Ha venticinque anni; è alta e con gli occhi azzurri. Si aggira circospetta nell’Englischer Garten. Le forze corazzate della Wehrmacht avanzano da due giorni in Polonia e quella mattina alle undici il governo di Neville Chamberlain ha dichiarato guerra alla Germania.
Nel Giardino degli inglesi l’atmosfera era quella tipica dell’estate in declino. Di un’estate che, con meticolosa precisione, sarebbe stato meglio denominare autunno meteorologico. Nondimeno le acque dell’Isar, con portata costante, scorrevano garbatamente; avevano attraversato il Passo di Scharnitz, e poi la foce della pianura bavarese che i romani battezzarono Porta Claudia. Di qui, da Monaco, si dirigevano a nord-est per sfociare nel Danubio.
Due agenti in borghese sorvegliano la ragazza da lontano. A un tratto la perdono di vista. Poco dopo, d’improvviso, odono uno sparo – e compresero. Compresero perché si era rivolta al gauleiter per ottenere il porto d’armi per la sua piccola pistola tascabile, e perché il gauleiter li aveva incaricati di tenerla d’occhio. Corrono, per istinto, verso uno spiazzo protetto da una fila di cespugli. La ragazza giace a terra, inanimata. Si era tirata un colpo alla tempia.
Pareva morta. Non lo era: gli agenti la trasportano in una clinica privata. Il chirurgo decide di non rimuovere il proiettile; sarebbe stato troppo pericoloso. Fu però informato il gauleiter, il quale a sua volta informò subito il Führer. Il Führer ordina di prestarle tutte le cure. E durante la campagna polacca telefona continuamente per avere notizie.
Quando la ragazza riprende i sensi, va a trovarla. Era l’otto novembre; la degenza durava da due mesi e cinque giorni. Il Führer si trovava a Monaco per la commemorazione di un evento ormai storico: il putsch del 1923.
Che cosa preferisce, cara, rimanere in Germania o tornare in Inghilterra?
Preferisco tornare in Inghilterra dai miei genitori, risponde lei con un filo di voce, abbozzando un sorriso, e aggiunge: Vede, Führer, sono senza rossetto, non me lo metterò più.
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Il 24 dicembre una delle sorelle maggiori della ragazza – la preferita – ricevette una telefonata internazionale dalla Svizzera mentre era a tavola per la cena della vigilia nella sala da pranzo della Wootton Lodge, la sua imponente casa settecentesca nello Staffordshire. L’operatrice le passa subito un amico di famiglia, un aristocratico ungherese che risiedeva in Baviera.
Janos von Almasy aveva già raccontato l’accaduto ai genitori della ragazza; ora lo racconta anche alla sorella. Sì, è a Berna, dove, insieme con il medico del Führer, ha accompagnato la ragazza. Le sue condizioni? Stazionarie: per il ritorno in Inghilterra manca solo la madre, o qualcuno in grado di evitarle possibili – e per lei nefasti – interrogatori dei servizi segreti britannici.
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Il padre della ragazza si recò di persona dal ministro della guerra, Oliver Stanley. Mi puoi assicurare che se riporto mia figlia a casa non la accusate di intelligenza con il nemico o altre simili assurdità?
Stai tranquillo, ma bada alla stampa, dice il ministro. Sai, continua, è solo questione di giorni: prima o poi la voce sarà di dominio pubblico.
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Si precipitarono a Berna la madre e la sorella diciannovenne della ragazza, la più giovane della famiglia. Il viaggio di ritorno attraverso la Francia mette a dura prova le logorate capacità di resistenza della ragazza. Il treno procede a tozzi e bocconi, con lunghe soste; ogni fermata brusca o partenza a singhiozzi le procura laceranti dolori al capo e indomabili tremori alle braccia e alle gambe.
Per la madre era già tanto che la ragazza fosse sopravvissuta e questo la spingeva a scacciare il pensiero che non avrebbe conservato la propria fisionomia. La giovanissima sorella, invece, non si lasciava incantare. Il volto della ragazza si è rimpiccolito. I denti hanno assunto il colore del fieno. I capelli che rispuntano opachi e a chiazza hanno perso la vividezza del biondo carico. Solo il blu degli occhi ne rivela l’identità. Un blu, però, d’uno sguardo privo di speranza, senza né passato né futuro. La ragazza non sarebbe stata più la stessa.
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Sbarcarono a Folkestone. Trascorsero la notte in albergo. L’indomani mattina proseguirono in automobile per la casa di famiglia a High Wycombe. Lì, nel Buckinghamshire, vennero nei giorni successivi a trovarla parenti e amici, tra cui la moglie di Winston Churchill, al momento primo lord dell’Ammiragliato, e William Richard Nuffield, l’industriale e filantropo che aveva creato l’omonima fondazione.
Lord Nuffield suggerì al padre di farla operare da sir Hugh Cairns, l’eminente neurochirurgo inglese. Cairns la visita, ma il responso conferma quello dei medici tedeschi: il bisturi, nel ripercorrere la stessa traiettoria del proiettile, avrebbe causato la morte della ragazza.
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Intanto si erano messi in moto i servizi segreti britannici. Già nutrivano la convinzione che il Führer avesse attaccato la Polonia nella certezza che, alla resa dei conti, la Gran Bretagna non sarebbe entrata in guerra. Ora, setacciando i vari rapporti sulla permanenza della ragazza in Germania e sui suoi vincoli di affetto e simpatia con il dittatore, giungono a una conclusione. Lei e solo lei può avergli detto: Führer, gli inglesi non si muoveranno; la classe dirigente del Paese è germanofila.
Secondo il traditore Guy Burgess – un noto omosessuale cui Chamberlain aveva inavvertitamente affidato alcuni documenti riservati – la convinzione degli spooks si fondava sul presupposto che la ragazza avesse tentato di uccidersi per il rimorso di avere recato danno al proprio Paese. Non era così: they got it wrong. Gli spioni di Londra non avevano ancora capito che quelle parole, al Führer, le aveva dette un’altra delle sue sorelle. La sorella preferita, quella che aveva ricevuto la telefonata dell’ungherese, donna di ben altra intelligenza e con ben altre entrature nel mondo della politica.
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