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A newspaper, which consists of just the same number of words,
whether there may be any news in it or not...may, likewise, be
compared to a stagecoach, which performs constantly the same
course, empty as well as full
Henry Fielding


PREFAZIONE


Ho saltato tante prefazioni a piè pari, perfino di libri da cui non riuscivo ad allontanarmi neanche per un secondo, da meritare la stessa colpevole noncuranza che ho manifestato verso autori molto più bravi di me. Sono però un ottimista incorreggibile; e questo mi spinge a mettere su carta poche righe sul perché ho poi finito coll’avventurarmi in una ricostruzione giornalistica nonostante avessi deciso già da qualche anno di dedicarmi soltanto alla narrativa.

La narrativa è più sincera della cronaca. La cronaca vincola ai fatti: e non per nulla Graham Greene suggeriva al cronista di raccontarli così come avvengono senza neanche prendersi la briga di spiegarli. All’obbligo di buona fede nel riportare fa tuttavia da contrappeso – nel giornalismo come in diversi altri campi – la scarsa, imprecisa e frammentaria conoscenza che il cronista ha dei fatti. E quindi quella cronaca il cui unico vero pregio consisterebbe nella fedeltà al succedersi degli eventi si dimostra assai spesso un rozzo patchwork soggettivo e arbitrario. Al contrario la narrativa (quella ponderata s’intende) è invenzione, sì, ma invenzione curata nei suoi minimi particolari. E appunto per questo i personaggi, le vicende, le circostanze e i conflitti creati dalla fantasia dello scrittore offrono un quadro della vita nel quale il plausibile si confonde con il reale. Se non fosse così, pensatori, storici e sociologi non avrebbe attinto pure dalla letteratura tanti esempi di atteggiamenti, sensazioni e stati d’animo per avvicinarsi all’esperienza che l’individuo ha di sé e del mondo.

La mia riconciliazione con la cronaca avvenne quasi per caso. Avevo scritto due romanzi, uno in inglese e uno in italiano, entrambi ambientati nell’Italia della Resistenza, e dopo aver pubblicato il primo in America mi ero messo in contatto con la Simonelli Editore per pubblicare il secondo in Italia nella sua nuova collana elettronica. Nacque così, tra Luciano Simonelli e me, un’amicizia che non poteva non stimolarmi a osservare più da vicino, e soprattutto con maggiore attenzione di prima, la scena editoriale del Paese.

Ciò che scoprii confermò l’idea dell’italiano arricchito che mi ero fatta durante un lungo soggiorno a Roma nei primi anni Novanta. L’italiano moderno, sopraffatto da interessi pratici e immerso fino al collo in incombenze frettolose, legge poco, e in quel poco che legge non c’è posto per la narrativa. In altre parole, se legge qualcosa, legge uno zibaldone generico e approssimativo sulla società e le abitudini italiane e a volte straniere, o al più la biografia di qualche personaggio fritto e rifritto ma con trascorsi che evochino ricordi della scuola e dell’esistenza nazionale.

Un mercato poco incoraggiante, dunque. Specie per me che avevo – e ho – l’intenzione di scrivere libri elettronici. L’e-book, come del resto il print on demand, dà infatti la possibilità di aggirare la trappola commerciale. Gli editori mirano a prodotti che si vendono, e che si vendono molto bene: un manoscritto con nessuna chance di diventare un titolo di cassetta non finirà mai in libreria, né in Italia né altrove. L’e-book, invece, non impone grandi investimenti, e perciò consente all’editore di tastare il terreno proponendo anche soggetti e temi minoritari.

Rimaneva però un ostacolo da superare. Come dicevo, gli italiani non leggono. Acquistano, certo, qualche libro, ma a quanto pare non leggono neanche quello. Cosa mi induceva a pensare che gente tanto distante dalla lettura da non degnare d’uno sguardo neppure i libri sullo scaffale del salone triplo fosse poi disposta a leggere qualcosa sullo schermo? Il libro ha una sua consistenza, una sua estetica; è un oggetto di prestigio; circola grazie a un sapiente lancio pubblicitario. L’e-book non possiede nessuna di queste caratteristiche; è impalpabile, e per di più le prime volte richiede un esercizio di assuefazione. Come uscire dall’impasse?

Pensandoci e ripensandoci conclusi che l’unica soluzione stava in una via di mezzo tra la narrativa e la cronaca; o meglio, tra il romanzo e la storia. Non nel romanzo storico come quei due che avevo già scritto: in un avvenimento storico raccontato con la recente tecnica della narrativa, ma in maniera fedele alle rivelazioni odierne. In altre parole, nello stile del new journalism.

La storia di Diana Mosley, pubblicata in edizione cartacea e qui in e-book, vuole pertanto essere un tentativo di presentare «in italiano» – e all’italiano di madre lingua e al foreign speakers of Italian – il genere, così caro a Truman Capote e a Tom Wolfe, che in Italia fu abbozzato in anteprima da Malaparte con Tecnica del colpo di Stato. No sta a me dire se sono riuscito nell’intento. Posso solo dire che Diana Mosley, novantanove su cento, ha rafforzato Hitler nella convinzione che gli inglesi non si sarebbero battuti.

Riccardo Maffey



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