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IL GUSTO ACUTO DELL’ANTITESI



Diana Guinness nasceva Mitford, e come aristocratici non solo lei ma pure suo fratello e le sue cinque sorelle – i figli di lord David Bertram Ogilvy Freeman-Mitford, secondo barone Redesdale – oscillavano tra conformismo e originalità, tra dogma e eresia. E nelle idee e nelle scelte.

Tom, l’unico maschio della cucciolata, non nascose mai le sue accentuate simpatie per il nazismo; ciò nonostante morì a Burma, valoroso ufficiale combattente per la causa degli Alleati. La primogenita Nancy, autrice di romanzi aggraziati e satirici oltre che di una memorabile biografia della Pompadour, travedeva per la Francia e la cultura francese, tanto che, una volta mollato il marito astioso e avvinazzato, finì coll’innamorarsi di un colonnello gaullista che, tra l’altro, la trattava senza molti riguardi. La secondogenita Pam giocò al ribasso sposando un borghese; la più giovane, Debo, al rialzo sposando il duca del Devonshire. La terzultima, Unity Valkyrie, tentò (come abbiamo visto) il suicidio nel Giardino degli Inglesi, sconvolta dalla passione raccapricciante per Adolf Hitler; mentre la penultima, Jessica, affascinata dal comunismo, emigrò in America dove divenne una celebre saggista polemica della sinistra più accesa.

Pure gli ascendenti di Diana uscivano dalle rotaie della prevedibilità. Il nonno materno, editore, yachtsman e deputato tory, era nato da una relazione extraconiugale del ministro Milner Gibson. Quanto al ramo paterno, il trisnonno si distinse come storico della Grecia; la bisnonna si invaghì di un certo Francis Molyneux e scappò con lui piantando in asso il marito; il nonno, Algernon Bertram Mitford primo barone Redesdale, fu diplomatico, letterato e amico di Edoardo VII, gaudente come Re e ancora di più come principe di Galles. Su di lui – il lord, non il Re – gravò sempre il sospetto del bel mondo che fosse figlio di Molyneux, ma la cosa lo turbò assai poco, intento com’era a coltivare le sue due assorbenti manie. Una era la cultura del Giappone medievale che da giovane, in missione a Tokyo, aveva visto dileguarsi nel volgere di pochi anni; l’altra, la teoria del razzista inglese Houston Steward Chamberlain, dai cui sproloqui di delirante amoralità avrebbe preso le mosse l’antisemitismo di Hitler.

Da lord Redesdale il padre di Diana ereditò non solo il titolo ma anche la personalità autoritaria. Gli piaceva la vita di campagna – e questo era il suo lato gentile – ma ossessionava le figlie, sia pure con una dose di giovialità dovuta all’affetto che provava per loro, con rigidi controlli, regole puntigliose e rimbrotti petulanti. Riteneva che le donne non dovessero andare a scuola e fece studiare le ragazze privatamente e in maniera frammentaria. In un’epoca in cui le loro compagne erano mandate in collegi femminili, le sei sorelle, intelligenti e vivaci, furono costrette a supplire alle carenze scolastiche con letture disordinate sebbene ugualmente confortanti e formative.

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Per tutte, ma senz’altro per Diana, altrettanto formativo (nel bene e nel male) fu l’ambiente e la certezza di appartenere a un’élite. La madre era imparentata sia con Winston Churchill che con Bertrand Russell. Con Russell, a quanto sembra, Diana non ebbe rapporti personali, ma ne divorò le opere, appagata dell’idea di avere come zio cugino il più grande logico dopo Aristotele. Al cugino Winston, invece, fu vicina come si può essere vicini a un famigliare affettuoso e comprensivo.

Non c’è da meravigliarsene. L’old bulldog, a quel tempo cancelliere dello Scacchiere, manifestava una spiccata predilezione per lei, e la ospitava spesso a Chartwell, la sua dimora a Westerham nel Kent. Anche una delle sue figlie si chiamava Diana; e così le “due Diane” passeggiavano con lui nell’adiacente sentiero delle rose, o gli tenevano buona compagnia mentre dipingeva nello studio intonando tutt’insieme i patriottici canti militari incisi sul fonografo, oppure – ogni qualvolta dovevano recarsi allo stesso ballo a Londra dopo il loro debutto in società – pernottavano entrambe nella sua residenza ufficiale accanto a quella del primo ministro nella Downing Street.

Dal cugino Winston Diana ascolterà i primi giudizi circostanziati su Mussolini. Era il 1927, subito dopo le vacanze di Natale, e lei ritornava a Parigi per completare un corso di francese al quale era iscritta dall’autunno. Perché non facesse il viaggio da sola, Churchill la accompagnava fino alla Gare du Nord, da dove lui avrebbe proseguito in gran fretta per la Gare de Lyon in modo da non perdere la coincidenza per l’Italia. Andava a Roma, per conoscere Mussolini, e nel traghetto sulla Manica e durante il tragitto nel nord della Francia le dice cose che aveva già detto e ridetto ma che lei non aveva mai udito dalla bocca di un governante; e cioè che attribuiva al capo del fascio il merito di avere sconfitto in Italia il comunismo, e che se fosse stato italiano sarebbe stato pure lui fascista. Sentendolo parlare, Diana ricava l’impressione di un popolo macerato dalla lotta di classe che aveva trovato il proprio equilibrio nell’ordine, la legalità e la collaborazione sotto la guida di un dittatore latino, romantico e arruffone quanto si vuole, ma capace e sensibile alle esigenze delle masse.

Per il momento, però, non si rivelava un animale politico. Continuava a leggere e maturava una coscienza letteraria e, in parte, artistica. Era trattata alla pari da Eddie Marsh, grande studioso dei classici ed esperto di poesia georgiana. Si nutriva degli scritti di Aldous Huxley, che allora viveva in Italia dove aveva portato a termine i romanzi Those Barren Leaves e Point Counter Point, in quest’ultimo facendovi apparire come personaggio, con il nome di Mark Rampion, il memorabile David Herbert Lawrence di cui era intimo amico. Vedeva frequentemente a casa di Churchill il pittore Walter Richard Sickert, che nel corso della protratta permanenza a Parigi aveva subito l’influenza di Degas e che a sua volta doveva influenzare la futura pittura inglese. Si formava una cultura, ma nello stesso tempo ampliava la rete delle conoscenze.

Fu in questo periodo che Randolph Churchill, figlio dello statista, si prese una cotta per lei. Non era ricambiato: doveva accontentarsi della sua amicizia. Chissà che indirizzo avrebbe preso la storia, se la ragazza dagli occhi color zaffiro non gli avesse preferito il rampollo dei Guinness.



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