il parteitag, il congresso del partito. È tutto prenotato, però; non si trova un buco neanche a pagarlo a peso d’oro.
Non vi preoccupate, le rassicura Putzi Hanfstaengl; vi sistemo io.
E ci porterà dal Führer?
Una cosa per volta: adesso il Führer è assediato da troppo gente; un’udienza con lui va preparata con calma.
A Norimberga, dal loro angolo privilegiato, Diana e Unity assisterono a una delle più vaste adunate della storia, il parteitag del ’33, il congresso del partito trasformato in dittatura dal voto popolare. Vedono le uniformi, vedono gli uomini e le donne tripudianti, vedono gli stendardi innalzati, odono i canti e le musiche, sono abbagliate dalla regia, si commuovono di fronte alla lega ardente ottenuta dall’esaltazione dello sciovinismo. E con le lacrime che ondeggiavano tra le palpebre ascoltarono, senza comprenderle, le parole pronunciate da quell’omino scarno lassù nel palco.
* * *
Unity rimase a Monaco, a studiare il tedesco. Diana, invece, aveva per quell’anno un’altra meta, e dopo una breve permanenza a Londra partì per Roma.
La ospita Gerald Berners, nella casa davanti al Foro. I salotti buoni accolgono con simpatia questa giovane aristocratica che giungeva da Albione con un’inquietante divorzio dietro le spalle e un presente equivoco. Ma tant’è: il connubio “irregolare” con il baronetto che capeggiava le camicie nere oltremanica le conferiva una nuance di eccentricità; e l’amicizia con il lord che aveva composto Il trionfo di Nettuno, un pasticcio strumentale per un balletto di Diaghilev, la poneva nel novero delle romantiche e sognatrici inglesi innamorate dell’Italia.
A Diana le abitudini dégagé della Roma dorata piacquero. Si diverte con quel gruppo tra il fascista, il controcorrente e l’anglofilo che presto avrebbe formato il “piccolo Trianon” di Galeazzo Ciano. Conosceva Jane di San Faustino. Ora conosce gli altri. Viene invitata a Frascati dagli Aldobrandini. Cena con i Caetani e con tutte le “corone chiuse” più in vista. Partecipa a gite e picnic con Gregorio Boncompagni e Giorgio Nelson Page, che Benedetto XV aveva “battezzato” l’americano di Roma.
Si diverte e ride ma neanche l’entusiasmo per le mollezze italiane le fa dimenticare il modello tedesco. Quello e quello solo si imporrà superando il barrage imposto dalla storia: questo, almeno, era il suo credo, e non per nulla le sue idee si matureranno nei due anni successivi – in Germania. Vediamo come.
* * *
Nel ’34 Diana torna in Italia. Va prima in Sicilia, quindi gira per il Sud e finisce a Ravello. Unity, come accennavamo, si era fermata a Monaco. Diana non resiste alla tentazione: vuole essere partecipe dell’esperienza tedesca, vuole assistere al prossimo parteitag.
Raggiunge la sorella. Con lei si reca di nuovo da Putzi Hanfstaengl. Lo trova cambiato, più freddo.
Vi sono venuto incontro una volta: non lo posso mica fare la seconda.
Unity gli chiede: E allora… non ci procurerà più quella famosa udienza dal Führer?
Scherza? L’anno scorso mi sono tirato addosso le critiche di tutto il partito per essermi mostrato in giro in compagnia di due straniere con il rossetto sulle labbra: il Führer detesta il rossetto.
* * *
Diana e Unity non si danno per vinte. Vanno lo stesso a Norimberga. Vagano per la città. Negli alberghi, nelle pensioni, negli ostelli è tutto esaurito.
Sconsolate, stanche, si siedono alla fratina di una birreria. Unity capita accanto a un signore con i capelli bianchi che porta il distintivo d’oro riservato ai primi cento membri del partito. Prende il coraggio a due mani e gli rivolge la parola.
L’uomo è affabile, risponde con cordialità. Sì, è il numero cento del nazionalsocialismo. Non hanno i biglietti per il parteitag, non sanno dove pernottare? Ci pensa lui.
L’adunata fu più maestosa e solenne della precedente. La stampa inglese la descrisse come un grossolano raduno militaristico. Diana non è d’accordo. Si emoziona più di prima: per lei quel raduno di massa rafforza con il sentimento popolare il successo delle iniziative avviate dall’omino sul palco. La disoccupazione era in discesa, le imprese costruivano case e strade, l’industria produceva, l’agricoltura prosperava.
* * *
Da quel momento gli eventi si susseguirono inaspettatamente. Diana torna a casa ma il ricordo della grande parata germanica occupa i suoi pensieri. Si iscrive alla Berlitz. Sa qualche parola di tedesco: lo deve imparare sul serio. Vuole imparare la lingua del popolo che intravede come dominatore dell’Europa continentale; e accorgendosi di quanto sia problematico acquistare scioltezza studiandolo a Londra taglia corto e, d’intesa con “M”, riparte per la Germania.
A Monaco di Baviera scova un bell’appartamento, tranquillo e corredato di tutte le comodità, pure della cuoca. Prende a frequentare gente bohémien e politicamente impegnata. Si è iscritta, insieme con Unity, a un corso libero dell’università, e si circonda di insegnanti e studenti.
Tra gli studenti c’è il figlio del pronazista premio Nobel norvegese Knut Hansum, un giovane che ha ottenuto il nulla osta del partito per arruolarsi nelle SS; tra gli insegnanti, un professore grazie al quale Unity scopre che Hitler, quando soggiorna a Monaco, fa colazione verso le due all’Osteria Bavaria, un ristorante appartato con un giardino fiorito nel retro.
È come invitare il bracco a caccia. Unity si piazza all’osteria, fa la posta al Führer come uno stalker: lo vede arrivare a bordo di una Mercedes nera con un aiutante e qualche amico. Hitler indossa un vestito grigio piuttosto modesto. Unity lo adocchia. Nota che ha la pelle chiara, gli occhi blu, i capelli fini, le mani da artista. Non si contenta di vederlo una volta. Fa amicizia con i camerieri; da questi riesce a sapere quando c’è una prenotazione per il dittatore.
Diana riparte per l’Inghilterra. Viceversa Unity sembra non avere altro scopo che aspettare l’incontro anonimo e impersonale con il Führer. Che alla fine chiede di lei... e apprende che è una fascista inglese. Le sorride: la invita a sedere al suo tavolo.
![]() | ![]() | ![]() |