Ti sei condannata a una vita da paria, le disse il padre subito dopo la separazione dal marito.
In superficie non aveva tutti i torti. Mosley era sposato con Cynthia Curzon detta Cimmie, figlia dell’ex viceré dell’India, e non intendeva lasciarla. Diana aveva quindi preso in affitto un appartamento a Eaton Square, nel raffinato, esclusivo quartiere di Belgravia, rassegnata a un’esistenza dietro le quinte.
In realtà, dietro le quinte, se mai ci stette, ci stette molto poco. Improvvisamente, nel maggio del 1933, Cimmie morì di peritonite. Ora Diana e Mosley si sarebbero potuti sposare, ribaltando con il matrimonio una condizione che i non pochi benpensanti equiparavano al concubinato. Non lo fecero. Pareva a entrambi di cattivo augurio farlo sulla scia di una disgrazia. E poi il salotto di lei era gremito delle medesime facce che avevano gremito sia la casa di Cheyne Walk, sia la prestigiosa residenza di campagna nello Wiltshire che aveva avuto con Bryan. Diana, dunque, si muoveva nel gran giro e frequentava imperterrita i teatri, i concerti, l’opera e i ritrovi alla moda di Londra.
Londra, la metropoli imperiale, non si esauriva però nel West End della bella gente e tanto meno nella City dei finanzieri. La City, il miglio quadrato più opulento del mondo, confinava con l’East End povero, la zona più violenta della capitale, che racchiudeva nel suo seno Hackney, il sobborgo più depresso dell’intera Gran Bretagna. E il West End dei club, dei locali notturni, dei teatri, dei gioiellieri, delle boutique – che il Tamigi, dividendo in due geograficamente e sociologicamente la città, proteggeva dall’intrusione dei lavoratori e dei piccoli borghesi – comprendeva il quartiere malfamato di Soho con le sue bische e le sue case equivoche.
Si riproponeva così, all’interno di Londra, il quadro disarmonico che raffigurava la struttura dell’impero. Le colonie e i possedimenti oltremare sembravano esistere per garantire l’opulenza della finanza metropolitana. E la scoraggiata miseria del sottoproletariato dell’East End londinese e degli operai e colletti bianchi on the south bank of the river – al pari della miseria di regioni intere come il Galles meridionale –sembrava esistere per permettere all’upper class di gozzovigliare nel lusso nonostante la grande depressione e la conseguente crescita dei disoccupati.
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Che cosa si poteva fare per uscire dall’impasse? Alla domanda il primo ministro della coalizione, Ramsey Macdonald, non trovava risposta. Il figlio della cameriera nubile che aveva raggiunta la più alta vetta del potere non sapeva più esercitarlo e al suo posto lo esercitava il leader conservatore Stanley Baldwin ricorrendo a provvedimenti che ostacolavano la ripresa. I giovani intellettuali di Oxford e ancora di più quelli di Cambridge gli voltarono le spalle, e questi, e la sinistra laborista, ciascuno con occhio diverso, guardarono all’Unione Sovietica come all’unico Paese in grado di vanificare il fenomeno del ciclo economico.
Al contrario dell’establishment, l’inglese in camicia nera una via d’uscita la intravedeva, o meglio, credeva di averla intravista. Come abbiamo detto, si era incontrato con Mussolini, ma adesso assisteva alla nascita di un nuovo e, a suo avviso, più efficiente esperimento: il ritorno della Germania sotto la dittatura di Hitler al ruolo di grande potenza, con le fabbriche che ormai producevano a pieno rimo. Il fascismo di Mosley, pertanto, non era il fascismo casereccio italiano: era il tenace nazionalsocialismo teutonico (e perciò nel ’36 il nome completo del partito diventerà British Union of Fascists and National Socialists).
In verità Oswald Mosley si affannava a distanziarsi dal nazismo, ma – di là dai cavillosi, arzigogolati distinguo demagogici – l’assetto internazionale che gli appariva risolutivo si conciliava perfettamente con le mire del Führer. Per Mosley l’Europa avrebbe dovuto costituire un blocco contro l’imminente preponderanza americana; e questo blocco sarebbe stato possibile grazie alla cooperazione di due imperi e un Paese fiancheggiatore, arbitri tutt’e tre della “pace” europea. L’impero britannico, irrobustito con opportuni piani di sviluppo, avrebbe fornito alla madrepatria l’energia necessaria per preservare la sua funzione storica di garante dell’equilibrio continentale. L’impero tedesco, da ricreare permettendo a Hitler di riguadagnare quasi tutti i territori e le colonie perse con il trattato di Versailles, avrebbe per un verso impedito il diffondersi delle idee comuniste, e per un altro consentito, in consonanza con la Gran Bretagna, il rilancio economico dell’Europa in palese anteposizione al capitale americano. La nazione fiancheggiatrice, ovvero l'Italia di Benito Mussolini, alla quale andava riconosciuto il diritto al “posto al sole” in Africa, avrebbe regnato sul Mediterraneo in condominio con quella che (secondo lui) sarebbe stata l’Inghilterra fascista.
Se si escludono l’Alsazia e la Lorena, che in questa formula dovevano rimanere francesi, si tratta di un programma che recepiva le rivendicazioni di Hitler. Così come ricalcava la sua manovra interna il progetto di governo e di recupero economico avanzato da Mosley. Il quale – sfrondato delle frasi di circostanza – prevedeva, oltre alle stesse provvidenze assistenziali, il controllo se non addirittura l’evirazione dei sindacati (sia dei datori di lavoro che dei prestatori d’opera); ingenti spese militari; l’asservimento delle attività alle esigenze nazionalistiche; il protezionismo; i diritti di cittadinanza vincolati allo jus sanguinis; l’integrazione della classe operaia nel processo politico attraverso raduni di massa.
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Diana approvava il programma. Ne accettava anche il razzismo insito nel principio dello jus sanguinis portato all’eccesso, perché per Mosley cittadinanza era sinonimo di residenza e pertanto, accogliendo tale criterio, e estendendolo ai gruppi non solo etnici ma culturali, veniva meno il diritto di stabilimento in Gran Bretagna per tutte le minoranze, compresa l’ebraica.
Accettava questo e altro... ma la turbava la politica di piazza nella quale il suo inglese in camicia nera si crogiolava nonostante gli episodi di violenza che ne costituivano il corollario. E preoccupandosi per lui, e accusando ora i più scalmanati tra i seguaci di Mosley, ora il sottoproletariato multietcnico che reagiva ai loro miserabili slogan discriminatori e insultanti, cadeva nella disperata trappola del reazionario che non si rende mai conto di come le sue premesse contengano in sé il germe del conflitto.
Ma allo stampo in cui questo fermentò accenneremo tra breve. Adesso soffermiamoci un istante sulle circostanze che fecero entrare Diana nella cerchia ristretta degli amici personali di Adolf Hitler.
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